12 DICEMBRE 1969: STATO
D'EMERGENZA
La notizia è ufficiale. La Nato ha autorizzato l’Italia a costruire
una portaerei con una spesa di migliaia di miliardi e con finalità
che nessuno ha spiegato. La ragione è semplice: si avvicina il
giorno in cui gli Stati uniti e la Nato avranno bisogno di italiani
da far ammazzare per i loro interessi, fuori dal bacino del
Mediterraneo. E, previdenti come sono, si sono preoccupati di
fornire ai contingenti militari italiani quel supporto aeronavale
che gli è sempre mancato. Con magnanimità hanno quindi ‘concesso’ ai
nostri imbelli governanti di sinistra il compito di spendere una
fortuna per costruire una portaerei che all’Italia non serve, ma a
loro sì. Ora ci paghiamo la portaerei, domani le bare per i nostri
soldati morti per Washington. E’ sangue italiano quello che si
preparano a versare. E non è la prima volta, anzi si può dire che è
vecchia consuetudine questa di far pagare agli italiani un tributo
di sangue da parte di Stati uniti ed Alleanza atlantica.
Cominciarono, ricordiamolo, sparando sui militanti ed i
simpatizzanti del Pci che manifestavano la loro disapprovazione
verso la Nato negli anni Cinquanta. La ‘Celere’ di Alcide De Gasperi
e di Mario Scelba ne ha mietute di vittime pur di affermare la
legittimità della Nato e della nostra adesione all’alleanza che
doveva garantire il regime democristiano per i secoli a venire.
Tanti sono stati i morti, ma non abbastanza per essere ricordati
oggi da Walter Veltroni e Massimo D’Alema.
Poi ce ne sono stati altri di morti. Tanti, ma non sufficienti per
indurre qualcuno a cercare verità e giustizia. Sono i morti della
‘strategia della tensione’. Questi non dimenticati, ma vilipesi da
un regime che è impegnato ancora oggi a spacciarli come vittima del
‘terrorismo’ che, però, non è stato eversivo bensì atlantico,
colorato a stelle e strisce.
Mentono già sulla data d’inizio della ‘strategia della tensione’.
Raccontano che iniziò il 12 dicembre 1969, con il massacro di piazza
Fontana, all’interno della Banca dell’agricoltura. Invece, il 12
dicembre 1969 rappresentò solo una tappa, fondamentale è vero, di
una strategia che si concluderà solo agli inizi degli anni Ottanta,
sul piano operativo, ma continuerà ad essere attuata sul versante
del depistaggio e della negazione della verità fino ad oggi. E
continuerà ad esserlo fino a quando non si riuscirà a tagliare i
fili con i quali i burattinai del mondo fanno muovere le italiche
marionette di destra, di centro e di sinistra.
Sulla strage di piazza Fontana si indaga ufficialmente da
trent’anni. La prima pista fu quella ‘anarchica’, seguita dalla
magistratura romana; la seconda fu quella rappresentata dalla
‘cellula nera’ di Padova, percorsa dalla magistratura veneta; la
terza fu quella del connubio ‘nazi-anarchico’, esaminata nel
processo di Catanzaro; la quarta fu quella limitata alle sole
persone di Stefano Delle Chiaie e Massimiliano Fachini, conclusasi
con le loro assoluzioni con formula ampia; la quinta e ultima, è
quella del gruppo ordinovista veneto dei Maggi e dei Zorzi.
La certezza, sempre affermata dalla magistratura, è stata quella
dell’attacco eversivo allo Stato, una strage contro lo Stato. Solo
nell’istruttoria diretta dal giudice Guido Salvini ha fatto la sua
apparizione la contrapposizione fra i blocchi, la ‘guerra fredda’,
il ruolo dei servizi segreti americani ed israeliani, il problema
greco, la tesi insomma che la strage del 12 dicembre non fu fatta
contro lo Stato ma fu il frutto di una logica bellica internazionale
che, in definitiva, lascia comunque lo Stato italiano ed il suo
regime al di fuori dell’azione, colpevole di omissione resa
obbligata dal suo stato di sudditanza nei confronti degli alleati
atlantici e statunitensi.
E’ un passo in avanti. Una verità parziale che, forse, è il massimo
che si poteva avere da un magistrato della repubblica che, per forza
di cose, le sue indagini le deve svolgere con ufficiali e funzionari
che appartengono a quegli apparati di sicurezza e di polizia che da
sempre occultano la verità e che sono quindi anch’essi limitati
nella loro azione investigativa, circoscritta alla ricerca degli
autori materiali degli attentati stragisti. Un passo più un là e
cambiano ufficio o, se occorre, mestiere.
Ma la verità sulla strage di piazza Fontana è stata detta, ormai,
più volte ma è stata seppellita sotto montagne di documenti
processuali, rapporti di polizia, memorie difensive, dichiarazioni
di politici e articoli giornalistici tutti concentrati sugli autori
materiali la cui identificazione e condanna dovrebbe rappresentare
il raggiungimento della verità. Così dicono, anche se la realtà li
smentisce.
Gli attentati del 12 dicembre 1969 sono stati il punto di arrivo di
una operazione che doveva concludersi con la proclamazione dello
stato d’emergenza, la sospensione delle garanzie costituzionali, la
posta fuorilegge del Pci o comunque la imposizione di pesantissime
restrizioni alla sua azione politica tali da precludergli per sempre
la possibilità di allargare ulteriormente i propri consensi
elettorali. L’operazione parte, cioè, dallo Stato e dalla sua classe
politica anticomunista, attestata su uno schieramento che andava da
frange del Partito socialista al Msi e gruppi ad esso collegati,
sostenuti da forze internazionali rappresentate dalla Nato, dagli
americani e dagli israeliani.
Si è sempre affermato che il convegno organizzato dallo Stato
maggiore dell’Esercito e dal Sid, a Roma nel maggio 1965,
dall’istituto ‘Alberto Pollio’ rappresenta la visualizzazione della
strategia anticomunista, il preannuncio della ‘strategia della
tensione’ dato dai tecnici, tutti legati al servizio segreto
militare, della controrivoluzione; ma non si è indagato su quanto
costoro, quelli politicamente più impegnati, hanno fatto
successivamente, se cioè le affermazioni teoriche sono state seguite
dai fatti, come difatti è avvenuto.
Nel giugno 1965, un mese dopo la conclusione del convegno
dell’istituto Pollio, a Roma si riuniscono Nicola Romeo, Piera
Gatteschi, Pier Francesco Nistri, Nino Del Totto, Stefano Delle
Chiaie, Pino Rauti e ‘Lillo’ Sforza Ruspoli che costituiscono il
‘Comitato italiano per l’Occidente’ che si propone di “approntare
elenchi di combattenti e giovani pronti a fornire un italiano
anticomunista per ogni comunista italiano che vada a rafforzare i
rossi in qualsiasi parte del mondo”. Ci sono tutti, come si vede: i
rappresentanti del Msi, quelli di Ordine nuovo ed Avanguardia
nazionale, ‘moderati’ ed ‘estremisti’. E’ il volto di una destra
unita, compatta, che lancia un segnale preciso sul piano
internazionale, ad interlocutori intuibili sebbene non ancora
smascherati, per porre al loro servizio i ‘camerati’ italiani da
contrapporre ovunque ai ‘compagni’ che militano nel Pci. Sono gli
anni della parola d’ordine “La mia patria è la mia idea”. Uno
straniero anticomunista, sia esso americano, negro, israeliano è un
amico, l’italiano comunista è il nemico da combattere. La destra
supera così il nazionalismo, lo ripudia nei fatti, occultando la
svolta dietro la suggestiva invocazione di “Italia, Italia” che
rimane come un mero slogan capace di entusiasmare la massa dei
simpatizzanti ignari.
