CELLULA SPIONISTICA
Si avvicina la data del processo per la strage di piazza della
Loggia, a Brescia, avvenuta il 28 maggio 1974, che vede come
imputati uomini dello Stato. Ad oltre 34 anni dai fatti, riunendo
insieme tutto quello che è emerso sul piano storico e giudiziario in
merito a quella che è stata spacciata per "eversione nera", non è
più il caso di rilasciare patenti di buona fede a chi continua ad
"intossicare " l'opinione pubblica con la leggenda dello stragismo
fascista, che lo Stato democratico ed antifascista non intende
lasciare impunito. Il filo che unisce tutti gli episodi di strage
avvenuti nel nostro Paese non è "nero", come pretende chi si
atteggia a storico solo perché scrive un libro che ribadisce tutti i
luoghi comuni, falsità comprese, della verità ufficiale del regime
ispirato da alcuni familiari dei morti di Brescia ai quali si
addice, evidentemente, il ruolo di fiancheggiatori di questo Stato e
di questo regime.
"La fiducia nelle istituzioni" che, ad ogni intervista televisiva,
il presidente dell'associazione dei familiari delle vittime della
strage di piazza della Loggia, Manlio Milani, ribadisce con tono
sommesso non ha ragione di essere. Milani e, con lui Lorenzo Pinto,
per citare due nomi a me ben noti, sanno perfettamente che la
"verità" dello Stato non potrà mai corrispondere alla verità che
affermano di volere, anche se si pervenisse alla condanna di
qualcuno degli esecutori materiali di quella strage o di altre, cosa
che appare del tutto remota e francamente inverosimile.E non sarebbe
mai la verità perché questo Stato non può consentire che emerga,
pena la sopravvivenza del regime stesso che dalla verità finirebbe
per essere travolto e cancellato. Quel filo, difatti, che costoro
pretendono "nero" è invece bianco-celeste come i colori della
bandiera israeliana, a stelle e a strisce come quello della bandiera
statunitense, bianco-giallo come quello del vessillo vaticano ovvero
democristiano, nulla che possa riportare al fascismo ed ai suoi
inesistenti eredi.
Quel muro contro la verità, eretto dallo Stato e dal regime
politico, di cui i Milani e i Pinto sono, fra tanti altri, solidi
mattoni, resiste solo perché l'apparato mediatico italiano è
controllato in maniera ferrea da poche persone che hanno tutto
l'interesse di perpetuare lo status attuale e perché troppi
giornalisti sono sul libro paga di quelle istituzioni nelle quali il
Milani ha tanta, ma tanta fiducia.
La verità, difatti, si conosce ed il vero problema è rappresentato
dalla impossibilità di divulgarla fra i cittadini italiani, di
fargliela accettare con tutte le conseguenze politiche del caso.I
rapporti di dipendenza e di subalternità di tanti personaggi,
spacciati per "neofascisti", dai servizi segreti italiani, militari
e civili, e stranieri è una realtà che nessuno osa più mettere in
dubbio.
Degli imputati per la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969,
non ce n'è uno solo - dicasi uno - sul conto del quale non è emerso
il rapporto con i servizi segreti militari, civili o con l'Arma dei
Carabinieri, con i servizi segreti militari e la Central
intelligence agency americani, con i servizi segreti israeliani.
Sulla strage dell' "Italicus", è stato addirittura l'ex ministro
degli Interni e della Difesa, Paolo Emilio Taviani, a indicarne in
Mario Tuti uno degli esecutori materiali, rivelando però che faceva
parte di un'organizzazione segreta creata dal ministero degli
Interni che, per le sue finalità,si poteva confondere con "Gladio".
II fatto che nessuno abbia voluto indagare sull'esistenza di questa
organizzazione segreta della polizia italiana, non vuol dire che
Taviani, post-mortem, abbia voluto calunniare Mario Tuti contro il
quale certo non poteva nutrire alcun risentimento personale.
