L'ORGANIZZAZIONE
L’evoluzione del pensiero militare nel XX secolo è materia riservata
agli specialisti benché, ad onor del vero, quanto rivoluzionaria
essa sia stata i militari non lo hanno mai tenuto segreto. Anzi,
dalla metà degli anni Cinquanta lo hanno propagandato senza
eccessivo ritegno, rivendicando a se stessi quel ruolo di parità con
i politici che la realtà della guerra Est-Ovest aveva imposto come
necessaria ed inevitabile,
Prendendo esempio e spunto dalle teorie leniniste sulla ‘pace quale
continuazione della guerra con altri mezzi’ che, a sua volta,
parafrasava il più noto concetto di Clausewitz, gli specialisti
occidentali teorizzarono, a loro volta, l’avvento nella storia
dell’uomo della ‘quarta dimensione della guerra’, che comportava il
definitivo superamento del concetto di pace. In un quadro di
conflittualità permanente all’interno di ogni Stato, fra Stati e
blocchi di Stati, l’obiettivo strategico non poteva essere più
rappresentato dalla conquista di un territorio bensì da quella delle
menti, dei cuori e delle coscienze delle popolazioni.
Così, la ‘guerra non ortodossa’ prevede l’impiego massiccio e
capillare dei mezzi di comunicazione di massa non di divisioni
corazzate, di slogan suggestivi non di fucili, di sogni non di aerei
da combattimento. Ma è guerra autentica, totale e permanente, che
viene condotta con metodi e tecniche militari dagli Stati maggiori
occulti, composti da militari e da civili, di un potere palese:
quelli che gli specialisti hanno definito ‘Stati maggiori
allargati’.
Il comunismo sovietico aveva il suo esercito disciplinato, fanatico
e obbediente agli ordini del centro: i partiti comunisti, presenti
in ogni parte del mondo. Gli Stati uniti, di contro, non avevano a
loro disposizione nulla che somigliasse, anche alla lontana,
all’armata ideologica comunista. Non potevano certo essere
considerate un esercito, affidabile e disciplinato, le eterogenee
forze politiche occidentali di estrazione cattolica, liberale,
neofascista, socialdemocratica, in perenne lotta fra loro, avide di
denaro e assetate di potere.
Vi erano, quindi, in Occidente, un vertice, una dottrina ed una
strategia che andavano provvisti di uno strumento idoneo in grado di
condizionare gli amici, controllare gli alleati, fronteggiare i
nemici: nacque così l’ ‘Organizzazione’. Un esercito segreto,
invisibile, schierato a fianco di quello ufficiale, sovranazionale,
disciplinato, coordinato da un unico vertice, guardia pretoriana
fedele solo all’Impero. Un’armata clandestina, selezionata e
spietata, in grado di contrastare il movimento comunista
internazionale ovunque e comunque, con il vantaggio di non comparire
negli annuari militari, di non figurare tra le forze politiche
ufficiali. Un’armata fantasma capace di combattere quella ‘guerra
camuffata da pace’ (P.Willan, I burattinai, Pironti Napoli 1993,
p.37) che l’impero americano ha istituzionalizzato e reso perenne,
al pari del nostro servaggio.
Vediamo di illuminare, in queste pagine, l’esercito segreto
iniziando il nostro percorso da alcune considerazioni doverose,
fatte non per spirito polemico ma per evitare a chi è in buona fede
di persistere negli errori di interpretazione e dimostrare che, se
molto di vero è stato ormai detto ed accertato, la verità non è
stata ancora raggiunta.
Non è, per esempio, accettabile che Giuseppe De Lutiis continui ad
offrire al suo pubblico l’immagine della loggia P2 come quella del
‘governo invisibile del Paese’ negli anni Settanta, quando un
comando diverso da quello ufficiale è esistito prima, durante e
dopo. Ed è ancora oggi operante senza che le traversie della
massoneria lo abbiano frenato nell’esercizio del suo potere. Sbaglia
Gianni Cipriani quando scrive che “la classe politica che nel
dopoguerra aveva avuto le responsabilità di governo è stata
sconfitta da quella che avrebbe dovuto essere la sua vittoria, ossia
il crollo dei regimi comunisti dell’Est europeo. Nel breve volgere
di una stagione –prosegue- vengono a mancare il pericolo da Oriente,
sono venute meno anche le garanzie internazionali che avevano
protetto un sistema sostanzialmente e formalmente illegale, che ha
dato origine a una forma di doppio Stato e di doppia lealtà che ha
consentito la ramificazione di centri di potere occulto” (G.Cipriani,
I mandanti, Roma 1994, p.XVI). Come si vede, Gianni Cipriani fa
scaturire dalla periferia dell’impero quello ‘Stato parallelo’ che,
viceversa, è stato creato dal centro. Il britannico Philip Willan si
balocca in un suo libro asserendo che non è facile nemmeno
“determinare chi fosse responsabile delle scelte che venivano fatte
nell’ottica della strategia della tensione, anche se probabilmente
–conviene, bontà sua- il governo e i servizi segreti svolsero un
ruolo di primaria importanza (P.Willan, I burattinai cit., p.34).