Ma se la destra presenta un volto unitario ai suoi interlocutori
esteri, all’interno rimane ufficialmente frammentata, impegnata
com’è a contrastare la leadership del segretario nazionale del Msi,
Arturo Michelini, per favorire l’ascesa di Giorgio Almirante. Una
frammentazione sui generis, perché nei fatti le varie componenti
della destra italiana si sostengono a vicenda e insieme partecipano
a manifestazioni e provocazioni. Ancora il 12 aprile 1965, a Roma,
contestano tutti insieme, missini ordinovisti ed avanguardisti,
Ferruccio Parri che era stato chiamato a svolgere una conferenza
nella facoltà di Storia contemporanea all’Università. I volantini li
distribuisce Avanguardia nazionale per i giovani a “dire basta ai
rinnegati che ancora oggi celebrano la vittoria di quegli eserciti
che permisero d’instaurare il più infausto sistema di governo che la
nostra storia ricordi!…”. La firma però è congiunta “Avanguardia
nazionale. Iniziativa rivoluzionaria. Msi (via del Pantheon, 57)”.
Poi, per meglio servire gli interessi di quegli “eserciti
stranieri”, la destra attua una manovra diversiva e fa ufficialmente
scomparire dalla scena pubblica la formazione ‘oltranzista’ guidata
da Stefano Delle Chiaie. Avanguardia nazionale si inabissa in
ossequio alle direttive ricevute lasciando campo libero a Ordine
nuovo ed al Movimento sociale. Organizzazione di servizio,
Avanguardia nazionale passa a compiti operativi occulti, lasciando
alle altre due lo svolgimento di attività ufficiali e palesi.
Fallito, per il solito voltafaccia di Giorgio Almirante, l’obiettivo
di riconquistare la leadership del Msi spodestando Arturo Michelini
dalla segreteria nazionale durante il congresso di Pescara (12-14
giugno 1965), si passa ad una ‘guerra di lunga durata’ da condurre
in modo clandestino. Il piano è unitario. Lo prova una nota
riservata della divisione Affari riservati del ministero degli
Interni, datata 3 agosto 1965: “I gruppi della sinistra del Msi
(quelli che fanno capo ad Almirante, ndr) d’intesa con le
Federazioni combattenti della Repubblica sociale italiana e delle
associazioni d’arma della ‘Milizia’ e degli ‘Arditi’, sarebbero
intenzionati a dare vita ad organismi cosiddetti occulti, costituiti
da gruppi composti da 5 elementi denominati ‘Giovani arditi’…La
strutturazione frazionistica dei ‘gruppi’ ha, appunto, lo scopo di
evadere la vigilanza della polizia. La presidenza di tale
organizzazione dovrebbe essere affidata al principe Borghese”.
Siamo nel 1965, ma il moderato principe Junio Valerio Borghese,
amico di James Jesus Angleton e di Umberto Federico D’Amato, si pone
già a capo di quel movimento sotterraneo che gli apparati di
sicurezza dello Stato, in collaborazione con quelli alleati, stanno
attuando a destra, per creare i presupposti di un intervento
politico-militare visto come l’unico mezzo in grado di bloccare la
politica di centrosinistra e, con essa, la sicura avanzata
elettorale del Pci. Lo conferma un appunto inviato dal colonnello
Adriano Magi Braschi, relatore al convegno organizzato dall’istituto
‘Alberto Pollio’, al generale Giuseppe Aloja, il 2 ottobre 1965,
riferendo le conclusioni alle quali è pervenuta l’Associazione del
trattato atlantico (Ata): “Se la minaccia militare si è attenuata, è
cresciuta per contro quella della sovversione interna” e quindi alla
minaccia sovversiva va contrapposta un’azione unitaria ordinata ed
efficace di tutta l’Alleanza atlantica”.
E in questo ambito, con questo fine, si muove compatta la destra
italiana.
Gli informatori trasmettono agli apparati di sicurezza dello Stato
le notizie che raccolgono, forse non del tutto consapevoli che
l’azione unitaria della destra italiana è coordinata proprio dai
loro interlocutori istituzionali, le trasmettono agli uffici di
competenza. E i dirigenti di questi ultimi fanno la cosa più logica:
archiviano. Non hanno difatti movimenti sovversivi sui quali
indagare e contro i quali scatenare la forza repressiva dello Stato.
Hanno fedeli esecutori di ordini da coprire perché possano agire
indisturbati nella loro battaglia contro la “minaccia sovversiva”.
Così, cade nell’oblio la nota informativa del 3 ottobre 1967 sul
conto di Avanguardia nazionale che “all’inizio del 1966 cessò ogni
attività, per asseriti movimenti finanziari e per l’uscita da esso
di numerosi elementi. Successivamente Stefano Delle Chiaie -continua
la nota- che ne era stato il presidente, ha continuato però a
riunire attorno a sé un gruppo di giovani fidati, adoperandosi in
ogni modo per ingrossarne le file onde attuare un suo vecchio
proposito di dar vita ad un’organizzazione nazionalistica
clandestina”. E segue una lista di nomi che ritroveremo puntualmente
negli anni a venire negli oscuri eventi della ‘strategia della
tensione’, insieme al preannuncio di attentati che “dovrebbero
essere effettuati, contemporaneamente, in vari centri come Roma,
Firenze, Genova, Milano, Bolzano, Trieste e Napoli”. Viene sepolto
in fretta anche un promemoria del 18 dicembre 1968 che, sempre su
Avanguardia nazionale, dice che i suoi esponenti “sarebbero stati in
contatto con Ufficiali dell’Arma dei carabinieri ed avrebbero preso
accordi che in caso di necessità l’A.n.g. avrebbe dovuto costituire
la cosiddetta protezione civile…Verso la fine del 1964 –prosegue la
nota- l’A.n.g. fu sciolta per riformarsi dopo brevissimo tempo in
maniera totalmente diversa” con lo scopo di “far scomparire
ufficialmente un’organizzazione estremista e nello stesso tempo
ricostituirla segretamente con persone selezionate e veramente
fidate”. Con corsi di addestramento teorici e pratici all’uso delle
armi e degli esplosivi, “nell’estate del 1965” condotti “da un ex
ufficiale francese della legione straniera”.
La strage del 12 dicembre 1969 è ancora lontana, ma i presupposti
sono stati creati.
La destra italiana supera le beghe interne fra i vari dirigenti
derivanti da smania di protagonismo personale e divergenze tattiche,
per condurre innanzi la sua strategia unitaria. Il principe Junio
Valerio Borghese s’impegna pubblicamente nella difesa
dell’italianità dell’Alto Adige, mentre i vertici del Msi mettono a
disposizione del Sifar uomini per fare attentati in Austria,
Borghese parla a Roma ad una manifestazione del ‘Comitato tricolore’
in difesa dell’Alto Adige, presenti numerosi ufficiali delle Forze
armate, il 26 settembre 1966, e il confidente Armando Mortilla può
segnalare alla divisione Affari riservati del ministero degli
Interni qualche settimana più tardi, il 17 ottobre 1966, che Arturo
Michelini lo ha “mobilitato” per favorire il rientro nel partito
delle formazioni extraparlamentari, possibilità che Pino Rauti non
respinge ma subordina a “una pubblica presa di posizione
dell’esecutivo nazionale” del Movimento sociale, come un’altra nota
informativa del 18 ottobre 1966 sottolinea.