Eppure, forse un'indagine accurata su questa organizzazione del
ministero degli Interni avrebbe potuto e dovuto essere fatta, visto
che la strage di Brescia avviene nel pieno dell'attività di
quell'"Ordine nero" che,secondo il servizio segreto militare, altro
non era che un espediente del ministero degli Interni, ovvero una
"diversione strategica" ideata da chi, come Umberto Federico
D'Amato, ai vertici del servizio segreto civile, si pregiava di
essere antifascista, e vedeva in questo modo la possibilità di
screditare il fascismo e di favorire il dialogo con il Partito
comunista. Certo, per accertare la verità bisognerebbe indagare sul
conto delle istituzioni, con buona pace di Manlio Milani che,
invece, in perfetta sintonia con il ministero degli Interni
preferisce guardare verso l'inesistente "eversione nera" supportata
dai "servizi deviati", ovvio. Sugli imputati per altre stragi, c'è
poco da dire perché abbiamo Carlo Digilio, il "tecnico delle
stragi", informatore della Cia;Marcello Soffiati, confidente del
servizio segreto civile con il criptonimo di "Eolo"; Delfo Zorzi, in
rapporto con il prefetto Antonio Sampaoli Pignocchi, già dirigente
della Divisione affari riservati del ministero degli Interni e
abilitato a trattare fonti informative anche dalla carica di capo
ufficio stampa dello stesso ministero; Carlo Maria Maggi, coniugato
con la figlia di un esponente della comunità ebraica di Venezia, in
stretti rapporti con gli uomini del servizio segreto israeliano.
Una vera e propria agenzia spionistica alle dipendenze di Pino
Rauti, impegnata esattamente come l'aginterpresso di Yves Guerin
Serac, sia sul piano della raccolta di informazioni che su
prettamente operativo. Un'agenzia dei servizi segreti occidentali ed
atlantici, che aveva perfino infiltrati nel mondo arabo. Nello
stralcio di una lettera a firma di "Roberto" indirizzata a Delfo
Zorzi,pubblicata dalla rivista "L'Espresso" il 12 luglio 1977, il
primo scrive:"Per penetrare in certi ambienti islamici mi sono fatto
mussulmano, il che mi ha permesso sia in loco, cioè in Medio
Oriente, che nella nostra stessa zona,di poter usufruire di certe
possibilità in maniera più diretta..."
Dinanzi, all'evidenza di questa attività di"infiltrazione" nel mondo
islamico, c'è da chiedersi se essa servisse - ed eventualmente in
che modo -agli "eversori neri" e non fosse,verosimilmente,
finalizzata a reperire informazioni da passare ai servizi segreti
italiani ed israeliani, i soli in grado di mettere a frutto le
notizie carpite agli arabi da "Roberto". Su questa particolare
attività della presunta "cellula nera" veneta, a conoscenza di
magistrati, storici e giornalisti, è stato steso un velo di
interessato silenzio, comprensibile per chi teme la verità, non
accettabile da chi afferma di volerla. Ma c'è un altro "mistero"
d'Italia in cui compare l'agenzia spionistica veneta di Pino Rauti e
Carlo Maria Maggi, anche questo peraltro a conoscenza di giudici e
giornalisti, esperti e storici: la strage di Ustica.
Ed è una storia che vale la pena di ricordare, specie ora che
Francesco Cossiga ha accusato la Francia di essere all'origine
dell'abbattimento del DC-9 sul mar Tirreno il 27 giugno 1980,
confermando quindi sia la responsabilità della strage da addebitare
ad una potenza alleata ed amica, sia i depistaggi compiuti
dall'Aeronautica militare italiana e dai soliti servizi segreti
nostrani per impedire 1'emergere,anche in questo caso, di una verità
ritenuta scomoda, anche se a morire erano stati ottantuno cittadini
italiani innocenti.
