I DIRITTI DEGLI INNOCENTI
L'impiccagione di 29 criminali a Teheran (Iran) il 27 luglio scorso,
ha provocato l'ennesima, diremo la solita, ondata di sdegno e di
proteste in Italia.Erano tutti colpevoli di reati come l'omicidio,
lo stupro e il traffico di stupefacenti, ma questa realtà non ha
impressionato nessuno dei tanti "Abele" nostrani né li ha indotti a
fare qualche riflessione, anche se almeno due dei condannati hanno
dichiarato ai giornalisti che la loro condanna era giusta. Sono
quasi cinquantanni che, nel nostro Paese, è iniziata la lotta per la
difesa dei diritti umani e, in primo luogo, per il diritto alla
vita. Una battaglia che, in teoria, sarebbe condivisibile da
chiunque se fosse, in primo luogo, condotta anche all'interno del
nostro Paese e, in secondo luogo, se fosse intesa al rispetto dei
diritti umani e della vita di ogni uomo, donna e bambino. Viceversa,
gli "Abele" di casa nostra sono sempre distratti, impegnati a
guardare altrove quando nel nostro Paese vengono violati i diritti
umani degli arrestati o il diritto alla vita di ragazzi come Carlo
Giuliani, Gabriele Sandri o altri ammazzati, in almeno due casi, a
botte dai poliziotti.
E,questo comportamento rende già poco credibile la loro sincerità
nella battaglia che dicono di voler condurre in nome di principi e
valori universali, la cui violazione non dovrebbe essere sottaciuta
solo perché avviene in Italia,dove gli "Abele" prosperano e
ingrassano sotto il paterno sguardo di Papi e governi di
centro-destra e di centro-sinistra.
Ma, la loro credibilità va poi in frantumi quando si osserva che
sono impegnati a senso unico, cioè si battono esclusivamente per la
difesa dei diritti umani e alla vita di quanti, in Italia e nel
mondo, hanno violato i diritti umani degli innocenti e hanno
soppresso la vite degli altri.
Forse, ai nostrani "Abele" dovrebbe venire il dubbio che fra i
diritti umani da difendere c'è la proprietà di chi viene derubato,
rapinato, obbligato a pagare il "pizzo" e la "tangente"; c'è la
salvaguardia della propria incolumità fisica di chi viene scippato,
picchiato, ferito, umiliato, da bulli, teppisti e delinquenti; c'è
quello della integrità fisica delle tante donne violentate,
sfregiate, bastonate; c'è il diritto alla vita di chi viene ucciso
da psicopatici, serial killer, amanti gelosi, mariti violenti,
rapinatori in cerca di bottino, spacciatori di droga, automobilisti
drogati ed ubriachi. Dei diritti umani e alla vita di tutti costoro
che sono, per definizione e comportamenti, innocenti, gli "Abele“di
casa nostra non ne parlano mai. Eppure, sono questi i diritti umani
che uno Stato ed una società devono affermare e difendere insieme a
quello, inviolabile, alla vita di quanti non possono soccombere,
senza colpa e senza giustificazione,alla violenza cieca di altri che
hanno scelto di vivere fuori della legalità e delle regole di un
mondo che si definisce civile. Per gli "Abele" nostrani, invece,
queste sono quisquilie, banalità, giustizialismo d'accatto, perché a
loro interessano i ladri, i rapinatori, gli stupratori, i pedofili,
gli assassini, di cui sentono il dovere di tutelare i diritti umani
e alla vita dopo che, fortunatamente, sono stati arrestati e
condannati.
A Palermo, anni fa, il sindaco del tempo, Leoluca Orlando, fece
seppellire nel cimitero monumentale, a spese dei cittadini, il
corpo di un americano giustiziato con una iniezione letale nel suo
Paese, perché colpevole di aver strangolato una donna dopo averla
stuprata e sodomizzata. II frate che officiò la funzione disse
parole significative:"Non ci interessa sapere se eri colpevole o
innocente...", vale a dire non ce ne frega niente se hai stuprato,
sodomizzato e strangolato una povera donna, perché sei una vittima
del sistema iniquo che non ha rispettato il tuo diritto alla vita. E
la donna, seviziata atrocemente ed uccisa da cotanto assassino, non
aveva diritto alla vita?
Per lei nessuna sepoltura al cimitero monumentale di Palermo, né una
parola, né una preghiera.