Le nette divergenze, addirittura le contrapposizioni che gli storici
italiani hanno visto nella destra italiana, fra Movimento sociale e
le formazioni extraparlamentari non sono mai esistite. Ci sono state
questioni di forma non di sostanza, contrasti personali, lotta per
la leadership mancando una figura carismatica in grado di imporsi su
tutti, ma l’azione politica è concorde in tutti i suoi aspetti,
soprattutto in quelli clandestini dove l’interesse della destra si
salda con quello dello Stato e dei partiti anticomunisti contro i
quali fa pubblicamente politica di opposizione.
Non si può prescindere dalla valutazione della strategia unitaria
della destra in tutte le sue componenti, se si vuole accertare la
verità sull’operazione che si è conclusa a Milano e a Roma il 12
dicembre 1969. Le formazioni politiche extraparlamentari sono
collegate fra loro e tutte insieme con il Msi che, a sua volta,
garantisce le coperture istituzionali, e cura in parallelo i
rapporti con i partiti esteri compresi gruppi operativi come l’
‘Aginter Press’ di Yves Guerin Serac.
Se dal 1965 Avanguardia nazionale scompare come formazione politica,
un suo dirigente, il calabrese Antonio Benefico è stabilmente
inserito nel direttorio nazionale di Ordine nuovo, a conferma di un
patto fra i due gruppi che rende, inoltre, quello diretto da Stefano
Delle Chiaie subalterno a Pino Rauti. E le ragioni sono evidenti
visto che è Pino Rauti l’uomo che ha libero accesso allo Stato
maggiore dell’Esercito e della Difesa, nonché ai vertici del
Sifar-Sid. Non mentiva quindi, l’avanguardista Paolo Pecoriello
quando nel suo memoriale indirizzato al giudice istruttore di Torino
Luciano Violante, affermava che Ordine nuovo ed Avanguardia
nazionale “non operano mai in posizione di rivalità, anzi si può
dire senz’altro che quasi sempre collaborano”.
I rapporti fra Ordine nuovo e Movimento sociale italiano sono
costanti, nonostante i contrasti e le divergenze con il segretario
nazionale Arturo Michelini. Abbiamo visto come Ordine nuovo non sia
rientrato nel Msi nel 1966 solo perché l’invito non venne fatto
pubblicamente dall’esecutivo nazionale del partito. Anche in questo
caso emerge la figura di un agente di collegamento, in grado di
mediare fra la segreteria nazionale del Msi e i vertici di Ordine
nuovo: Giulio Maceratini. Il 14 gennaio 1967, Maceratini partecipa
ufficialmente ad un convegno organizzato dal Fuan, l’organizzazione
universitaria del Msi, a Perugia. Del resto ne fa parte. Nessun
provvedimento di espulsione è mai stato assunto nei suoi confronti.
A Maceratini viene affidato il compito di appianare i contrasti che
insorgono ogni tanto e sempre a lui, Pino Rauti affida il compito di
mantenere i collegamenti con Junio Valerio Borghese, altro esponente
del Msi, partito di cui è stato presidente.
Perfino, dopo che in opposizione ad Arturo Michelini, Pino Rauti,
Junio Valerio Borghese e la Federazione nazionale combattenti della
Rsi hanno organizzato per le elezioni politiche del 19 maggio 1968
una ‘campagna per la scheda bianca’ e che, il 13 settembre 1968, è
stato ufficialmente costituito il Fronte nazionale, il Movimento
sociale italiano non ritiene opportuno allontanarlo dal partito. Il
28 ottobre 1968, difatti, il comitato centrale del Msi decide di non
adottare provvedimenti disciplinari a carico del comandante della
Decima Mas ma di svolgere opera di propaganda interna per
neutralizzare la sua influenza sulla base giovanile del partito.
E’, quindi, un militante del Msi che guida il Fronte nazionale, non
un estraneo e tantomeno un nemico del partito di Giorgio Almirante.
E naturalmente, il rapporto tra il missino Junio Valerio Borghese ed
i vertici di Ordine nuovo viene in quel periodo formalizzato con
l’inserimento di Giulio Maceratini e Rutilio Sermonti nel direttivo
del Fronte nazionale, come informa premurosamente il Viminale una
‘fonte confidenziale’ ben introdotta nell’ambiente ‘golpista’ il 25
novembre 1968.
Un sodalizio quello tra il Fronte nazionale e Ordine nuovo, fra
Junio Valerio Borghese e Pino Rauti che s’interromperà solo
nell’autunno del 1970, a causa di contrasti sulla spartizione dei
finanziamenti che giungevano al gruppo. Nel dicembre 1969 il
rapporto Borghese-Rauti era solidissimo e pienamente operante,
specie dopo che la segreteria nazionale del Msi era tornata nelle
mani di Giorgio Almirante e che, quindi, Pino Rauti aveva potuto
compiere il passo del rientro, reso necessario a suo dire dalla
previsione che “bisognava aprire l’ombrello” (ottobre 1969) per
cautelarsi dinanzi agli eventi che stavano maturando, con il suo
concorso ovviamente.
Nell’autunno 1969, a destra esistono solo due grandi gruppi
politici: una formazione parlamentare rappresentata dal Msi di
Giorgio Almirante, ed una formazione extraparlamentare diretta dal
missino Junio Valerio Borghese, il Fronte nazionale. Il dualismo è
perfetto: la struttura legale e quella clandestina. Ordine nuovo è
rientrato ufficialmente nel partito il 14 novembre 1969, Avanguardia
nazionale non esiste più dal 1965, le piccole formazioni esistenti
ancora, tipo ‘Europa Civiltà’ fanno comunque riferimento al Fronte
nazionale, come la ‘Costituente nazional rivoluzionaria’ di Giacomo
De Sario.
Ma non c’è solo il volto unitario della destra italiana, in
quell’autunno del 1969 da riscoprire e rivalutare oggi, c’è anche il
raccordo con gli apparati dello Stato che costituiscono la cinghia
di trasmissione fra il potere politico nazionale ed internazionale e
la stessa destra.
Pino Rauti, è noto, è ben inserito negli ambienti militari e di
sicurezza italiani. Meno noto è il fatto che Edgardo Beltrametti,
altro protagonista della ‘strategia della tensione’ inserito come e
forse meglio di Rauti negli ambienti militari e dei servizi segreti
era un ex componente del comitato centrale del Msi e, quel che più
conta, era amico di famiglia di Massimiliano Fachini, esponente del
Movimento sociale italiano a Padova, che poteva così contare su un
rapporto diretto con i vertici del Sid per i quali Beltrametti
lavorava.