Patetico nel suo ottimismo è, poi, Sandro Provvisionato che arriva a
scrivere che “forse i fili si sono rotti, i grandi burattinai del
terrore, dell’inganno e delle trame si ritrovano tra le mani solo
pupazzi inanimati” (S.Provvisionato, Misteri d’Italia, Laterza Bari
1993, p.VII).
Lucido appare, invece, Gianni Barbacetto quando riconosce che il
sistema di potere, il “Network ancora funziona in Italia” (G.Barbacetto,
Il grande vecchio, Milano 1993, p.233) e conclude il suo libro
usando prudentemente il condizionale, segno di un’incertezza che
onora la sua intelligenza, più che giustificata da parte sua
sull’effettivo smantellamento e sul ripudio da parte del potere
atlantico delle strutture e dei metodi utilizzati per vincere la
guerra fredda. Un dubbio fondato, quello di Barbacetto, perché gli
Stati uniti d’America non hanno creato le ‘strutture parallele’ solo
–e tanto- perché venissero utilizzate contro il comunismo, come
mezzo provvisorio da impiegare per la sola durata del conflitto, ma
come strumento stabile per rafforzare e difendere il potere da
qualsiasi minaccia, anche solo potenziale ed ipotetica, possa
profilarsi contro di esso.
Il crollo dell’Unione sovietica non segna, quindi, la fine degli
apparati che hanno contrastato il comunismo ma solo quella di coloro
che, come i democristiani in Italia, sono stati sostenuti prima,
tollerati poi, da un potere che non riteneva di poter prescindere
dalla loro utilizzazione strumentale e che, oggi, li spazza via
perché non avrebbe più significato, venuto meno lo stato di
necessità, mantenerli in auge e sostentarne ancora i voraci appetiti
personali e di partito. C’è un’acuta intelligenza politica alla base
delle ‘tangentopoli’ che hanno scosso –certamente non a caso-
numerosi paesi anticomunisti, oltre all’Italia, dopo la sconfitta
del comunismo, che ha dato via ad una potatura dell’albero
eliminando i rami marci e facendo cadere le foglie secche in modo da
rinvigorirlo e restituirgli, sul piano dell’immagine, l’antico
splendore. E così, con una strategia raffinata, dà in pasto alle
plebi impoverite ed inferocite, con un gesto munifico, i propri
servi e tramuta l'inizio di quella che poteva essere la sua fine in
quella della sua più splendida vittoria.
E mentre i partiti politici rappresentano strumenti, talora
contingenti, sempre intercambiabili, l’ ‘organizzazione’ non
scompare, non cambia, eventualmente si rafforza ed affina i suoi
mezzi per essere in grado di proteggere sempre meglio gli interessi
degli Stati uniti d’America.
Vediamo, quindi, di tracciare il profilo dell’ ‘organizzazione’
seguendo un ordine cronologico che ne sottolinei il progressivo
delinearsi nel tempo, sul piano politico, a cominciare dall’Italia.
Il primo a parlare di questa struttura, in un’intervista concessa
all’Europeo il 17 ottobre 1974, fu Roberto Cavallaro, enigmatica
figura di ‘sovversivo di Stato’, che dichiarerà testualmente: “L’
‘organizzazione’ esiste di per sé in una struttura legittima con lo
scopo di impedire turbative alle istituzioni. Quando queste
turbative si diffondono nel Paese (disordini, tensioni sindacali,
violenze e così via) l’ ’organizzazione’ si mette in moto per
cercare di ristabilire l’ordine. E’ successo questo: che se le
turbative non si verificavano esse venivano create ad arte dall’
‘organizzazione’ attraverso tutti gli organi di estrema destra (ma
guardi che ce ne sono anche di estrema sinistra) ora sotto processo
nel quadro delle inchieste sulle cosiddette trame nere (Rosa dei
venti, Ordine nero, la Fenice, il Mar di Fumagalli, i Giustizieri
d’Italia e tanti altri)” (G.De Lutiis, Storia dei servizi segreti in
Italia, Editori riuniti Roma 1984, p.141 in nota). Nel marzo dello
stesso anno, al giudice Tamburino, Cavallaro aveva specificato che
ai vertici dell’ ‘organizzazione’ c’erano “i servizi segreti
italiani ed americani, ma anche alcune potenti società
multinazionali” (ivi, p.111).
