GIUSTIZIA PER GLI INNOCENTI
E' paradossale, in un Paese che si definisce civile, dover chiedere
giustizia per gli innocenti.
Ma in Italia, ex culla del diritto, è necessario farlo perché sono
proprio gli innocenti a non avere giustizia, impegnata a dedicarsi
alla salvezza dei colpevoli, sollecitata dai mezzi di comunicazione
di massa.
Ce lo dimostra, per l'ennesima volta, la vicenda di Anna Maria
Franzoni.
Ha ucciso suo figlio, Samuele, senza alcuna pietà. La ragione ci
spinge a pensare che lo abbia fatto in un momento di raptus, ma
tanto non cancella la colpa,specie se il delitto non è seguito da
una disperata confessione ma da un'arrogante campagna stampa che la
pretende innocente.
E, come sempre, dinanzi alla potenza di giornali e telegiornali, la
giustizia italiana ha piegato la testa concedendo ad Anna Maria
Franzoni di attendere in libertà la sentenza della Corte di
cassazione che ha, invece, reso definitiva la condanna a 16 anni di
reclusione inflittale dalla Corte di appello che ha ritenuto, manco
a dirlo, suo dovere ridurre la pena di 30 anni inflitta alla madre
omicida in primo grado.
Libera, Anna Maria Franzoni, di fare altri figli, di concedere fra
le lacrime centinaia di interviste televisive per protestare la sua
innocenza, di accusare dell'omicidio del figlio i suoi vicini di
casa, di scrivere libri e di condizionare l'opinione pubblica e i
giudici che dovevano giudicarla.
L'evidenza della colpa era tale che non hanno potuto assolverla, ma
l'hanno condannata ad una pena che suona derisoria nei confronti
della memoria di un bambino che dalla madre avrebbe dovuto avere la
vita e ,invece,per sua mano ha trovato la morte.
E' lecito chiedersi se tutto questo si sarebbe verificato se la
famiglia di Anna Maria Franzoni non fosse stata benestante, non
avesse potuto assumere avvocati di grido che, a loro volta, hanno
mobilitato gli amici e gli amici degli amici inseriti nelle
redazioni giornalistiche per vincere sulla piazza quella causa che
erano destinati a perdere in tribunale.
La risposta a questa domanda non può essere che negativa. Senza
denaro, senza principi del Foro e le giuste amicizie in campo
giornalistico, Anna Maria Franzoni sarebbe detenuta dal giorno
dell'omicidio del figlio e il procuratore generale della Cassazione
avrebbe espresso "umana sofferenza" per il piccolo Samuele e non per
la madre che lo ha ucciso che, a sua volta, sarebbe stata condannata
ad almeno 30 anni di reclusione o dieci anni di manicomio.
Invece, si fanno già i conteggi dei benefici e degli sconti di pena
che consentiranno ad Anna Maria Franzoni di uscire quanto prima dal
carcere e già si leva l'invito a concederle la grazia per rimediare
alla "grave'ingiustizia" che la donna avrebbe subito riportando la
condanna a 16 anni di reclusione subito ridotti a 13 per la
concessione dell'indulto.
La giustizia italiana riesce sempre ad essere, con impressionante
puntualità, "giusta" ed "umana" quando gli imputati si ritrovano
sotto i riflettori della stampa.
E negli altri casi? Quando gli imputati sono circondati dal silenzio
dei giornali e dei telegiornali, cosa accade?
La domanda è retorica perché la risposta già la conosciamo: per
questi imputati, esiste solo l'arbitrio dei magistrati che si
occupano delle loro vicende processuali ed umane, e possono quindi
contare solo sulla loro buona o cattiva sorte.
E' il caso di Luigi Celeste.
E' giovane, Luigi, giovanissimo perchè ha solo 23 anni,, ma ha già
conosciuto la sofferenza e la crudeltà della vita che lo ha
obbligato a sparare contro suo padre per salvare la vita della madre
e del fratello.
Protagonista di una tragedia immane, Luigi si trova in carcere da
oltre 4 mesi perchè i giudici non ritengono ancora opportuno
concedergli gli arresti domiciliari per il sospetto della
reiterazione del reato, per la personalità giudicata "negativa",
per la gravità del fatto, perché si deve valutare se sussiste
l'aggravante della premeditazione.