E, poi, c’è Guido Giannettini. Dirigente del Movimento sociale
italiano, l’ ‘agente Zeta’ del Sid è un altro elemento di raccordo
fra i vertici del Msi e quelli dei servizi di sicurezza. Sarà con la
qualifica di corrispondente del “Secolo d’Italia”, il quotidiano del
Msi, che Giannettini potrà recarsi in Jugoslavia al seguito di
Giuseppe Saragat per assolvere compiti assegnatigli dal Sid, il 6
ottobre 1969. L’operazione che porterà a piazza Fontana è ormai
sulla dirittura d’arrivo e il giornalista missino Guido Giannettini
è elemento di raccordo fra l’alto e il basso, fra gli ideatori
dell’operazione ed i suoi esecutori materiali. E’ lui a conoscere
Giorgio Freda, già nel 1964, lo stesso anno in cui fa la conoscenza
con Yves Guerin Serac, l’interlocutore preferito sul piano
internazionale di Pino Rauti. E’ Giannettini che porta ordini,
compila falsi rapporti informativi per facilitare l’infiltrazione a
sinistra, che gira per conto del Sid in lungo e in largo con la
copertura offertagli dal Msi. Ma non è il solo a manovrare il gruppo
padovano di Freda e Fachini.
Un buon rapporto con loro ce l’ha anche Adriano Romualdi, figlio di
Pino Romualdi, punto di riferimento stabile di Avanguardia nazionale
all’interno del Msi. Lo prova la lettera, intestata al “caro
Ventura”, che Adriano Romualdi invierà il 6 giugno 1970 all’editore
trevigiano a conferma di un rapporto diretto e personale
preesistente al 12 dicembre 1969. Un altro punto di riferimento,
questo per l’organizzazione di Stefano Delle Chiaie, è il
parlamentare missino Cesare Pozzo, ottimo amico dei fratelli De
Felice, felicemente dimorante a Padova e ancora più felicemente
escluso a priori da ogni indagine giudiziaria sugli eventi del 12
dicembre 1969. Mentre è agli atti la deposizione del missino Dario
Zagolin, confidente dei servizi segreti italiani, resa il 29 giugno
1983, sui rapporti tra Freda e Ventura da un lato, e Delle Chiaie e
Merlino dall’altro.
Al vertice come alla base, quindi, sono riscontrabili i rapporti
intercorsi dalla metà degli anni Sessanta fra tutti coloro che
saranno i protagonisti della ‘strategia della tensione’ di cui la
strage della Banca dell’agricoltura è stata il fatto più clamoroso
ma non il solo. Solo che nessuno, sul piano giudiziario come su
quello giornalistico e politico, ha mai voluto prendere in esame la
sola, logica spiegazione degli eventi del 1969, e cioè che le stragi
previste per quel giorno e fortuitamente ridotte a una sola dovevano
servire per giungere alla proclamazione dello stato di emergenza.
L’avessero almeno valutata, questa ipotesi, si sarebbero accorti che
la ramazzaglia dei Freda e Ventura, a Padova, Delle Chiaie e Merlino
a Roma, Maggi e Zorzi a Venezia, lo stesso Guido Giannettini non
avrebbero avuto una sola motivazione valida per compiere gli
attentati del 12 dicembre 1969.
Il sospetto più che fondato è proprio quello che invece, specie i
magistrati, hanno ben compreso cosa si nasconde ancora dietro la
strage di piazza Fontana e da 31 anni sono impegnati a non far
emergere la verità, certi che nessuno vorrà mai contraddirli e porli
dinanzi alle incongruenze clamorose delle loro inchieste.
Il Fronte nazionale del missino Junio Valerio Borghese nasce
ufficialmente il 13 settembre 1968. I suoi rapporti con Ordine nuovo
diretto dal giornalista del quotidiano democristiano di Roma “Il
Tempo”, Pino Rauti, risalgono a prima, alla primavera del 1968,
quando insieme conducono la campagna per la ‘scheda bianca’.
Cos’è il Fronte nazionale? Lo dice a chiare lettere una nota
informativa del Sid del 9 agosto 1970: “Il Fronte nazionale è stato
più volte segnalato come organizzazione per attuare un colpo di
Stato; ha delegati provinciali in diverse città; è collegato con
Ordine nuovo e Avanguardia nazionale; è ritenuto il sodalizio più
idoneo per influenzare in proprio favore le forze armate e di
polizia”. Sono trascorsi otto mesi dalla strage di piazza Fontana,
ma sono passati quasi due anni dalla data della sua ufficiale
costituzione, e il Sid può scrivere che il Fronte nazionale è stato
“più volte segnalato” come gruppo predisposto per attuare “un colpo
di Stato”. Sarebbe ingenuo pensare che le altre segnalazioni,
precedenti al 9 agosto 1970, siano pervenute al servizio segreto
militare solo a partire dal 1 gennaio 1970, quasi che fino a quella
data il gruppo eterogeneo diretto da Junio Valerio Borghese non
avesse svolto alcuna attività politica.
E, difatti, cosa fosse e cosa intendesse fare il Fronte nazionale,
espressione eterogenea di una destra omogenea al servizio del potere
democristiano ed atlantico, era noto da tempo.
Il 19 marzo 1969 si svolge a Viareggio, preso l’hotel Royal la prima
manifestazione pubblica del Fronte nazionale. Il Sid annota che
“l’unico accenno di interesse è quello fatto da Borghese in merito
alle Forze armate che, secondo il presidente del Fronte, non
avrebbero fatto mancare il loro appoggio nella lotta al comunismo”.
L’11 maggio 1969, il Sid relaziona sulla riunione fra Borghese e gli
armatori genovesi, il 12 aprile 1969: “Il comandante Borghese, ne
corso di una riunione con esponenti del mondo armatoriale genovese,
ha deciso la costituzione di ‘gruppi di salute pubblica’ per
contrastare –anche con l’uso delle armi- l’ascesa al potere del
Pci”.
Il 16 giugno 1969, ancora il Sid registra: “Un esponente del Fronte
nazionale ha informato alcuni dirigenti della Società metallurgica
italiana (Smi) che il movimento ha in programma di attuare nel
periodo da giugno a settembre 1969 un colpo di Stato per porre fine
alla precaria situazione politica che travaglia la vita del Paese.
L’uomo di Borghese vorrebbe trattare l’acquisto di munizioni
prodotte negli stabilimenti della Smi ma riceve un netto rifiuto”.
Il 30 settembre 1969, il Sid registra il discorso fatto da Prospero
Colonna ad un ufficiale al quale “nel dirsi certo della riuscita del
colpo di Stato”, aggiunge che Junio Valerio Borghese ha studiato un
piano di “provocazione” con una serie di grossi attentati
dinamitardi per fare in modo che l’intervento armato di destra possa
verificarsi in un clima di riprovazione generale nei confronti dei
criminali ‘rossi’ e che “le vittime innocenti in certi casi sono
purtroppo necessarie”. E’ la tragica fotografia di piazza Fontana.
E, questa volta, il Sid si premunisce dichiarando poco attendibili
le affermazioni fatte dal principe Colonna. Una giustificazione
preventiva perché i suoi uomini insieme a quelli della divisione
Affari riservati del ministero degli Interni hanno già in mano i
timer necessari per provocare le “vittime innocenti”, ordinati
telefonicamente tale è la certezza della loro impunità.
Nel mese di ottobre del 1969, poi, Junio Valerio Borghese dopo aver
partecipato ad una manifestazione pubblica a Fiesole, dirige una
riunione “più ristretta presso il circolo forze armate di Firenze”.