Nel maggio del 1974, fu il tenente colonnello Amos Spiazzi a
confermare sostanzialmente quanto già dichiarato da Roberto
Cavallaro: “E’ vero che nel giugno del 1973 –gli chiede il giudice
Tamburino- come ha dichiarato a verbale Roberto Cavallaro, lei
ricevette l’ordine di mettere in allarme i ‘gruppi fiancheggiatori’
delle forze armate? Da chi venne l’ordine?”. “Ricevetti –rispose
Spiazzi- l’ordine dal mio superiore militare, appartenente
all’Organizzazione di sicurezza delle Forze armate, che non ha
finalità eversive ma che si propone di difendere le istituzioni
contro il marxismo. Questo organismo non si identifica con il Sid,
ma in gran parte coincide con il Sid”. “Ma come è composto questo
organismo parallelo di sicurezza? E’ un organismo militare?”. “Mi
risulta –dichiara Spiazzi- che non ne facciano parte solo i militari
ma anche civili, industriali, politici…” (ivi, p.111-112). Sarà
ancor più loquace, l’ufficiale veronese, con il giudice Filippo
Fiore, al quale “precisò ancora meglio le caratteristiche di questa
struttura: l’ ‘organizzazione’ ha carattere di ufficialità, pur con
l’elasticità per quanto riguarda metodi e personale, di volta in
volta definiti con disposizioni orali…In sostanza l’organizzazione è
composta dagli ‘alter ego’ della struttura ‘I’ ufficiale” (ivi,
p.112).
Il 14 dicembre, nel corso di un’udienza per il processo sul tentato
‘golpe Borghese’, tocca al generale Vito Miceli, già direttore del
Sid, ammettere pubblicamente l’esistenza di una struttura
supersegreta. Rispondendo ad una specifica domanda del giudice a
latere, l’alto ufficiale afferma: “Lei in sostanza vuole sapere se
esiste un organismo segretissimo nell’ambito del Sid. Io finora ho
parlato delle dodici branche in cui si divide. Ognuna di esse ha
come appendici altri organismi, altre organizzazioni operative,
sempre con scopi istituzionali. C’è, ed è sempre esistita, una
particolare organizzazione segretissima, che è a conoscenza delle
massime autorità dello Stato. Vista dall’esterno, da un profano,
questa organizzazione può essere interpretata in modo non corretto,
potrebbe apparire come qualcosa di estraneo alla linea ufficiale. Si
tratta –specifica Miceli- di un organismo inserito nell’ambito del
Sid. Comunque svincolato dalla catena di ufficiali appartenenti al
servizio ‘I’, che assolve compiti prettamente istituzionali, anche
se si tratta di attività ben lontana dalla ricerca informativa. Se
mi chiede dettagli particolareggiati –conclude- dico: non posso
rispondere, chiedeteli alle massime autorità dello Stato, in modo
che possa esservi un chiarimento definitivo” (ivi, p.129).
Con l’esplodere dello scandalo della loggia P2, nella primavera del
1981, nuove dichiarazioni si aggiungono alle precedenti sulla
esistenza di un organismo ufficiale che opera segretamente in tutti
i campi, ma che nessuno sa o vuole delineare in modo proprio.
Fondamentali sono, ad esempio, quelle rese dal generale Siro
Rossetti, già responsabile del Sios-Esercito, iscritto alla loggia
P2. La “organizzazione va cercata in altre sedi quanto ai suoi
gangli vitali e direttivi. Il gen.Miceli, se ha fatto qualcosa, ove
non si tratti di errate valutazioni, di desiderio di lavare i panni
in casa o di minimizzare responsabilità altrui, può avere operato
soltanto se richiesto o innescato da centri di potere ben superiori;
non si tratta, quindi, di un vertice ma semmai di un anello che deve
immancabilmente portare ad altro. A mio avviso –conclude Rossetti-
l’ ‘organizzazione è tale e talmente vasta da avere capacità
operative nel campo politico, militare, della finanza, dell’alta
delinquenza organizzata”.
Da un altro iscritto alla loggia di Licio Gelli venne, poi, una
conferma ulteriore della presenza e dell’attività di un organismo
non identificato che manovrava i gruppi politici di destra e di
sinistra per finalità proprie che niente avevano a che vedere con
quelle degli inconsapevoli manovrati. Matteo Lex, ufficiale medico e
responsabile sanitario del carcere di Sollicciano, raccontò ai
magistrati che “un suo collega, psichiatra dell’ospedale militare di
Firenze, gli aveva riferito che la destabilizzazione in Italia non
era fatta solo da gruppi terroristici rossi e neri, ma da un’unica
organizzazione che si prefiggeva un unico scopo” (P.Willan, I
burattinai cit., p.80).
Il primo ad uscire dal generico per dare contorni più nitidi all’
‘organizzazione’ specializzata nell’attuazione di strategie
“eversive nei metodi e difensive nei fini” (V.Vinciguerra, Ergastolo
per la libertà, Arnaud Firenze 1989, p.181) sono stato proprio io,
sia in sede giudiziaria che giornalistica, a partire dall’estate del
1984. Le mie dichiarazioni in proposito le riportò, sottolineandole,
il presidente della Corte d’assise di Venezia, dr. Renato Gavagnin,
nella motivazione della sentenza al processo di Peteano. “Due punti
al riguardo meritano di essere sottolineati, sempre sostenuti
dall’imputato, e in istruzione e nel dibattimento e nei memoriali
prodotti; il primo –scrisse il dottor Gavagnin- che si può dire stia
a monte e dia giustificazione di tutto quanto poi è seguito, è che
fin dal dopoguerra sarebbe stata costituita una ‘struttura
parallela’ ai servizi di sicurezza e che dipendeva dall’Alleanza
atlantica; i vertici politici e militari italiani ne erano
perfettamente a conoscenza. Si trattava di una struttura attrezzata
sul piano organizzativo ad intervenire con azioni di sabotaggio nel
caso si verificasse un’invasione sovietica. Il personale veniva
selezionato e reclutato negli ambienti dove l’anticomunismo era più
viscerale e cioè negli ambienti di estrema destra…Quindi la
strategia della tensione che ha colpito l’Italia, e mi riferisco a
tutti gli episodi che partirono dal ’69 e anche prima, è dovuta
all’esistenza della struttura occulta di cui ho detto e agli uomini
che vi appartenevano e che sono stati utilizzati anche per fini
interni anche da forze nazionali ed internazionali, e per forze
internazionali intendo principalmente gli Stati uniti d’America…” (G.Salvi
/a cura di/, La strategia delle stragi, Editori riuniti Roma 1989,
p.107).
