LO STATO CRIMINALE

Il tema della sicurezza domina da anni il dibattito politico, senza che mai siano stati affrontati in modo serio i problemi ad esso connessi.
La tutela della collettività è un tema che tutte le forze politiche utilizzano strumentalmente per mere ragioni elettoralistiche, senza mai cercare di comprendere le motivazioni che ne hanno sempre determinato il fallimento.
E questa superficialità ben si comprende, ove si consideri il “sentire mafioso e malavitoso” di una classe politica che si ritiene una casta intoccabile callidamente protesa ad affermare l’impunibilità nel campo penale dei suoi membri, dei loro amici e degli amici dei loro amici, come dimostra il caso, veramente eclatante, del senatore di “Forza Italia” Marcello Dell’Utri, condannato a due anni di reclusione per tentata estorsione, in concorso con il capo mafia di Trapani Vincenzo Virga, senza che qualcuno, fra i politici, osi sollevare il problema della incompatibilità con la carica che riveste.
Una classe politica che solo in Parlamento può vantare la presenza di ben 90 fra condannati definitivi ed inquisiti, che legifera per depenalizzare i reati finanziari e quelli nei quali più spesso incorre, non ha - e non potrà mai avere - la forza e la coscienza per tutelare nel modo adeguato la collettività nazionale.
Questa classe politica che, addirittura, garantisce per legge la corruzione dei funzionari pubblici, civili e militari, imponendo che non siano allontanati dalle rispettive amministrazioni coloro che riportano condanne penali per reati dolosi non superiori a 2 anni di reclusione, ha totalmente smarrito il senso della giustizia e del bene pubblico.
Retorica e demagogia sono le sole armi che la politica, compatta, utilizza per contrastare la devianza criminale. In un Paese in cui il comandante dei reparti speciale dei carabinieri rimane al suo posto benché rinviato a giudizio e processato per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, non avendo ritenuto il Comando generale del1’Arma di doverlo sospendere per lo meno dal grado e dalle funzioni di comando in attesa dell’esito processuale, parlare di lotta alla criminalità è fuorviante, ingannevole, mendace.
Là dove Stato e regime raggiungono l’apice della spudoratezza è nel vantare la propria politica penitenziaria, presentata come la più civile e la più idonea a favorire la “rieducazione” del condannato ed il suo recupero sociale.
In teoria, la “rieducazione” del detenuto dovrebbe rappresentare il mezzo con il quale si dovrebbe pervenire al suo reinserimento nella società civile.
I primi ad impegnarsi nel recupero sociale dei condannati, attraverso un processo rieducativo in carcere, sono stati i tedeschi negli anni Trenta.
Nella Germania hitleriana nasce e si sviluppa un’azione di recupero dei rei, non ritenuti in blocco perduti per la società, incapaci di ritrovare la via dell’onestà, destinati a vivere per sempre come reietti, emarginati fino alla morte dal vivere civile.
Il Terzo Reich riteneva che gli uomini, a prescindere dalla quantità dei reati commessi e dalla loro qualità, fossero in grado di recuperare la loro dignità perduta nel corso del1’espiazione della pena che non era, di conseguenza, finalizzata a se stessa per trasformarsi in un metodo rieducativo suscettibile di consentire al condannato di riscoprire i valori perduti e traditi.
Molto realisticamente, però, i tedeschi dividevano i condannati in tre categorie: i “recuperabili”, i “difficilmente recuperabili”, gli “irrecuperabili”, riconoscendo con questa suddivisione che esistono uomini per i quali la commissione dei reati è fisiologica, per i quali non esiste la redenzione civile e morale perché sono e saranno sempre delinquenti per i quali è inutile prodigarsi in sforzi “rieducativi” lasciando che sia la pena a costituire l’unico deterrente, se possibile, per scoraggiarli dal proseguire sulla via del crimine.