Il depistaggio delle indagini inizia immediatamente. Il 28 giugno
1980, un anonimo telefona, alle 14.10, alla redazione de "II
Corriere della sera" per dire che l'aereo era caduto per
1'esplosione di una bomba e che fra i morti vi era Marco Affatigato,
ordinovista, e che "il suo corpo è riconoscibile dall'orologio Baume
& Mercier" che aveva al polso. Ancora si brancola nel buio più fitto
sul piano investigativo, ma qualcuno indica subito quella che sarà
poi la pista ufficialmente adottata dall'Aeronautica italiana,
quella della bomba, dell'attentato terroristico, dell'incidente di
percorso che ricorda tanto quelle ora indicate per la strage di
Bologna del 2 agosto 1980.
Come si è giunta alla conclusione che la telefonata è stata fatta
dal Veneto o, meglio, da qualche elemento della "cellula
spionistica" di Maggi e Rauti?
Per comprenderlo, bisogna andare al 7 agosto 1984, quando dinanzi ai
giudici di Bologna, chi scrive indica una dozzina di nomi di
collaboratori dei servizi di sicurezza, fra i quali proprio quello
della banda spionistica veneta, Maggi e Soffiati compresi.
A Roma, nella sede del servizio segreto militare, puntualmente
informato di quanto accade negli uffici giudiziari, già dal giorno
precedente hanno iniziato far scomparire per sempre documenti
segretissimi, come riconosce la procura della Repubblica della
Capitale che cita esplicitamente il sottoscritto come all'origine di
queste soppressione di documenti, in un ordinanza sulla struttura
"Gladio" firmata, con altri, da Franco lonta, da alcuni mesi nuovo
direttore generale del Dipartimento dell'amministrazione
penitenziaria.
Mentre, il Sismi distrugge per sempre i documenti che potrebbero
comprovare le mie dichiarazioni,(peraltro provate lo stesso), i
magistrati di Bologna procedono ad una serie di interrogatori per
trovare i riscontri giudiziari alle mie dichiarazioni che non
comportano responsabilità penali per la dozzina di personaggi da me
indicati, esclusivamente, come collaboratori degli apparati dello
Stato.
Uno dei primi ad essere interrogato è Marco Affatigato, ordinovista
di Lucca e, manco a dirlo, puntuale confidente dei servizi segreti
italiani ed americani. E' proprio Affatigato ad indicare in Marcello
Soffiati, "Eolo", la persona che poteva fare riferimento
all'orologio Baume & Mercier che egli effettivamente deteneva e
portava abitualmente al polso. Affatigato racconta ai magistrati di
aver ricevuto la visita di Soffiati, a Nizza, pochi giorni prima
dell'abbattimento dell'aereo su Ustica, che aveva notato l'orologio
e glielo aveva chiesto in dono, incontrando un netto rifiuto.
Appare di un'evidenza solare, lapalissiana, che l'ignoto autore
della telefonata al quotidiano milanese era stato informato da
Marcello Soffiati che Marco Affatigato portava al polso quel tipo di
orologio, presentato come elemento per l'identificazione del suo
corpo.
Nessuno sembra fare caso a questo particolare importantissimo per
comprendere chi ha interesse a depistare le indagini sulla strage di
Ustica avvalorando la tesi della bomba esplosa bordo dell'aereo,
almeno ufficialmente perché, viceversa, il capo della polizia,
prefetto Vincenzo Parisi, il 17 ottobre 1990, dice ai componenti
della commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo e le
stragi, riferendosi proprio a quella misteriosa telefonata;"Quella
telefonata porta la firma dell'intelligence che ha manovrato
l'operazione di Ustica".
"Intelligence"dunque, non eversione nera, dice il prefetto Parisi
che, però, si ferma qui, senza indicare o far trasparire chi sia
questa struttura segreta che ha mobilitato gli spioni veneti per
iniziare il depistaggio delle indagini sulla strage di Ustica.
Certo, è difficile indicare con certezza, quale servizio segreto si
sia mosso perché Soffiati lavorava per il Sisde per gli americani,
Maggi con gli israeliani, Spiazzi con il Sisde ed il Sismi, Digilio
con la Cia, ecc.ecc. Un 'agenzia come quella veneta, anche se
diretta da Pino Rauti che risiede a Roma, lavora per più padroni,
quindi indicare responsabilità precise è assai arduo, se non proprio
impossibile.