Cala quindi il sipario sull’attività del Fronte nazionale. Per
fortunata coincidenza ai servizi segreti italiani non pervengono più
note informative sul conto di Junio Valerio Borghese nei mesi di
novembre e dicembre 1969. Solo nel mese di gennaio del 1970, il
questore di Lucca informa il Viminale che il principe Junio Valerio
Borghese il 14 dicembre 1969 era a Lucca dove, presente fra gli
altri Raffaele Bertoli, ha parlato di costituire “una forza
apartitica, in grado di affiancare le forze dell’ordine e della
giustizia nell’eventualità che si verificassero gravi perturbamenti
dell’ordine pubblico”.
Il principe Borghese, dopo che il governo aveva vietato la
manifestazione indetta dal Movimento sociale a Roma il 14 dicembre,
contava evidentemente su quello che avrebbe potuto succedere il
giorno successivo, 15 dicembre, a Milano dove erano previsti i
funerali delle “vittime innocenti” della strage di piazza Fontana.
L’anno finisce con un episodio clamoroso. Il 25 dicembre 1969
scompare a Roma Armando Calzolari, dirigente del Fronte nazionale il
cui cadavere verrà ritrovato solo il 28 gennaio 1970, annegato in
mezzo metro d’acqua insieme al suo cane. Tutti collegheranno, al di
fuori dei magistrati inquirenti, l’assassinio di Calzolari agli
eventi del 12 dicembre 1969, ma nemmeno dinanzi a questa certezza
oseranno proporre un collegamento fra il Fronte nazionale,
organizzazione predisposta ai “colpi di Stato” e la strage della
Banca dell’agricoltura di Milano.
Sanno che collegare il Fronte nazionale alla strage significa
indirizzare le indagini verso il potere politico nazionale ed
internazionale di cui il principe JunioValerio Borghese è
espressione. E non lo faranno mai, preferendo ripiegare su una
organizzazione ufficialmente inesistente, Avanguardia nazionale, e
sul suo capo, Stefano Delle Chiaie, che fingeranno essere un
indipendente, anzi ‘il capo’ che tutto dirige e dispone salvo, in un
secondo tempo, preferirgli nel ruolo Giorgio Freda, così da
occultare i volti dei capi dietro le maschere dei gregari.
Non si trattava ovviamente di un ‘colpo di Stato’ ma di creare le
condizioni per la proclamazione dello stato di emergenza. E’ ormai
certo che fu il ministero degli Interni a creare ‘Ordine nero’ negli
anni Settanta, ma non fu quella la prima ‘diversione strategica’
attuata dai vertici politici e di polizia perché ad un mese di
distanza dalla intenzione preannunciata dal principe Junio Valerio
Borghese agli industriali genovesi di creare ‘comitati di salute
pubblica’ per opporsi al comunismo, il confidente della divisione
Affari riservati, amico fraterno di Umberto Federico D’Amato, Mario
Tedeschi, direttore di “Il Borghese” e futuro senatore missino,
annuncia la costituzione dei ‘Gan’, ‘Gruppi di azione nazionale’ che
nei loro punti programmatici prevedono il sabotaggio “con tutti i
mezzi possibili” degli scioperi “organizzati dai comunisti e dai
clerico-comunisti” e soprattutto la necessità di “organizzarsi per
essere vicini ai soldati in ogni momento, nel momento tranquillo e
nel momento non tranquillo” e, ad uso e consumo degli ingenui,
conclude che “ormai chi vuol fare dell’anticomunismo sul serio deve
porsi fuori del sistema e contro il regime”. Parola d’ordine del
ministero degli Interni!
Il 7 giugno 1969, a Padova, la polizia perquisisce l’abitazione di
Eugenio Rizzato, altro ‘fascista’ di regime democristiano, che
insieme ad una pistola automatica calibro 7,65 per il cui possesso
verrà denunciato, conserva la documentazione relativa al ‘Carn’,
‘Comitato d’azione risveglio nazionale’ che oltre ad avere una
significativa assonanza nel nome con i ‘Gan’ di Mario Tedeschi e
Umberto Federico D’Amato, si propone gli stessi obiettivi. Fra i
suoi scopi, difatti, vi è “la formazione di gruppi d’assalto, pronti
a qualsiasi evenienza e disposti a qualsiasi impiego, che saranno a
tempo opportuno attrezzati in pieno assetto di guerra”. Non desta
meraviglia quindi, che il commissario di Ps Saverio Molino,
dirigente dell’ufficio politico della Questura di Padova, abbia
denunciato Eugenio Rizzato per il solo possesso illegale di un’arma
ed abbia, viceversa, inviato la documentazione sul ‘Carn’ alla
divisione Affari riservati che l’ha subito conservata in un
cassetto, perché non si poteva interferire, provocando un’azione
giudiziaria che fatalmente sarebbe finita sui giornali di sinistra,
con i piani in atto, bruciando uomini propri e dei servizi segreti
‘cugini’.
Formazioni segrete (il Carn), palesi (i Gan), extraparlamentari (il
Fronte nazionale), non sono le sole a predisporre piani per l’ora X
e ad agire perché questa possa finalmente scoccare. Il Movimento
sociale italiano recita difatti la sua parte. Il 25 maggio 1969,
Pino Romualdi scrive su “L’Assalto”: “Crediamo nell’olio di ricino e
nel santo manganello. Crediamo nella guerra civile. Poiché prima che
il comunismo arrivi al potere è chiaro che si troveranno mezzo
milione di uomini capaci di procurarsi le armi e di usarle. Nessuno
deve dimenticarlo: oggi, mutati i tempi, l’olio di ricino e il santo
manganello non basterebbero più”.
Giorgio Almirante, raggiunta l’agognata segreteria nazionale del Msi
per la morte di Arturo Michelini, è ancora più esplicito del suo
collega di partito. Ad un convegno svoltosi presso l’albergo
‘Cavallino bianco’ di Monte Terminillo dice ai convenuti che è
venuto il momento di “rovesciare l’attuale classe dirigente
italiana, incapace di garantire la sicurezza nazionale, la pace
sociale e il progresso civile”. Si potrebbe scambiarla per una
terminologia ‘golpista’ se il personaggio non fosse conosciuto come
frequentatore del ministero degli Interni.
Non c’è solo la destra ad agitare lo spettro della guerra civile e a
predicare l’urgenza e la necessità di agire per restituire
all’Italia un regime anticomunista. Il 18 luglio 1969, il sindaco
comunista di Bologna, Fanti, “rende noto il testo di una circolare
diffusa negli ambienti militari dell’Anca (Associazione ufficiali
combattentistici attivi) con sede a Bologna, secondo cui ‘la
situazione interna ci fa pensare all’eventualità che le forze armate
debbano entrare in azione per difendere la libertà democratica e la
Costituzione impedendo violenze, distruzioni, sovvertimenti…Si
tratterà di collaborare con le forze dell’ordine e di agire anzi con
quelle, se necessario, alle dipendenze di un’unica autorità”. Parole
chiare, esplicite sugli intendimenti e i propositi che animano gli
ambienti politici anticomunisti, e che hanno solo il torto di essere
pronunciate da ufficiali in congedo. Ma il 31 luglio 1969,
intervengono anche quelli in servizio permanente effettivo. Lo fanno
con una lettera inviata al generale Enzo Marchesi, capo di Stato
maggiore dell’Esercito, pubblicata sulla rivista amica del ministero
degli Interni “Il Borghese”, diretta da Mario Tedeschi. Gli
ufficiali sollecitano al loro superiore gerarchico l’ordine di
“reagire singolarmente e collettivamente, con i fatti e se
necessario con le armi, a qualsiasi aggressione, a qualsiasi offesa
alla Bandiera, all’uniforme, all’essenza spirituale e materiale
dell’organismo militare”. Parole gravi, pronunciate da ufficiali in
servizio che, però, sanno di poterle indirizzare pubblicamente al
capo di Stato maggiore dell’Esercito perché quello che sta accadendo
nei fatti è molto più grave.