Non in sede giudiziaria, questa volta, ma in un libro tornavo nel
1989, ancora una volta, sull’argomento ribadendo il concetto che in
Italia esisteva “un’organizzazione segreta composta da militari e
civili, alla quale sono affidati compiti politici e militari, in
possesso di una rete di comunicazione propria, di armi, di
esplosivi, e di uomini addestrati ad usarli. Una
super-organizzazione, questa, che da anni, dall'immediato
dopoguerra, ha creato una struttura di comando parallela a quella
ufficiale esistente, ed ha arruolato e addestrato all’uso delle armi
ed al sabotaggio migliaia di uomini in tutto il Paese. Una
super-organizzazione che, per ottemperare agli scopi per i quali è
stata creata, ha finito per inglobare nelle sue file non solo uomini
singoli ma gruppi, sia politici che malavitosi. Di quella malavita
che si riconosce nei simboli della massoneria e dell’anticomunismo
come, ad esempio, la mafia. Una super-organizzazione che, in
mancanza dell’invasione militare sovietica che non c’è stata né ci
poteva essere, si è assunta per conto della Nato il compito di
evitare slittamenti a sinistra degli equilibri politici del
Paese…”(V.Vinciguerra, Ergastolo ecc.cit., p. 104).
Sul finire del 1989, quindi, vi erano gli elementi, basati su
testimonianze autorevoli e concrete, per riconoscere come attiva nel
Paese da almeno un ventennio, un’organizzazione segreta ma non
clandestina, occulta ma non illegale, istituzionale e non eversiva
che agiva al di fuori di ogni controllo e rispondeva del suo operato
ad un vertice non identificato.
Nessuno però, fino a quel momento, si era curato di verificare se
fosse possibile, sulla base degli elementi già acquisiti, procedere
all’individuazione dell’organizzazione. Peggio: quando Giulio
Andreotti ammise l’esistenza della struttura mista, composta da
militari e civili denominata ‘Gladio’, tutti coloro che avevano fino
a quel momento taciuto si levarono in piedi a strillare che
finalmente –loro e Andreotti- avevano smascherato la centrale
terroristico-eversiva dei servizi segreti che, in combutta coi
nazi-fascisti, aveva fatto tutte le stragi.
Non poteva mancare all’appuntamento con l’ennesimo tentativo di
mistificazione della verità il solito Casson Felice che cercava di
darvi sanzione giudiziaria con una sentenza che pretendeva, come da
copione, di escludere da ogni responsabilità nella gestione delle
Stay-behind sia l’Alleanza atlantica che i vertici politici e
militari italiani, così da rendere definitivamente credibile la tesi
di una Gladio inserita nell’esclusivo ambito dei ‘servizi deviati’,
sostenuti dalla Cia. Con l’aria di chi la sa lunga, il Casson
infiora la sua sentenza del 10 ottobre 1991 contro l’ammiraglio
Fulvio Martini ed il gen.Paolo Inzerilli con ‘perle’ di questo tipo:
“Ci sono stati, poi, dei tentativi di confondere le acque dicendo
che Gladio, pur non essendo Nato farebbe comunque riferimento al
Patto atlantico. E’ una distinzione che vorrebbe essere sottile che
però non si capisce” (AA.VV., Servizi segreti, Avvenimenti 28 maggio
1973 p.75). Il tutto per concludere che la struttura Stay-behind, in
Italia, era esistita in forma totalmente illegittima.
Sceso in campo Francesco Cossiga, ancora presidente della
Repubblica, la legittimità di Gladio viene infine riconosciuta: “La
Procura romana- si legge in un trafiletto di Repubblica- ha chiesto
al Tribunale dei ministri l’archiviazione della posizione dell’ex
Presidente della repubblica Francesco Cossiga per l’organizzazione
clandestina degli anni Cinquanta Gladio, sciolta nel ’92. I
magistrati avrebbero ritenuto che gli originari compiti
istituzionali di Gladio erano legittimi, così come sostenne Cossiga
nel dicembre del 1991 quando si autodenunciò all’autorità
giudiziaria” (Cossiga, chiesta l’archiviazione, Repubblica 9
febbraio 1994).