Ma quello che qui conta è che, ancora una volta, ad agire per conto
di misteriose strutture segrete, nell'ambito di quello che è stato
un intrigo internazionale, sono elementi che fanno parte di una
struttura spionistica che si è occultata sotto la sigla di
un'organizzazione politica, "Ordine nuovo",che tutto è stata meno
che fascista.
E'motivo di riflessione il fatto che gli spioni veneti siano stati
interessati al depistaggio delle indagini sulla strage di Ustica,
perché il loro coinvolgimento comporta seri e pesanti interrogativi
sulla loro contiguità con una banda di killer da strapazzo, sia pure
sanguinari, come quelli del gruppo Fioravanti-Cavallini. La
"famiglia Adams" (Fioravanti e Mambro)con amici e colleghi
risiedevano all'epoca in Veneto, ed è la prima coincidenza. Qualcuno
conoscevano se è vero che, pur contraddicendosi, hanno tirato in
ballo Carlo Digilio, come la persona che, guarda caso, proprio il 2
agosto 1980, Gilberto Cavallini avrebbe dovuto incontrare a
Padova.Cavallini lo nega ma afferma che, effettivamente, avrebbe
dovuto incontrare un tale che indica come "sub", che forse è lo
stesso incaricato di reperire esplosivi, come dichiarato a suo tempo
dal pentito ordinovista Paolo Aleardi. Comunque, che si trattasse
del "tecnico delle stragi", Digilio, o di qualche altro, la
"famiglia Adams", qualcuno conosceva, tanto bene da trattare di armi
et similia.
Ed è la seconda coincidenza.
La quelle parti, è un fatto noto, di stragi come mezzo di arma
politica per infangare il fascismo e i fascisti se ne intendevano,
ed è la terza coincidenza.
La quarta, si può verificare leggendo le notizie sulla stampa e
riascoltando i telegiornali per vedere quanto la strage di Bologna è
riuscita a far passare in secondo piano quella di Ustica.
La quinta, è la protezione offerta dal servizio segreto militare ai
due componenti della "famiglia Adams", Valerio Fioravanti e
Francesca Mambro, che ufficialmente non trova spiegazione, visto che
al servizio in questione non ci sono dame di carità e frati
trappisti che si sono commossi dinanzi alla sorte dei due
"ragazzini" dei Nar.
La sesta coincidenza è rappresentata dal fatto che per la strage di
Bologna si cercano di avvalorare le stesse piste già utilizzate per
depistare le indagini sulla strage di Ustica, bomba palestinese,
incidente di percorso, bomba libica ecc.
La settima coincidenza, è che il 28 agosto 1970, a Verona, , patria
di spioni e di stragisti, qualcuno cercò di provocare una strage di
dimensioni simili a quella del 2 agosto 1980, piazzando una valigia
di esplosivo nella sala passeggeri della Stazione ferroviaria,
fortunatamente notata da un sottufficiale della Polfer che darà
l'allarme.
E,se le identiche modalità operative non sono una coincidenza... Non
è una tesi nuova, ma non è mai stata approfondita, mentre forse è
venuto il momento di farlo iniziando da quella telefonata del 28
giugno 1980 e da quella "intelligence" che ha attivato i Soffiati e
colleghi. La cellula veneta non ha mai guardato alla Berlino del
Terzo Reich, ma a Gerusalemme"capitale eterna ed Invisibile"di
Israele, certamente, ed è questa la verità che si vuole occultare
continuando a spacciare per fascista uno "stragismo" che ha servito
solo gli interessi di chi si è nutrito di odio nei confronti del
fascismo.
E la verità va cercata fuori e contro le istituzioni che tutto hanno
fatto per occultarla, con buona pace di quanti ostentano la loro
fiducia in esse ma attendono ancora, dopo tanti e tanti anni, di
sapere chi e perché hanno ucciso i suoi familiari.
E continuando a cercare fascisti e ad avere fiducia in chi i
"fascisti" ha usato come paravento per una politica antifascista,
non lo saprà mai.
Vincenzo Vinciguerra Opera, 1 ottobre 2008