Insomma, gli italici "Abele" si sono mobilitati per difendere solo i
diritti umani ed alla vita di tutti i "Caini" del mondo.
Un tempo, tanto tempo fa,questi ragionamenti si sentivano solo
all'interno delle galere dove coloro che vi si trovano sono stati
anti-giustizialisti da sempre, senza fare torti a Silvio Berlusconi,
Gianfranco Fini, Renato Schifani, ecc.ecc..Perché
l'anti-giustizialismo, la pietà verso sé stessi, la richiesta di
"umanità", la pretesa del rispetto dei "diritti umani" propri e
della propria vita fanno parte del patrimonio di ogni delinquente
che sia tale.Tanto sono feroci, spietati, privi di scrupoli quando
agiscono fuori dal carcere, tanto sono attenti ai propri inviolabili
diritti quando sono dentro, passando il proprio tempo a maledire la
mancanza di "umanità" dei giudici che li hanno condannati a pene
troppo alte o gli negano i benefici di legge privandoli del piacere
di stare con la moglie e con i figli. Il discorso, ieri, restava
circoscritto entro queste mura. Oggi, è dilagato a livello
governativo, parlamentare, giornalistico ed ecclesiastico. La pietà
verso i colpevoli e il disprezzo per gli innocenti sono patrimonio
comune di tutta la classe dirigente italiana, senza eccezioni, che
oggi individua nei barboni, nei lavavetri e nei vu’cumprà i propri
nemici, ma chiede la concessione immediata della grazia
presidenziale per la Franzoni condannata a 16 anni di carcere per
avere ucciso il proprio figlio.
Scrive il direttore del quotidiano "Liberazione", che serve un
"gesto di pietà" nei confronti di questa donna. Rispondiamo che la
nostra pietà la riserviamo al bambino per il quale, eventualmente,
possiamo chiedere solo giustizia,che la pena irrisoria comminata
alla madre assassina non gli ha dato.La Franzoni, difatti, ha già
ottenuto 3 anni di condono che riducono la sua pena a 13 anni; poi,
avrà lo sconto di almeno 2 anni e 6 mesi per la "liberazione
anticipata" che ridurranno la sua condanna a 10 anni e 6 mesi che
non sconterà mai per intero perché prima le concederanno il lavoro
esterno, poi la semi-libertà e, infine l'affidamento in prova al
servizio sociale per i tre anni residui. Per aver tolto la via a suo
figlio, Anna Maria Franzoni non sconterà più di 4 anni di carcere
effettivo, fatto con le comodità e gli agi che l'amministrazione
penitenziaria sa garantire ai detenuti facoltosi e raccomandati. Gli
"Abele" di casa nostra possono esultare; anche a questo "Caino" è
andata bene. A suo figlio,meno. Ma questo non interessa più a
nessuno. Chi lo ricorda più il viso di questo bambino? Chi piange
per la sua vita spezzata?La madre ride, e gli "Abele" con lei.
Strano Paese il nostro, dove a salire in cattedra e a scagliarsi
contro i "giustizialisti" che non vogliono comprendere il rispetto
per i diritti umani e alla vita dei "Caini" del mondo, ci sono, fra
gli altri, Sergio D'Elia, condannato a 25 anni di reclusione per
concorso nell'omicidio di un poliziotto; Francesca Mambro e Valerio
Fioravanti, condannati a diversi ergastoli per un totale,
rispettivamente, di 95 e 93 morti ammazzati.
Liberi, liberissimi, tutti e tre, da anni. I tre hanno deciso, motu
proprio, di aver pagato il loro debito con la società
rispettivamente con 12 anni, 18 anni e 20 anni di carcere; per conto
loro, hanno anche stabilito di essere dei "criminali" recuperati
alla società e, in quanto tali, di poter pontificare ed inveire
contro coloro che hanno a cuore i diritti umani e alla vita degli
innocenti, invece di versare lacrime su quelli, presuntemente
violati, dei malfattori di tutto il mondo. Strano Paese, il nostro
che concede agio e spazio a tre individui di questa levatura morale
che hanno ucciso, massacrato, rinnegato le loro idee, riacquistato
la libertà con un "ravvedimento" che nessuno può giudicare sincero
e che sono impegnati ora a salvaguardare non la vita degli
innocenti, ma quella di quanti a questi ultimi l'hanno tolta. I tre,
in pratica, rimangono solidali con quelli come loro per i quali
chiedono che sia salvata la vita in quei Paesi, certamente più
civili del nostro, dove la ferocia umana è sanzionata con la morte.