Non ci sono, difatti, solo le note informative, le riunioni, le
lettere aperte, gli incitamenti a combattere con ogni mezzo il
comunismo e a rovesciare la classe dirigente perché troppo imbelle
per farlo, ci sono anche i gesti concreti, quelli che l’allarme
nell’opinione pubblica lo generano effettivamente.
Il primo attentato si verifica a Roma il 28 febbraio 1969, il giorno
successivo alla visita di Richard Nixon, al quale il Msi ha dedicato
un’intera pagina del suo giornale, “Il Secolo d’Italia” per dirgli:
“Attenzione Nixon! L’Italia si prepara a tradire gli impegni
atlantici sottoscritti con gli Stati uniti e a portare i comunisti
al potere”. Le violente manifestazioni di piazza sembrano
avvalorare, agli occhi del presidente americano, questa previsione
sul possibile cedimento democristiano al Pci probabilmente
confermata dal presidente della repubblica Giuseppe Saragat nel
corso dei loro colloqui. Qualcosa accade, quel giorno. Una direttiva
viene impartita insieme ad una rassicurazione che rende certi gli
operanti sull’avallo della Casa bianca al cambiamento interno in
Italia, alla formazione di un governo e di un parlamento in grado di
neutralizzare una volta per tutte, la lenta ma progressiva avanzata
elettorale del Pci.
E a Roma, proprio quel 8 febbraio 1969, viene compiuto un attentato
dinamitardo contro un ingresso secondario di Palazzo Madama, in via
della Dogana vecchia. Il 27 marzo successivo, un ordigno similare
viene fatto esplodere, sempre a Roma, presso il ministero della
Pubblica istruzione. Quattro giorni più tardi, il 31 marzo, ancora
nella capitale, viene compiuto un attentato contro il Palazzo di
giustizia, questa volta rivendicato con un volantino che ne
attribuisce la paternità agli anarchici. Ma non tutti ci credono.
Non l’organo di stampa del Vaticano, ad esempio, “L’Osservatore
romano” che scrive: “Il commercio degli esplosivi non è come il
commercio di ortaggi. E poiché la polizia non sta certo inattiva e
non manca di collegamenti e controlli, si deve concludere che le
iniziative sciagurate contano su una immancabile complicità o
connivenza ed omertà”. Una denuncia esplicita nei confronti degli
esecutori degli attentati e dei loro mandanti.
Anche a Padova iniziano gli attentati: contro la casa del questore,
lo studio del rettore dell’Università eccetera. Il 23 agosto 1969,
quando il pregiudicato Livio Juculano conferisce con il sostituto
procuratore Anna Maria Di Oreste rivelandole quanto sa sul conto del
gruppo padovano afferma: “…Il mandante degli attentati a Roma è il
già menzionato avvocato Freda di Padova”. Tutti hanno pensato che si
riferisse agli attentati ai treni dell’8-9 agosto 1969, ma il
pregiudicato missino sa perfettamente che non sono avvenuti a Roma,
si riferisce quindi ad altri attentati, solo che nessuno si prenderà
mai la briga di accertare quali.
Il 21 marzo 1969, Armando Cossutta responsabile dell’organizzazione
del Pci, invia alle federazioni provinciali 4 circolari per
invitarle “ad assumere misure straordinarie di sicurezza e a tenere
presente che i telefoni sono sotto controllo”. Cossutta non ha mai
spiegato le ragioni dell’allarme imposto all’apparato del partito
che aveva ragioni ben più valide che non gli attentati che, fino a
quel momento, erano stati di carattere dimostrativo ed erano diretti
contro le sedi di organismi istituzionali non contro quelle del
partito. E’ il primo segnale, non ancora pubblico, che i vertici del
Partito comunista italiano temono che stia accadendo qualcosa di
grave nel Paese, che avvertono in modo distinto la minaccia che si
sta profilando. Il secondo segnale lo lancia il quotidiano del Pci,
“l’Unità” il 7 settembre 1969 quando scrive che in Italia, dal 6
luglio 1969, è scattato l’allarme Nato con “l’approntamento di un
piano segreto, che prevede in caso di necessità la mobilitazione
delle basi militari e l’occupazione di ministeri, partiti, giornali
da parte di unità speciali dell’esercito e dei carabinieri”.
Prima del quotidiano comunista, era stato Giangiacomo Feltrinelli a
lanciare l’allarme pubblicando proprio nel mese di luglio un
libretto dal titolo “Estate 1969” con sottotitolo “La minaccia
incombente di una svolta radicale e autoritaria a destra, di un
colpo di stato all’italiana”. Non denunciano, come si vede, colpi di
stato fascisti bensì l’approntamento di piani Nato e svolte
autoritarie a destra. Nell’imminenza del pericolo, il Partito
comunista italiano non è disponibile ad inventare congiure
nazifasciste contro la democrazia degli Andreotti e dei Fanfani in
concorso con i servizi ‘deviati’ ma afferma la verità che conosce e
la pubblicizza nella speranza di evitare in extremis che l’Italia
segua la sorte della Grecia dove la Nato ha applicato, il 21aprile
1967, il ‘piano Prometeo’ generando un regime militare anticomunista
e fidato.
Ma per un partito politico che a giusta ragione si allarma e si
cautela, ce n’è un altro che predispone il proprio apparato alla
partecipazione al ‘golpe’ istituzionale con motivazioni ovviamente
opposte. Il segretario nazionale del ‘Raggruppamento giovanile
studenti e lavoratori del Msi’ invia ai propri dipendenti
periferici, il 29 ottobre 1969, un “foglio disposizioni
straordinario”: “La drammaticità –scrive- della situazione presenta
chiari sintomi preinsurrezionali, impone la mobilitazione generale e
costante di dirigenti e gregari per l’approntamento dei mezzi e
delle misure corrispondenti. Inviati del centro prenderanno contatto
diretto con i responsabili dei coordinamenti regionali per
concordare iniziative e programmi. Intanto si dispone
tassativamente: che i dirigenti provinciali siano a disposizione
delle federazioni in continuità; che stabiliscano contatto con i
coordinatori regionali e con la direzione nazionale giovanile; che
nessuna iniziativa attivistica in loco o in trasferimento deve
essere intrapresa senza preavviso o consenso della direzione
nazionale giovanile, avuto riguardo al rapporto di forze con
l’avversario, all’ambiente, agli impegni attivistici in atto
altrove. Esprimendo e disciplinando tutte le nostre energie, saremo
certamente in grado di replicare duramente all’offensiva dei
sovversivi e dare un alt al comunismo”.
