IL VIVO E IL MORTO

II morto è Ali Juburi, iracheno, detenuto in sciopero della fame perché condannato ad una pena di lieve entità, a suo dire, ingiustamente. E' deceduto nell'ospedale de l'Aquila il 12 agosto 2008, dono uno sciopero della fame iniziato il 28 maggio 2008. Un articolo, qualche tardiva interrogazione parlamentare dei deputati radicali, il silenzio dei Caini di "Nessuno tocchi Caino", e la parola fine sulla vita di un uomo che nessuno conosceva e alla cui sorte nessuno si è mai interessato.
Il vivo è Ovidio Bompressi, condannato a 22 anni di reclusione per l'omicidio del commissario di Ps luigi Calabresi, avvenuto il 17 maggio 1972, graziato dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per "ragioni umanitarie".Il raffronto fra il trattamento riservato dallo Stato italiano e dal regime politico a questi due uomini è impietoso perché svela la realtà di un potere cinico e spietato che si attiva solo per salvare gli amici e gli amici degli amici, condannando a morte coloro che non gli interessano o non sono in grado di ricattarlo.
Ovidio Bompressi, ex dirigente di "Lotta continua", era stato condannato ad una pena derisoria per l'eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge: 22 anni di reclusione per omicidio aggravato di un funzionario di Ps, al posto della pena dell'ergastolo inflitta normalmente ai cittadini italiani chiamati a rispondere di un medesimo delitto, magari senza averlo premeditato.
Ma il "compagno" Ovidio Bompressi, secondo Gerardo D'Ambrosio ed i suoi colleghi della procura della Repubblica di Milano, era un cittadino al di sopra degli altri e, pertanto, non meritava, di marcire all'ergastolo, anzi andava messo in condizione di restare in libertà e,quando detenuto, di ritornarci entro brevissimo tempo. Come l'iracheno Ali Juburi, Ovidio Bompressi si proclamava innocente ma, a differenza del primo, quando entrava in cella, lui si metteva a dieta, mangiava poco, quel che bastava per perdere peso e permettere ai medici del carcere di Pisa di dichiararlo anoressico. L'anoressia, da anni, è stata cancellata dal novero delle malattie per le quali un detenuto può ottenere il differimento della pena,ovvero tornare in libertà per curarsi e riprendere l'esecuzione della pena una volta ristabilito.
Ma Bompressi è Bompressi, non un cittadino come gli altri, quindi il Tribunale di sorveglianza di Pisa, preso atto che aveva perso qualche chilo, gli ha subito concesso la sospensione della pena, prorogata e ancora prorogata per poi essere sostituita con la detenzione domiciliare per motivi di salute, e così via evitando al condannato di rientrare nelle patrie galere in attesa della grazia presidenziale, puntualmente e spudoratamente concessa. Il risultato è stato ottenuto con una campagna mediatica assillante che ha presentato, per oltre 16 anni, Ovidio Bompressi come un martire della giustizia ingiusta che lo aveva condannato a morire d'inedia all'interno di un orrido carcere nostrano. Ecco,Bompressi in carrozzella che esce dal carcere con il viso smunto di chi ha mangiato poco, fra le stridule grida d'indignazione dei politici di tutti gli schieramenti e dei Caini di Stato e di regime, pronti a ricordare che l'Italia è la patria dei diritti umani, che la pena non può essere contraria ai criteri di umanità, ecc. ecc.
La sudditanza della magistratura di sorveglianza nei confronti del potere politico ha fatto il resto, così che un condannato a 22 di reclusione ha scontato, se così si può dire, pochi anni a casa sua ed infine è stato graziato, calpestando allegramente l'art. 3 della Costituzione sull'eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge.
Ben altra sorte è toccata ad Ali Juburi che, forse, aveva creduto che in Italia ci fosse una giustizia e, soprattutto, un senso di umanità superiori a quelli esistenti nel proprio paese.
Per provare la sua innocenza, Ali Juburi non si è messo a dieta come Ovidio Bompressi, ma ha iniziato un autentico sciopero della fame che lo ha condotto dal carcere all'ospedale e dalla vita alla morte, assurda perché l'alimentazione forzata avrebbe dovuto tenerlo in vita.Ma Ali Juburi non era nessuno. Un cittadino straniero (ma se era italiano era la stessa, medesima cosa) che forse aveva rubato qualcosa, certo non aveva ammazzato un commissario di Pubblica sicurezza, che doveva tutto sommato scontare una pena non elevata, ma che voleva essere riconosciuto innocente e per farlo poteva contare solo su stesso. Per lui non si sono mobilitati giornali, telegiornali, politici, preti, esperti; non ci sono stati dibattiti televisivi né interrogazioni parlamentari; nessuno ha scomodato l'inesistenza della pena di morte in Italia, né ha inteso sprecare una parola o un gesto per una persona il cui nome e la cui vita non poteva fare audience.
Poteva, forse, Ali Juburi ricattare qualche istituzione dello Stato minacciando di svelare i segreti rapporti fra "Lotta continua" e il ministero degli Interni?
Poteva, forse, minacciare politici che da anni proclamano la vittoria dello Stato sul terrorismo che, in quegli anni, loro stessi avevano alimentato?
No, Ali Juburi non poteva fare niente di tutto questo. Poteva solo sperare che qualcuno si accorgesse di lui, magari un prete che chiedesse al vescovo di intervenire o un volontario che interessasse al suo caso qualche giornalista che, a sua volta, gli dedicasse un piccolo articolo giusto per attirare l'attenzione di qualcuno in grado di muoversi a suo favore, capace di indurre un magistrato di sorveglianza ad occuparsi di lui, della sua posizione giuridica, delle sue condizioni di salute.
Aveva una pena minima, Ali Juburi, meno di un terzo di quella di Marcello Dell'Utri che siede al Senato della Repubblica dove concorre a riformare la giustizia italiana. Una pena inferiore ai tre anni o, addirittura, di poco superiore ad un anno, di quelle che scontano solo gli extracomunitari come lui, perché con le norme vigenti nessuno entra in carcere con una condanna inferiore ai tre anni.
La Patria dei Caini di "Nessuno tocchi Caino", del Papa che chiede il rispetto dei diritti umani in Cina, delle organizzazioni umanitarie che si battono per i detenuti accusati di genocidio in Ruanda, dei parlamentari che fanno la fila dinanzi al carcere di Sulmona per incontrare Ottaviano Del Turco, è indifferente e sorda alla richiesta di giustizia di un extracomunitario che non ha nome né volto.
L'ipocrisia uccide, la menzogna salva.
Così, mentre, fra il plauso ed il compiacimento generale, Ovidio Bompressi, appena graziato, annuncia che è guarito di colpo dall'anoressia mentale e che ora andrà in montagna, nel silenzio totale Ali Juburi muore di fame in un ospedale dove avrebbero dovuto garantirgli la vita. E' toccato a lui morire, questa volta, senza che Benedetto VI ricordasse il rispetto per la sacralità della vita umana, nell'indifferenza del cardinale Bagnasco e della Conferenza episcopale italiana impegnati a contare i soldi che entreranno nelle loro casse grazia al sostegno dato al pregiudicato Silvio Berlusconi.
A lui è toccato andare al cimitero, mentre il potentissimo Ovidio Bompressi è andato allegramente in montagna dove l'aria è buona e stuzzica l'appetito .
Nell'italica cloaca dove si pretende di lasciare in vita chi è già morto, in nome di un principio clericale, così si uccide chi è in vita e vorrebbe vivere.
Così il potente va in montagna, e il cittadino al cimitero.

Vincenzo Vinciguerra

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