Compiacimento ha provocato, fra i funzionari del Dipartimento per
l'amministrazione penitenziaria, la concessione dell'affidamento in
prova ai servizio sociale di Marco Furlan, condannato a 27 anni di
carcere, perché ritenuto semi-infermo di mente, per aver commesso
15 omicidi, dei quali 10 , accertati con matematica certezza, e di
aver tentato di incendiare una discoteca all'interno della quale si
trovavano centinaia di ragazzi e ragazze,destinate, se ci fosse
riuscito, a morte certa. Marco Furlan,su una condanna a 27 anni di
reclusione, ha ottenuto dallo Stato uno sconto di 7 anni, fra
indulto e "liberazione anticipata". In totale, avrebbe potuto
scontare 20 anni per 15 omicidi e un mancato massacro, ma anche
questi sono stati ritenuti eccessivi da secondini e magistrati di
sorveglianza che lo hanno rimesso in libertà con tre anni di
anticipo.
Tra poco, il Tribunale di sorveglianza di Milano avrà il piacere e
l'onore di concedere la semi-libertà a Pietro Maso, che 17 anni fa
ha massacrato in modo atroce il padre e la madre per impossessarsi
dell'eredità. Intanto, lo mandano in permesso premio perché possa
iniziare, gradualmente, il processo di reinseriménto nella società.
Anche a Pietro Maso, lo Stato ha concesso, fino ad ora, uno sconto
congruo di 7 anni sui 30 che avrebbe dovuto scontare, ma i 23
residui sono - manco a dirlo - considerati eccessivi, una pena
inumana per un"ragazzo" che, invece, va recuperato alla società. E’
un capolavoro di ipocrisia,questa pretesa che il carcere italiano
recuperi i detenuti ( i recidivi sono oltre il 70 per cento),
compresi i Furlan, i Maso, i Fioravanti, per i quali, viceversa, le
porte della società civile rimangono rigidamente serrate. Si
aprono, per loro le porte delle comunità dirette da preti cattolici
e, nel caso dei Fioravanti, quelle dell'associazione "Nessuno tocchi
Caino", diretta da Sergio D'Elia, con la benedizione dei politici e
del Sismi che li proteggono.
La società,no, non crede che siano "ravveduti" né che abbiano pagato
i loro delitti, per i quali non ci potrà mai essere né ritorno né
perdono. Si potrebbero citare centinaia e centinaia di casi simili
a questi dei Furlan, dei Maso e dei Fioravanti, come i nomi degli
italiani uccisi da detenuti in permesso premio, in semi-libertà, in
affidamento in prova al servizio sociale, ecc. ecc. Ma non è questa
la sede, perché qui ci limitiamo a sottolineare come il pietismo ed
il perdonismo ad oltranza nei confronti dei peggiori ha ottenuto
come effetto l'abbassamento della soglia di vigilanza da parte
dell'opinione pubblica.
Sommersa, frastornata e confusa da una propaganda giornalistica e
televisiva che,da decenni ormai, crea l'immagine dell' " uomo che
sbaglia " ma che può essere, comunque, recuperato qualsiasi cosa
abbia fatto; che addossa alla società tutte le colpe degli "errori"
commessi da chi, viceversa, sceglie consapevolmente di delinquere;
che tuona contro lo Stato che non ha il diritto di "vendicare"
nemmeno l'assassinio dei suoi cittadini, mentre i familiari hanno
solo il dovere di perdonare, l'opinione pubblica ha finito per
rassegnarsi al delitto come un evento, fatale, ineluttabile, che va
contrastato con le armi della persuasione e della rieducazione, mai
con quelle della repressione. Se, oggi, la presenza di un individuo
come Silvio Berlusconi alla presidenza del Consiglio non turba più
le coscienze degli italiani, se la questione morale non è più
argomento di cui si possa discutere senza essere accusati di
"giustizialismo", se condannati per mafia ed altri delitti siedono
in Parlamento, nei consigli regionali, provinciali e comunali senza
che si alzi una sola voce di sdegno, lo dobbiamo a questa politica
che ha sopito le coscienze e disarmato gli animi.