Pochi giorni dopo, il 5 novembre 1969, il ministero degli Interni e
in prima persona il suo titolare, Franco Restivo, registrano che
appartenenti al ‘Raggruppamento giovanile’, alla ‘Giovane Italia’,
al ‘Fuan’ e al ‘settore volontari’ del Msi stanno rassegnando in
massa le dimissioni, ufficialmente, per organizzarsi fuori dal
partito allo scopo di ‘reagire’ alle provocazioni dei ‘cinesi’ e dei
comunisti senza coinvolgerlo. In realtà, Armando Mortilla, il noto
confidente ‘Aristo’ fa notare che queste dimissioni vengono inviate
“tutte allo stesso modo, vale a dire trasmesse con lettere
raccomandate”. E’ un eccesso di prudenza da parte del vertice
missino che mette la sua manovalanza a disposizione degli apparati
dello Stato ma, a scanso di futuri equivoci, ne fa risultare i
componenti fuorusciti dal partito. E l’unico modo per avere un
riscontro è fargli presentare le dimissioni con lettere
raccomandate, le sole per le quali è possibile conservare le
ricevute da esibire un domani a ipotetici inquirenti.
Due giorni più tardi, il 7 novembre 1969, a Viareggio si svolge
presso lo studio dell’avvocato Giuseppe Gattai una riunione che
raccoglie altri ‘salvatori della Patria’ del calibro di Adamo Degli
Occhi, Carlo Fumagalli, il presidente del tribunale di Monza
Giovanni Sabalich, l’ammiraglio della riserva Giuseppe Biagi, il
missino Franco De Ranieri, Raffaele Bertoli ed altri ancora che
ritroveremo puntualmente nelle tappe successive della ‘strategia
della tensione’. La riunione è patrocinata, dirà Adamo Degli Occhi
al giudice istruttore di Brescia Giovanni Simoni, alcuni anni più
tardi, da Amintore Fanfani e Randolfo Pacciardi ai quali,
evidentemente, una manovalanza solo missina non basta, gliene serve
altra qualificabile di centro e magari con un passato di partigiano
‘bianco’ come Carlo Fumagalli, notorio terrorista legato al
ministero degli Interni. Nasce così la ‘Lega Italia unita’ che
rappresenta il parallelo organismo di centro del Fronte nazionale a
destra, ambedue ufficialmente apartitici. Di cosa si è parlato nel
corso della riunione, lo rapporta una ‘fonte confidenziale’ alla
polizia il 24 marzo 1970: “Si sarebbe esaminata l’opportunità di
compiere azioni di forza, non esclusi attentati” e Carlo Fumgalli si
sarebbe attivato impegnandosi a raccogliere armi “appoggiandosi ad
un deposito militare della zona”.
Quella di fare attentati è evidentemente ritenuta una necessità
imperiosa se il 15 novembre 1969, a Roma, durante una riunione a
piazza Tuscolo ad Evelino Loi, un dirigente del Fronte nazionale ed
ex ufficiale della Decima Mas, si propone di compiere azioni
terroristiche suscettibili di provocare anche dei morti.
Non a caso, nello scorrere la lunga lista di testimonianze e note
informative degli apparati dello Stato che tutto registrano e parte
archiviano, in questa valanga di attentati fatti e proposti non ce
n’è uno solo che riguardi l’odiato Partito comunista italiano e gli
aborriti ‘filocinesi’, ma tutti invece sono indirizzati a provocare
‘vittime innocenti’ e colpire sedi istituzionali (non uomini delle
istituzioni) e simboli del capitalismo. La logica si rintraccia in
un documento dell’agenzia della Cia che opera da Lisbona, l’
‘Aginter Press’ diretta dal francese Yves Guerin Serac, dal titolo
“La nostra azione politica”, edito nel 1968 in forma riservatissima,
nel quale si afferma esplicitamente che bisogna procedere al
compimento di “azioni di forza che sembreranno fatte dai nostri
avversari comunisti” così che si “creerà un sentimento di antipatia
verso coloro che minacciano la pace di ciascuno e della nazione…”.
Un piano perfetto per giungere alla proclamazione dello stato di
emergenza con il generale consenso dell’opinione pubblica, ben lieta
di rinunciare temporaneamente ad alcune libertà fondamentali pur di
riavere pace e sicurezza.
E questo era l’obiettivo.
La prima autorevole conferma, sia pure in una forma dissimulata e
reticente, viene dal prefetto Angelo Vicari, capo della polizia dal
1960 al 1973, che nell’aula della Corte di assise di Roma, durante
la sua deposizione al processo per il cosiddetto ‘golpe Borghese’
afferma: “La Questura conduceva indagini sul Fronte nazionale, per
una serie di tentativi di colpi di Stato messi in atto prima e dopo
la famosa notte del ‘Tora Tora’. Di questi episodi, ripeto, se ne
sono verificati più d’uno. Il più grave, quello che destò maggior
allarme, avvenne nel luglio 1969”.
Un ‘avvertimento’, quello lanciato dall’ex capo della polizia a
quell’ambiente andreottiano che il processo per il ‘golpe Borghese’
aveva voluto, ma pur sempre una verità che gettava luce nuova su
quanto era accaduto nel 1969. Il processo di piazza Fontana era
ancora in corso, ma nessuno raccolse quell’ammissione troppo
scottante per farne la base di indagini finalizzate a chiarire la
motivazione della strage del 12 dicembre 1969.
Il 23 settembre 1982, il pentito ordinovista Paolo Aleandri rivela
ai magistrati romani che lo interrogano sul ‘golpe Borghese’ che,
fra i coautori del piano che doveva consentire, l’8 dicembre 1970,
di instaurare in Italia “un regime militare sostenuto da alcune
forze istituzionali che avevano dato il loro tacito assenso
all’intera operazione”, vi era Guido Giannettini. Il coordinatore
dei gruppi operativi romani e veneti, avanguardisti e ordinovìsti
nel 1969, sarebbe stato quindi presente con un ruolo di primo piano
anche nel secondo tentativo di giungere ad una soluzione politica
della crisi italiana il 7-8 dicembre 1970. Gli uomini erano gli
stessi: Borghese, Delle Chiaie, Giannettini, Almirante, il piano
praticamente identico con qualche variante resa necessaria dal
fallimento del primo, quello del 12 dicembre 1969 ma, benché il
processo di piazza Fontana fosse ancora in corso, nessuno se ne
dette per inteso.
La conferma delle dichiarazioni di Paolo Aleandri giunge più tardi.
Il pentito ordinovista Sergio Calore, altro elemento dell’entourage
di Paolo Signorelli, dichiara al giudice istruttore di Milano Guido
Salvini il 21 ottobre 1991: “In merito a quel periodo posso dire che
mi fu riferito un discorso relativo al significato degli attentati
del 1969 in relazione ai progetti di golpe. Mi fu detto –quando ero
ancora libero- che secondo il programma del cosiddetto golpe
Borghese, che fu tentato nel dicembre 1970, doveva avvenire in
realtà un anno prima, e che la collocazione delle bombe, nel
dicembre 1969, aveva proprio la finalità di far accelerare questo
progetto comportando nel Paese una più diffusa richiesta d’ordine e
il discredito delle forze di sinistra in genere, che sarebbero state
additate come responsabili e corresponsabili dei fatti”.
E’ l’attuazione concreta del programma esposto d Yves Guerin Serac,
il rinnegato francese agli ordini della Central Intelligence Agency.