Smentita la verità del giudice veneziano, i corazzieri della Procura
della repubblica di Roma si preoccupano di circoscrivere, concedendo
una patente di assoluta credibilità alla versione governativa, le
funzioni di Gladio a quelle di un’organizzazione esistita per
fronteggiare un’ipotesi, perché tale era quella riguardante la
minaccia militare sovietica. Il sospetto che l’ipotesi di
un’invasione sovietica potesse essere fronteggiata con la
formulazione di un’ipotesi di resistenza, senza bisogno di
costituire depositi di esplosivi e di armi su tutto il territorio
nazionale, non sembra sfiorare i magistrati romani. E, parimenti,
non ne turba le coscienze il fatto che tutti gli elementi raccolti,
anche in sede giudiziaria, sulla struttura Gladio smentiscano la
verità ufficiale. Nessuno, poi, si chiede se Gladio possa
identificarsi con l’ ‘organizzazione’ in tutto o in parte, e se le
sue strutture, una ormai riconosciuta e ritenuta legittima, l’altra
ancora immersa negli interrogativi rimasti senza risposta non siano,
in realtà, una sola.
Eppure, gli elementi per porsi almeno la domanda ci sono tutti. Che
l’ ‘organizzazione’ fosse a carattere sovranazionale lo avevano
detto sia Roberto Cavallaro che Amos Spiazzi. Quest’ultimo aveva
dichiarato, in maniera esplicita, che l’ ’organizzazione’ con
carattere di sovranazionalità coincideva in gran parte…con la
struttura dei vertici degli Uffici ‘I’ delle varie forze armate, e
agiva in assoluta segretezza e in collegamento con le forze analoghe
degli altri Paesi della Nato” (G.De Lutiis, Storia ecc.cit., p.113).
La stessa realtà l’avevo delineata io, inquadrando le strutture
parallele in ambito Nato, ed era agevolmente riconoscibile anche
dalle parole del gen.Vito Miceli che aveva confermato le
dichiarazioni di Amos Spiazzi.
Oggi, a dare l’avallo definitivo a questa realtà si aggiungono le
dichiarazioni di Francesco Cossiga e le indagini dei giudici della
Procura militare di Padova. Tempo fa, partecipando al convegno di
Redipuglia indetto dai pensionati di Gladio, l’ex Presidente della
repubblica si è abbandonato ad una delle esternazioni che lo hanno
reso famoso. “Con me –ha affermato- sarebbero potute venire molte
persone: Andreotti, Spadolini, Rognoni, Taviani…Tutti coloro che
hanno partecipato al governo di Stay-behind. I gladiatori –ha
precisato Cossiga- hanno operato con tutte le altre strutture di
Stay-behind in Europa. Ed anche se la gente non ci crede,
Stay-behind esisteva in Francia, Inghilterra, Germania, Belgio,
Olanda, Danimarca, Svezia ed Austria. Loro hanno collaborato per
tutti questi anni”…”Le dico –ha proseguito- che c’erano due
organismi, uno dei quali era la Commissione di collegamento con i
Comandi alleati, tutto coperto dal segreto…Stay-behind era una
potente organizzazione interalleata”… lo sapevano Spadolini, Taviani
ed altri ancora, in tutto ventidue persone” (M.Molinari, Cossiga
esterna: quei gladiatori che gentiluomini, Il Giorno 4 agosto 1993).
Affermazioni pesanti e gravissime, come si vede, sulle quali avremo
modo di ritornare nel prosieguo della nostra analisi, qui servendoci
rimarcare, per ora, come l’informatissimo Cossiga definisca ‘potente
organizzazione interalleata’ quella che il furbo Casson aveva
escluso in forma perentoria (“Gladio non era e non è Nato”: Servizi
segreti cit., p.75), che potesse essere collegata con l’Alleanza
atlantica.
I due magistrati militari di Padova, Sergio Dini e Benedetto Roberti,
da parte loro, avrebbero scoperto nel corso delle loro indagini che
“la Stay-behind italiana sarebbe stata provvista di un doppio
cappello…da un lato la Nato, grazie alla quale…si esercitava il
segreto per non violare gli accordi internazionali; dall’altro la
Cia, dalla quale si attingevano i piani informativi. Dini e Roberti
avrebbero confermato anche l’esistenza di addetti a Gladio al di
fuori degli elenchi ufficiali resi di dominio pubblico,
sottolineando che per tutti questi militanti tuttora sconosciuti
esiste il sospetto che possa trattarsi di personaggi “fortemente
implicati nello stragismo”. Avrebbero inoltre affermato che
all’interno di Gladio c’era un ufficio ‘D’ preposto a sovraintendere
sulle esercitazioni con gli esplosivi, e un altro fortemente
‘impegnato’ sul fronte sociale, a sobillare gli operai e a creare
una situazione di allarme politico” (Così Gladio si addestrava col
tritolo, Il Giorno 4 agosto 1993).