Le teorie germaniche sulla “rieducazione” del reo approdano negli Stati Uniti negli anni Cinquanta e, infine, in Italia, negli anni Settanta, per estendersi a buona parte dei paesi europei.
In. Italia, la criminalità è sempre vista come frutto dell’emarginazione sociale, della povertà, della disoccupazione, dell’educazione famigliare sbagliata perché autoritaria e violenta ecc. ecc.
Nell’unico paese europeo in cui esiste una sub-cultura criminale che informa di se milioni di persone in tutto il territorio nazionale, o forse proprio per questo, si è ritenuto opportuno cancellare la nozione del “delinquente” per sostituirla con quella dell’“uomo che sbaglia”, perché “vittima della società”, indotto all’errore da una società, ingiusta nei suoi confronti.
Lo Stato e la politica, complice una stampa puntualmente prona ed asservita, ha quindi proclamato che tutti i rei sono rieducabili, dal mafioso al pedofilo, dal camorrista allo stupratore, dal ladro al truffatore.
Per le “vittime della società”, lo Stato ed il regime hanno di conseguenza, varato leggi premiali e approntato strutture finalizzate alla loro “rieducazione” ed al loro recupero sociale.
All’interno degli istituti di pena, sono quindi apparsi educatori e psicologi, esperti in criminologia e psichiatria, che devono “osservare” il condannato, parlare con lui, comprendere le motivazioni che lo hanno indotto a compiere il reato e condurlo sulla via della redenzione e del riscatto sociale.
Tutto questo idilliaco progetto si basa sul presupposto che i carcerieri italiani siano, sul piano morale ed intellettuale, superiori ai loro carcerati, siano cioè in grado di imporsi sui condannati con la forza dell’esempio, della correttezza, del rispetto delle leggi, della probità e dell’onestà.
Il presupposto è falso, inventato di sana pianta dall’apparato di propaganda del regime che accredita per oro ciò che è piombo, per reale ciò che è solo fantasia.
A prescindere dall’onestà personale degli oltre cinquantamila secondini italiani che lavorano in quella che l’amministrazione più corrotta dello Stato, tutti, nessuno escluso, ragionano come la feccia dei loro custoditi.
Il “sentire malavitoso” dei secondini che agiscono, parlano, pensano e si comportano da delinquenti rappresenta il primo ed insormontabile ostacolo ad un processo rieducativo all’interno degli istituti di pena.
I secondini, difatti, ammirano e rispettano i condannati “duri”, “irriducibili”, quelli che “non cambiano”, che si mantengono fedeli ai loro “valori” e che, meritano, di conseguenza, di essere trattati bene, favoriti in tutto, primo nella concessione dei benefici di legge, perché i “bravi ragazzi” se li meritano.
Al contrario, osteggiano coloro che “cambiano”, i ‘deboli’ che si fanno indurre dalla durezza delle condizioni detentive a modificare il loro comportamento.
Infieriscono, poi, in tutti i modi contro coloro che “collaborano con la giustizia” o sono sospettati di farlo o di valerlo fare. Fino al punto che la stampa asservita e servile deve tacere sui processi a carico dei secondini che hanno massacrato di botte i “pentiti”, senza altra motivazione che esserlo.
In un mondo del genere, dove essere “bravi ragazzi” ovvero delinquenti è una scelta obbligata per vivere meglio ed uscire prima, la “rieducazione” si riduce ad un esercizio di simulazione, ad una recitazione che trasforma i condannati in attori, spesso consumati, certo più abili dei tanti che calcano le scene dei teatri italiani.
Grottesco e del tutto inutile è il ruolo rivestito dagli “esperti” civili che si limitano ad incontrare i detenuti tre o quattro, per raccogliere i dati anagrafici e sentirsi dire che hanno “compreso” gli errori fatti, che aspirano a reinserirsi nella società civile, ad avere un lavoro e dedicarsi alla famiglia.