Sospetti ed accanimento che non trovano giustificazioni nella realtà
della vita e dei comportamenti di Luigi che non ha ucciso il padre
per motivi: futili, un padre amoroso, cosciente del suo ruolo,
lavoratore e pacifico.
No, Luigi ha vuotato l'intero caricatore di una pistola contro un
padre che aveva passato 23 anni della sua esistenza in galera per i
reati più vari, che era semi infermo di mente, che della violenza
all'interno dell'ambiente familiare e fuori aveva fatto stile di
vita, dotato di una forza fisica che la follia rendeva ancora più
temibile e che aveva dimostrato ampiamente di essere capace di
uccidere.
Il padre, Francesco, era stato arrestato per l'ultima volta il 22
marzo del 1997, quando dopo aver commesso una rapina insieme al
cugino, aveva sparato freddamente, allo scopo di uccidere, contro
una pattuglia di carabinieri, che lo avevano intercettato ferendo un
sottufficiale all'inguine e restando,a sua volta, ferito ad un
polmone.
Per la sua personalità, i precedenti, la gravità oggettiva del
tentato omicidio nei confronti dei carabinieri, Francesco Celeste
avrebbe dovuto riportare una condanna tale da non consentirgli di
uscire dal carcere prima dei 20 o 25 anni.
Ma l'allegra giustizia italiana procede nei confronti di Francesco
Celeste con il rito abbreviato che gli consente di ottenere la
diminuzione di un terzo della pena, concede ovviamente le
attenuanti della semi-infermità e lo condanna ad una pena che dopo 9
anni, grazie alla concessione dell’indulto,gli consente di tornare
in libertà nel mese di agosto del 2006.
Non basta, perché Francesco Celeste dovrebbe scontare due anni di
Casa di lavoro come pena accessoria inflittagli nel 1985 ma mai
fatta eseguire da una magistratura distratta e inconcludente.
Questa volta, Francesco Celeste però è obbligato ad andarci, sia
pure con 21 anni di ritardo, ma qui incontra magistrati di
sorveglianza che dinanzi al suo curriculum vitae e al suo percorso
carcerario costellato di aggressioni agli agenti di custodia e atti
autolesionistici, lo ritengono perfettamente reinseribile nella
società civile. Iniziano a concedergli i permessi premiali, la
possibilità di dimorare presso il cugino, coimputato insieme a lui
nella rapina e nel tentato omicidio dei carabinieri, evidentemente
ritenuto persona in grado di favorire la sua rieducazione, e,
infine, decidono per la revoca della Casa di lavoro.
Francesco Celeste è libero.
Ma, in questo caso, non è colpa della legge Gozzini, quella che
regola e disciplina la concessione dei benefici di legge ai
detenuti. E’ colpa della sua mancata applicazione da parte dei
giudici di sorveglianza del Tribunale di Modena.
Difatti, Francesco Celeste non avrebbe mai potuto ottenere i
permessi premiali da svolgersi a Milano presso l'abitazione del
cugino pregiudicato e complice nella rapina e tentato omicidio del
22 marzo 1997, mai avrebbe potuto ottenere la revoca della Casa di
lavoro senza la verifica della sussistenza della pericolosità
sociale o meno del condannato.
E che Francesco Celeste manteneva intatta la sua pericolosità, i
giudici di sorveglianza di Modena avrebbero dovuto saperlo o,
comunque, avrebbero potuto appurarlo assumendo le necessarie
informazioni sul suo conto presso la Questura del capoluogo
lombardo.
Lo avessero fatto, avrebbero scoperto che Francesco Celeste, nel
corso del suo soggiorno a Milano, si dilettava a telefonare ai
familiari profferendo minacce di morte tanto che il figlio maggiore,
Alessandro, il 18 giugno 2007 lo aveva, per questa ragione,
denunciato.
La minaccia, oltretutto reiterata, è un reato penale che come tale è
perseguito ed il suo autore condannato. Nel caso di Francesco
Celeste, invece, l'atteggiamento vessatorio e minaccioso nei
confronti della moglie e dei figli viene ignorato, quasi che il suo
nucleo familiare non faccia parte di quella collettività che la
magistratura, anche se di sorveglianza, ha il dovere di tutelare.
Eppure, Francesco Celeste era già stato denunciato per violenze
ripetute dalla moglie ed era stato, per questo motivo, arrestato,
cosa che i giudici di sorveglianza di Modena dovevano
necessariamente conoscere perché scritto nel suo certificato penale.