Il primo punto di coincidenza fra l’ ‘organizzazione’ e la struttura
Stay-behind è così stabilito: si tratta, in entrambi i casi, di
organismi a carattere sovranazionale che rispondono del loro operato
ad un vertice che non è nazionale, ma inserito nell’ambito
dell’Alleanza atlantica. Il secondo punto è quello che vede, in
tutte e due le strutture, la presenza dei servizi segreti italiani e
statunitensi. Il terzo elemento di coincidenza è che si tratta,
nell’uno e nell'altro caso, di strutture miste nelle quali, cioè,
sono presenti sia militari che civili.
Ma questi tre elementi non sono i soli ad indicare che l’
‘organizzazione’ di cui parlano Cavallaro e Spiazzi, Miceli e
Rossetti, Lex ed il sottoscritto, e Gladio devono, in realtà, essere
considerati nient’altro che il medesimo strumento di disordine e di
terrore di cui gli Usa e l’Alleanza atlantica si sono serviti, e
continuano a servirsi, per esercitare il loro dominio sul nostro
Paese e sull’intera Europa occidentale. Per individuarne un altro,
ad esempio, è sufficiente richiamare la testimonianza già citata del
gen.Siro Rossetti su “una organizzazione talmente vasta da avere
capacità operative nel campo politico, militare, della finanza,
dell’alta delinquenza organizzata”. In parole semplici, l’ex
responsabile del Sios-Esercito afferma che l’ ‘organizzazione’ può
operare attraverso propri elementi nei settori sopra indicati per
svolgere attività che spaziano dall’acquisizione di informazioni
alla messa in esecuzione di azioni di varia natura. Il che vuol dire
che questo organismo ha propri infiltrati in tutti i settori e in
tutti gli ambienti, in tutti i gruppi e in tutte le associazioni.
Vuol dire che non tutti i neofascisti o i ‘combattenti per il
comunismo’ sono tali, che non lo sono tutti i mafiosi, che ci sono
finanzieri, bancari, ufficiali delle Forze armate, funzionari di
polizia, politici di tutti i partiti e giornalisti di ogni testata
che lavorano per l’ ‘organizzazione’. Un dato significativo è quello
fornito dall’alto ufficiale quando riferisce che la struttura di cui
parla è provvista di un elevatissimo numero di uomini, capace di
garantire l’assolvimento dei loro compiti nei campi indicati.
Il collegamento diretto, preciso ed inequivocabile, fra l’
‘organizzazione’ di cui parla Rossetti (e gli altri prima ed insieme
a lui) e Gladio ci viene fornito da un articolo scritto dal
giornalista Ugo Bonasi, iscritto alla loggia P2 (G.Rossi-G.Lombrassa,
In nome della loggia, ed.Napoleone Roma 1981, p.158), apparso su Il
resto del Carlino il 1 novembre 1990, con un titolo esplicito e
pertinente: ‘Le regole dell’esercito segreto’. Ugo Bonasi la
struttura Stay-behind italiana la descrive così: “Un esercito
anticomunista. ‘Soldati’ ma anche uomini di potere, dalla fine degli
anni Cinquanta ad oggi oltre centomila cittadini sono stati cooptati
nella struttura parallela della Nato, la Gladio” (ibidem).
Il fine di Gladio: “…Particolare unificante dell’esercito parallelo
che la Nato ha allestito in Italia era ed è una netta avversione
alla perdita della libertà nel proprio Paese da parte delle forze
del Patto di Varsavia” (ibidem).
Come e da chi venivano reclutati gli uomini di Gladio? “Dal ’56 al
’90 il reclutamento di soldati da inserire nella struttura Gladio
–scrive Bonasi- è stato affidato agli ufficiali ‘I’. Si tratta
–spiega- di ufficiali dipendenti dal Sios (il servizio di
informazione e di sicurezza delle singole Armi), inseriti in ogni
compagnia delle nostre Forze armate…Sono questi ufficiali che hanno
indicato nel corso di tre decenni decine di migliaia di persone che
rispondevano alle caratteristiche richieste. Nei momenti di maggiore
attivismo sono state reclutate per Gladio fino a cinquemila persone
l’anno” (ibidem).
Che facevano i ‘gladiatori’? “La stragrande maggioranza di queste
decine di migliaia di persone non ha mai saputo di essere entrata a
far parte della Gladio. Non conosceva la struttura ma era
perfettamente al corrente che, in caso di necessità (aggressione
interna od esterna), doveva collegarsi –con il sistema delle
cellule- agli altri uomini dello stesso gruppo, e radunarsi in una
località precisa a conoscenza del solo capogruppo. Da lì –conclude
Bonasi- avrebbe dovuto iniziare ad operare contro il nemico
(ibidem).
Dove venivano addestrati i soldati dell’esercito segreto? “La
maggior parte di questi corsi vengono tenuti nelle basi segrete
della Difesa e della Nato in Sardegna, in Veneto, sull’appennino
tosco-emiliano” (ibidem).
Come vivevano in mezzo agli ignari cittadini questi soldati?