L’“osservazione” è questa, nient’altro che questa, accompagnata dal giudizio dei secondini che, immancabilmente, sul conto del detenuto si limitano ad affermare che è un “bravo ragazzo”, “educato e rispettoso” nei loro confronti, ovviamente.
Ed è in questo modo che ad Opera hanno ritenuto avviato sulla via della “redenzione” e del “recupero sociale” un tale Mantovani, condannato per omicidio e rapina, al quale sono stati concessi i permessi premiali e la semi-libertà durante i quali costui ha ucciso cinque giovanissime donne.
Non un battito di ciglia, uno scrupolo morale, una crisi di coscienza, ha turbato i secondini e gli “esperti” di Opera dinanzi ai cadaveri di cinque ragazze che avrebbero potuto avere la loro vita con le sue gioie ed i suoi dolori, se loro non avessero ritenuto Mantovani un “bravo ragazzo” sempre cosi “educato e rispettoso” da meritare fiducia e libertà.
Un’alzata di spalle, la considerazione tipica dei malavitosi, “tutti possono sbagliare, no?”, e la vita continua nel carcere di Opera insieme all’opera di ‘rieducazione’ dei condannati, meglio se “bravi ragazzi “, se “innocenti” incastrati dai pentiti, se “uomini d’onore”, come chiamano con orgoglio i mafiosi infami che custodiscono con la necessaria deferenza.
Quanti sono gli italiani uccisi da detenuti in permesso premiale, semi-libertà, affidamento in prova al servizio sociale ecc.?
Le cifre non si conoscono. Il ministero della Giustizia non le rende pubbliche, nessuno le chiede perché non interessano. Una cifra risalente ad una quindicina di anni fa indicava in oltre 1.200 i morti, ammazzati da chi stava teoricamente scontando la sua pena. Oggi sono molti di più.
Il sangue innocente ed il dolore non scuotono l’indifferenza dei politici e dei carcerieri dal “sentire mafioso”, ma la richiesta di un risarcimento dei danni avrebbe il potere di preoccuparli e di obbligarli ad avere maggiore attenzione nella concessione dei benefici ai “bravi ragazzi” che simulano con disinvoltura ravvedimenti e redenzioni.
Così come i mafiosi che temono di perdere i loro beni ed i loro soldi, anche lo stato criminale e mafioso sarebbe disponibile a rivedere le sue ignobili leggi e la loro, altrettanto ignobile, applicazione se fosse costretto a sborsare miliardi per risarcire le vittime dei delitti commessi da detenuti affidati alla sua custodia e liberati senza alcun criterio che non sia quello di quanto sono “educati” e “rispettosi” nei confronti dei carcerieri dai quali nulla li distingue se non le funzioni.
Se ardua e lunga nel tempo appare la rieducazione dei secondini, facile e breve può essere il cammino per indurre lo Stato ed i suoi rappresentanti in carcere ad essere più cauti e prudenti nella rimessa in libertà di delinquenti che in carcere e dal carcere hanno tratto motivazioni per essere più determinati e spietati di quanto lo fossero quando vi sono entrati la prima volta.
Ed obbligare lo stato a risarcire le sue vittime, a riconoscere le sue responsabilità nei confronti di una collettività tradita e derisa appare tanto più urgente quanto più le parole d’ordine della politica sono: “depenalizzare”, “non incarcerare”, “abbassare le pene”, creare “pene alternative”.
Non è difficile obbligare i pavidi giudici italiani a prendere atto che l’“osservazione” e la “rieducazione” in carcere sono parole prive di contenuto reale, spot pubblicitari di uno stato e di un regime che vive e si alimenta di menzogne incurante del dolore e delle ferite mortali che infligge ad una popolazione che non riesce a trovare il modo, più che la forza, di ribellarsi all’infamia di un potere statuale politico e omicida.

Non ancora, almeno.

Vincenzo Vinciguerra

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