Viceversa, invece di bloccare i benefici concessi a Francesco
Celeste e ad obbligarlo a riprendere la Casa di lavoro e a tenervelo
per i due anni previsti dalla condanna, lo lasciano libero
anzitempo.
Libero di uccidere.
Perché Francesco Celeste ritorna a casa della moglie e dei figli con
intenti omicidiari.
Ne fanno fede le quotidiane minacce rivolte alla moglie ed ai figli,
Luigi ed Alessandro, giustamente prese in considerazione dal primo
che acquisisce una pistola, sul mercato clandestino ovviamente
perché non può avere il porto d'armi, a scopo di difesa preventiva.
Il ritorno in libertà di Francesco Celeste si trasforma quindi in un
inferno quotidiano per la moglie ed i figli, consapevoli che l'uomo
è perfettamente in grado di dare seguito concreto alle sue minacce e
di ucciderli uno per uno, tanto dopo invocherà la semi-infermità
mentale.
La prova certa, indiscutibile e pacificamente raggiunta sul piano
probatorio, i giudici la posseggono dal momento della costituzione
di Luigi Celeste, dalla sera stessa della morte di Francesco
Celeste.
Quando Luigi spara contro il padre, scaricandogli contro l'intero
caricatore in quello che appare essere un omicidio d'impeto senza
alcuna premeditazione, Francesco Celeste, ad insaputa del figlio,
nasconde nella mano, occultato da un fazzoletto un coltello a
serramanico.
Francesco Celeste è pronto ad uccidere i suoi figli e sua moglie.
L'azione di Luigi, pertanto, lo precede di un soffio e ne ferma per
sempre la volontà omicida.
Abbandonati al loro destino da uno Stato assente, traditi da una
magistratura che omette di compiere il proprio dovere scegliendo la
strada del "buonismo" ad ogni costo, i familiari di Francesco
Celeste avrebbero dovuto soccombere sotto le coltellate di un padre
folle e violento, secondo un copione troppe volte visto in questo
Paese.
Invece, questa volta non è andata così perché, con un'azione di
legittima difesa, Luigi ha salvato la madre ed il fratello da una
morte tanto certa quanto ingiusta, sacrificando la sua giovanissima
esistenza.
Si rimane, quindi, esterrefatti nel leggere che i giudici milanesi,
dinanzi ad un quadro probatorio certo, tengano in carcere Luigi per
evitare la reiterazione del reato, quasi che si possano avere due
padri violenti o che Luigi avesse ucciso qualcuno nel corso di
qualche discussione in strada.
Appare assurdo che si giudichi "negativa" la personalità di un
ragazzo di 23 anni che ha ucciso per difendere la madre ed il
fratello, quando altri avrebbero potuto, egoisticamente pensare a se
stessi abbandonandoli al loro destino.
La generosità, l'amore filiale per la madre e fraterno non sono
elementi riconducibili ad una personalità negativa, al contrario
sottolineano la capacità di sacrificarsi coloro che si amano
,straziati dal loro dolore e preoccupati per la loro vita.
Lontano dai riflettori,impossibilitati a sensibilizzare amici ed
amici degli amici negli ambienti giornalistici e televisivi, Luigi
attende ora che i magistrati che lo devono giudicare tengano
presente che la giustizia italiana ha tradito lui ed i suoi
familiari ponendolo di fronte alla scelta, tragica e dolorosa ma
ineluttabile, di uccidere per non morire.
Non ha commesso, Luigi, un omicidio premeditato né volontario,
perché ha agito in stato di necessità per legittima difesa, salvando
le vite della madre e del fratello.
Questa è la verità che emerge dagli atti processuali e che dovrà
essere riconosciuta comunque, anche se giuridicamente il gesto di
Luigi potrà essere configurato in maniera diversa, perché la
giustizia, quella che non può essere"ingiusta" o"giusta" ma che è
senza aggettivi qualificativi, tanto dovrà sancire nel giudizio e
tanto dovrà dimostrare fin da ora, consentendo a Luigi di ritornare
a casa, all'affetto ed all'amore dei familiari, della madre, della
fidanzata e di quanti ne conoscono la generosità e l'altruismo che
lo hanno portato ad uccidere un uomo, che era padre solo per ragioni
anagrafiche, prima che, dopo aver dato alla moglie ed ai figli, una
vita d'inferno completasse la sua opera nefasta togliendo loro anche
la vita.
Vincenzo Vinciguerra Opera, 19 giugno 2008