“Abbandonato il servizio militare, per età o per servizio di leva,
gli uomini inseriti nella Gladio mantenevano un cordone ombelicale
con la struttura attraverso il responsabile del gruppo, della
cellula. Alcuni di loro svolgevano anche compiti di intelligence, di
penetrazione di ambienti ritenuti a rischio: sindacati, partiti
politici, organizzazioni culturali” (ibidem).
In Gladio, conferma Bonasi, viveva anche l’alta finanza: “Gli uomini
del potere economico, grandi imprenditori erano nella Gladio, non
con compiti operativi ma con un ruolo di sostegno prevalentemente
finanziario” (ibidem).
Non è un articolo, questo di Ugo Bonasi, è una relazione precisa,
dettagliata, certamente la più completa mai scritta fino ad oggi
sulla realtà dell’esercito parallelo. Ed pè anche la conferma
ulteriore che l' ‘organizzazione’ di cui parla Rossetti deve
identificarsi in Gladio. Coincidono in modo impressionante
l’indicazione sulla vastità dell’organismo, il ruolo di ricerca di
informazioni e l’opera di infiltrazione dei suoi soldati. La
presenza di esponenti del mondo economico, finanziario ed
industriale a cui, peraltro, aveva fatto esplicito riferimento Amos
Spiazzi.
E per restare su quest’ultimo punto, passiamo alla lettura di un
documento che “era stato sequestrato nel giugno del 1982 nello
studio del notaio Lollo a Roma. Notaio che custodiva la
documentazione della società Milnar di Flavio Carboni e di Domenico
Balducci, quel Balducci capo della banda della Magliana ed ucciso a
Roma nell’aprile dell’81. “Un documento –scrive la Repubblica- che
solo nel 1986 era stato spedito alla Corte e al quale soltanto
l’ostinata caparbietà del P.M. Elisabetta Cesqui ha attribuito
l’evidente importanza” (D.Mastrogiacomo, Così la P2 mi cacciò
dall’Ambrosiano, Repubblica 8 dicembre 1993). Cosa dice di
significativo questo documento, per quanto noi vogliamo dimostrare
in queste pagine, al di là delle vicende dell’ingegner Carlo De
Benedetti che qui non interessano?
“L’ ‘organizzazione’ che ha operato efficacemente per escludere De
Benedetti dal Banco ambrosiano, avuta la notizia che il finanziere
Bagnasco tendeva immediatamente a subentrare nella posizione di
quello, ha reagito con la più viva sorpresa ed
irritazione…L’onorevole Andreotti sarebbe egli a voler imporre
all’istituto l’ingresso di Bagnasco il quale si gioverebbe anche
dell’appoggio di autorità vaticane, quali il cardinale Casaroli e il
vescovo Marcinkus…Si ha sentore –prosegue il documento- che
l’ingresso del Bagnasco…incontrerebbe il favore dell’attuale
ministro del Tesoro (Andreatta)…L’ ‘organizzazione’, tuttavia, si
dichiara per doveroso riguardo verso l’on.Andreotti, pienamente
disponibile” (ibidem).
Al di là, ripetiamo, dell’ennesima storia sudicia che qui non ci
riguarda, rileviamo come in un documento scritto compaia il termine
di ‘organizzazione’ senza aggettivi, così come è stato utilizzato
dal gen.Siro Rossetti; che si tratta di una vicenda dove politica e
finanza sono strettamente legate; che, infine, il documento era
nella disponibilità di esponenti dell’ ‘alta delinquenza
organizzata’ (Balducci e Carboni).
Daniele Mastrogiacomo, estensore dell’articolo citato, rivela che
proprio Gelli chiamava la sua loggia ‘organizzazione’ nella famosa
intervista a Maurizio Costanzo sul Corriere della sera (ibidem), con
l’evidente fine di procedere a un’identificazione che, in forma così
totale, è certamente arbitrario e depistante fare. Come non
richiamare alla memoria, invece, la figura di quel Michele Sindona
che si attesta ad un incrocio nel quale convergono servizi segreti,
alta finanza, mafia e politica?
Fu proprio Roberto Cavallaro a parlare di un incontro avvenuto in
una villa del vicentino tra Sindona ed alcuni ufficiali americani,
in vista della preparazione di un progetto golpistico: “Durante
l’incontro, scrisse Cavallaro- si parla delle modalità di attuazione
del piano. Il gen.Johnson, presente non a titolo personale, ma per
incarico degli organismi di sicurezza americani allo scopo di
constatare le reali possibilità di realizzazione del progetto,
afferma la disponibilità delle nazioni dell’Alleanza atlantica, in
particolare degli Stati uniti e, a quanto si riferisce, della
Francia, ad intervenire con truppe già dislocate ancorché mascherate
in caso di sollevazione delle sinistre…” (L.Grimaldi, Da Gladio a
cosa nostra, Kappa Vu Udine 1993, p.32).
E’ stata dimenticata l’opera di schedatura del personale operata
dalla Fiat negli anni Cinquanta e Sessanta, con la collaborazione
“del Sid, della polizia e di altri corpi militari dello Stato”
(Storia ecc.cit., p.149). Così come non si vuole ricordare il
rapporto organico che è esistito tra la famiglia Agnelli e
personaggi come Edgardo Sogno, Luigi Cavallo e Renzo Rocca, il
‘suicidato’ ufficiale del Sifar che diresse l’ufficio Rei del
servizio.