Il 28 febbraio e il 14 marzo 1990, alle precedenti si aggiunge la
testimonianza di Enzo Generali che fissa già al gennaio 1969 il
piano per giungere alla dichiarazione dello stato di emergenza in
Italia. A parlargliene era stato Otto Skorzeny, amico di Junio
Valerio Borghese e da questi informato di quanto si stava preparando
“con la partecipazione di militari di alto grado e personalità
politiche di centro – centrodestra” fra i quali citò l’ammiraglio
Gino Birindelli, spalleggiato da tutto lo Stato maggiore della
Marina militare, il servizio segreto militare diretto allora
dall’ammiraglio Eugenio Henke. “Il progetto –ricorda Generali- era
quello di far cessare autoritativamente l’esperienza del
centrosinistra in Italia e di riassestare l’ordine interno
privilegiando l’industria”.
La testimonianza di Enzo Generali, persona ben informata per le
attività svolte negli anni Sessanta, giunge con 21 anni di ritardo,
aggiungendosi alle precedenti e non suscitando anch’essa l’interesse
primario della magistratura italiana impegnata a individuare qualche
portatore di valigia oltre a quelli identificati, e puntualmente
assolti per insufficienza di prove.
Eppure, era trascorso poco tempo dalla strage del 12 dicembre 1969 e
la verità era già nei verbali giudiziari a disposizione della
magistratura italiana. Ruggero Pan aveva dichiarato al giudice
istruttore di Treviso Giancarlo Stiz, che nel pomeriggio del 19
aprile 1969, Giorgio Freda gli aveva parlato “di una serie di
attentati che stava conducendo, in particolare quello da lui
commesso il 15 aprile nello studio del rettore dell’Università di
Padova, e di avere in mente un ampio programma di attentati per la
cui esecuzione gli occorreva l’appoggio di altre persone, estremisti
sia di destra che di sinistra, che non era il caso di prendersi cura
della massa né di proporsi subito il problema della qualificazione
politica del nuovo regime…”
Quale significato poteva attribuirsi alle parole di Giorgio Freda,
riportate da Ruggero Pan, diverso da quello che esse esprimevano;
che dalle bombe, dai morti, dal sangue sarebbe emerso un nuovo
regime che non sarebbe stato ‘fascista’ ma semplicemente di
centrodestra o più genericamente anticomunista ad oltranza. Per
questo, Freda spiega al suo adepto che non bisogna “proporsi subito
il problema della qualificazione politica del nuovo regime”,
apparendogli difatti contraddittorio operare in modo sanguinario
(“non era il caso di prendersi cura della massa”) per appoggiare un
regime che si collocava ideologicamente all’antitesi del fascismo e
del nazionalsocialismo di cui si presentava come fanatico assertore.
Ma la testimonianza di Ruggero Pan cade nel vuoto. E identica sorte
venne riservata a quella, altrettanto fondamentale, di Franco
Comacchio. Costui aveva testimoniato che il 10 dicembre 1969 Angelo
Ventura, al ritorno dall’aeroporto di Venezia dove aveva
accompagnato il fratello Giovanni diretto a Roma, gli aveva
confidato che “tra poco sarebbe avvenuto qualcosa di grosso; in
particolare una marcia di fascisti a Roma e qualcosa sarebbe
avvenuto nelle banche”.
Il collegamento fra gli attentati nelle banche e la manifestazione
indetta dal Msi a Roma per la data del 14 dicembre non poteva essere
più diretto, fatto da Angelo Ventura che tutto sapeva dell’attività
del fratello. Proprio quel 10 dicembre 1969 appariva sulla rivista
tedesca “Der Spiegel” una intervista di Giorgio Almirante che spiega
come sia giunto, in Italia, il momento di non fare più distinzioni
fra mezzi politici e militari per definire una volta per sempre la
situazione nel Paese bloccando l’avanzata del comunismo.
Sempre il 10 dicembre 1969, l’avvocato Vittorio Ambrosini partecipa
ad una riunione a Roma in via degli Scipioni, presente un deputato
del Msi, dove si parla di andare a Milano “e buttare tutto
all’aria”.
Il giorno successivo, 11 dicembre 1969, una rivista anticomunista ma
non certo catalogabile come ‘fascista’, “Epoca”, compare nelle
edicole con una vistosa copertina tricolore ed un articolo nel quale
Pietro Zullino, giornalista vicino al socialdemocratico Italo De
Feo, scrive che se si giungerà ad elezioni politiche anticipate e le
sinistre non dovessero accettare il responso delle urne “le Forze
armate potrebbero essere chiamate a ristabilire immediatamente la
legalità repubblicana”.
Ma questa poteva essere anche ripristinata se, subito dopo le stragi
del 12 dicembre le opposte fazioni si sarebbero affrontate
sanguinosamente nelle piazze e nelle strade. Ed è quanto si
proponevano gli organizzatori della manifestazione fissata per il 14
dicembre 1969. Il piano non era nuovo, risaliva difatti alla
primavera del 1964 ed era stato approntato dagli stessi ambienti
politici e militari che, cinque anni più tardi, portavano a
compimento quanto all’epoca avevano ipotizzato.
Una nota informativa americana del 25 giugno 1964, basata su notizie
pervenute entro il 28 maggio, affermava che in Italia in futuro
poteva avvenire un colpo di Stato il cui pretesto sarebbe stato
fornito da una manifestazione pubblica che, se avesse provocato “una
contromanifestazione dell’estrema sinistra, i carabinieri sarebbero
immediatamente chiamati ad agire, rinforzati dalle Forze armate”.
Un piano che riecheggia nelle parole dette alla moglie dal generale
Giovanni De Lorenzo, il 16 luglio 1964, dopo aver partecipato alla
riunione con i vertici della Democrazia cristiana in casa di Tommaso
Morlino: “Vogliono farmi diventare un altro Bava Beccaris. Ma non ci
riusciranno”. E il generale Bava Beccaris è passato alla storia per
aver massacrato a cannonate decine di operai milanesi ed essere
stato, per questa ragione, decorato da Umberto I, il cosiddetto ‘re
buono’.
Questo piano, maturato all’interno dei vertici democristiani,
avrebbe visto come protagonista il solito Movimento sociale italiano
che avrebbe prestato i suoi militanti, i suoi simpatizzanti, per
un’operazione sanguinosa come quella che avevano programmato per il
12 e 14 dicembre 1969. Un piano che ritroveremo applicato alla
lettera il 7 e 12 aprile 1973, sempre a Milano, con la strage
fortuitamente mancata sul treno Torino-Roma e la successiva
manifestazione organizzata da Franco Maria Servello ed accoliti nel
corso della quale il lancio di una bomba ucciderà l’agente di Ps
Antonio Marino. Un piano che aleggia dopo ogni strage, da Brescia a
Bologna, e che è fallito per una sola ragione: che è venuta a
mancare la risposta violenta di piazza della sinistra, forse perché
i vertici del Pci erano venuti a conoscenza dei progetti di quanti
volevano arrestare la sua avanzata elettorale erigendo una barricata
di cadaveri.
Il dopo piazza Fontana è, quindi, una storia di depistaggi senza
fine, intervallati qua e là da qualche luce, subito attenuata o
spenta perché il regime ha ancora oggi paura della verità sul 12
dicembre 1969, e che noi invece continueremo a raccontare e a
provare perché un giorno, non importa quanto lontano nel tempo, i
colpevoli e i complici possono rispondere di quanto hanno compiuto
contro il loro popolo e la sua libertà dinanzi al tribunale della
Storia.
Vincenzo Vinciguerra Opera, ottobre 2000