In fondo, diciamolo, cos'è il reato di "corruzione giudiziaria"
dinanzi all'uccisione di un padre e di una madre amorevoli da parte
.del figlio? Cosa sono mai i reati di "falso in bilancio",
"concussione","frode fiscale", tangenti ai politici se paragonati a
quelli di tanti "bravi ragazzi" che stampa e televisione hanno
mostrato come "simpatiche canaglie" che la civiltà impone di
reinserire nella società?
Nulla.
Questa politica, non fine a se stessa, come si può constatare, ha
determinato una situazione nella quale non esiste più la divisione
netta fra chi è onesto e chi delinque, ma quella fra chi, per
carità, "non ha ammazzato nessuno" e chi "non ruba perché non ha
avuto, l'occasione per farlo". Un mondo, in cui l'onesto è un fesso
o un fallito, ma potenzialmente un malfattore che, quindi, deve
"comprendere" e perdonare"chi sbaglia" perché nessuno può giudicare
e condannare i suoi simili. E coloro che non accettano di
uniformarsi a questa nuova e aberrante realtà,sono bollati come
“giustizialisti", da emarginare e condannare.
La società italiana di oggi è simile a quella del carcere dove
esistono i delinquenti di professione e i cosiddetti "rei
occasionali", quelli che magari hanno ammazzato la moglie per
gelosia. I primi comandano e godono dei privilegi del loro status
riconosciuto dai carcerieri, e i secondi vivono silenziosi e
sottomessi. Una società anti-giustizialista, quella del carcere, che
accoglie con un boato di gioia il ritorno di Silvio Berlusconi al
governo, nella quale gli innocenti non hanno diritti, ma solo il
dovere di farsi derubare, rapinare, estorcere soldi, farsi
sequestrare e farsi ammazzare.
Una società che disprezza i "morti di fame", gli zingari e i
barboni, i "vu’cumprà" e i lavavetri.
Una società,quella anti-giustizialista del carcere,che somiglia
maledettamente a quella italiana attuale così come l'hanno forgiata
gli anti-giustizialisti della politica. Forse, è venuto il momento
di smascherare i Caini travestiti da Abele, di riscoprire il senso
dell'onestà e della giustizia, di commuoversi per chi muore e non
per chi uccide, lasciando che ogni Paese applichi le sue leggi
intese a difendere i diritti degli innocenti, per la salvaguardia
delle vite dei giusti. Non potranno mai essere i D'Elia e i
Fioravanti a dare lezioni di etica della vita e di giustizia agli
italiani e agli stranieri. L'anomalia rappresentata da questi
vocianti difensori della vita di assassini,stupratori e pedofili
deve cessare se questo vuole tornare alla normalità.E potrà tornare
alla normalità solo se riscopre il valore della giustizia
riconoscendone la funzione di suprema ordinatrice della vita sociale
che, quando condanna un colpevole, non può essere "buona" o
"pietosa" ma semplicemente giusta, quindi anche crudele perché non
esistono punizioni buone o cattive, ma solo castighi che, per
quanto presentati come "umani" sono altrettanto severi e feroci di
tanti altri in vigore in Paesi esteri.
E se il patibolo rappresenta la sanzione estrema,esso ha il pregio
di essere rapido e tale da rappresentare un deterrente efficace, a
differenza di quelle pene detentive che tolgono la vita giorno dopo
giorno infliggendo una morte lenta,'goccia dopo goccia’, per usare
l'espressione dei cattolici ad esse favorevoli che uccidono prima
l'anima, poi la mente e infine il corpo, ma illudono i condannati
che si sentono vivi e nutrono l'illusoria speranza di restare tali
anno dopo anno, decennio dopo decennio, fino a quando realizzano che
la vita è l'esatto contrario di ciò che essi, in carcere, hanno
creduto, nutrendosi ogni giorno di odio e di rancore. Troppo tempo
impiegano gli uomini a comprendere che l'italica giustizia "buona"
li condanna ad una non-vita, a una morte lenta per asfissia, che ha
perso la sua efficacia come deterrente. Forse, è giunto il momento
di ricordarsi le parole di un pubblico ministero che, negli anni
Trenta, in questo Paese chiese ed ottenne la condanna a morte di un
efferato omicida.
Rivolto ai giudici della Corte di assise,disse:"Abbiate pietà, non
lasciatelo vivere".
Riscopriamo questa pietà e, con essa, quella nei confronti degli
innocenti, gli unici che hanno il diritto di vivere e lo Stato ha
il dovere di far vivere.
Vincenzo Vinciguerra Opera, 29 luglio 2008