E che dire di Eugenio Cefis che iniziò la sua sfolgorante carriera
nei servizi informativi della Resistenza, poi assorbiti dal Sim? E
di Enrico Cuccia, che già nel 1942 era in contatto per conto della
Banca commerciale con gli Alleati?
D’altronde, l’ ‘organizzazione’, non esistendo ufficialmente, non
può avere nei bilanci militari nazionali ed in quelli Nato una
‘voce’ che chiarisca come venga finanziata, ma non è fuor di luogo
ipotizzare che essa non possa prescindere dall’utilizzo di risorse
clandestine ed illegali, oltre a quelle elargite occultamente dagli
Stati membri dell’Alleanza atlantica. Certo, non è un caso che Licio
Gelli sia diventato miliardario combattendo contro il comunismo, a
riprova che nell’alta finanza gli uomini dell’ ‘organizzazione’ si
trovano come pesci nell’acqua.
E denaro ed informazioni si trovano anche nel campo dell’alta
delinquenza organizzata dove, in più, si trovano anche uomini
disposti a compiere azioni sporche ed è possibile, per suo tramite,
controllare il territorio sia militarmente (in certe regioni,
almeno) che politicamente. Cos’è stata la mafia lo ha ufficialmente
descritto, nel 1955, Giuseppe Guido Lo Schiavo, alto magistrato
della Corte di cassazione: “Si è detto –scriveva costui- che la
mafia disprezza polizia e magistratura: è un’inesattezza. La mafia
ha sempre rispettato la magistratura, alla giustizia si è inchinata
e non ha ostacolato l’opera del giudice, nella persecuzione ai
banditi e ai fuorilegge ha addirittura affiancato le forze
dell’ordine“ (S. Turone, Partiti e mafia dalla P2 alla droga,
Laterza Bari 1985, p.22). Un riconoscimento autorevole per
l’attività di pubblica sicurezza svolta alla luce del sole dal
potere criminale per eccellenza.
“In quel tempo combattemmo i fascisti, eravamo partigiani.
Organizzammo così bene la resistenza che quando sbarcarono gli
alleati non c’erano più né fascisti né tedeschi in tutta la Sicilia
occidentale” (E’ ripreso a Palermo il maxiprocesso alle cosche. Di
scena ieri la ‘verità’ di don Tano Badalamenti, Corriere della sera
6 gennaio 1987). Tacciono, però, i Badalamenti e compari sui
rapporti organici che hanno avuto coi servizi segreti italiani.
Se il povero di spirito Paolo Guzzanti annuncia trionfante,
nell’anno 1992, sulla Stampa, che la mafia collaborò con i servizi
segreti della Marina degli Stati uniti fin dalla loro entrata nel
conflitto mondiale, provvedendo a liquidare la “rete degli
informatori tedeschi (per lo più italiani di opinione fascista)…”
(Le donne che hanno beffato gli intoccabili, La Stampa 2 settembre
1992) che agivano nei porti americani, le confidenze fatte da Frank
Coppola ai suoi ‘camerati’ di Avanguardia nazionale lo lascerebbero
sbalordito. Difatti, il vecchio boss mafioso si vantava di aver
diretto, negli anni Trenta, per ordine personale di Franklin Delano
Roosevelt, un nucleo di uomini addetti alla sicurezza del Presidente
del Messico, con due semplici direttive, una ufficiale l’altra
riservata: proteggere la sua incolumità, la prima, sopprimerlo, se
non avesse seguito le direttive della Casa bianca, la seconda.
Non c’è ragione di dubitare della veridicità del racconto, perché
l’utilizzazione di mafiosi per incarichi, diciamo così, di natura
‘politico-diplomatica’ da parte dei governi degli Stati uniti è
stata prassi seguita da tutti gli inquilini della Casa bianca,
compreso il mitico John Kennedy.
Se questo è accaduto negli Stati uniti, è altrettanto vero che
un’azione di recupero della mafia fu effettuata dai servizi segreti
italiani, come documenta Sandro Attanasio, nei primi anni Quaranta.
Accadde, difatti, che “con i decreti legge del 1941 e 1942 furono
sospese le disposizioni di P.S. del 1925 (le famose ordinanze Mori)
la prima delle quali porta la data del 5 gennaio 1925 (le ordinanze
furono poi inserite nel decreto legge del 1926, legge 2 giugno
1927). Fu così che venne permesso il rientro in Sicilia dei mafiosi
che si trovavano nei luoghi di confino di polizia. Ufficialmente
l’operazione venne giustificata con ‘motivi umanitari’, strani
motivi se si pensa che i mafiosi erano stati allontanati dall’isola
in tempo di pace. Farveli ritornare in tempo di guerra, quando
l’isola era già zona di operazioni, poteva servire a migliorare le
cose? La verità –scrive Sandro Attanasio- è che l’iniziativa partì
dal superSim che fece pressioni sul ministero degli Interni per
poter utilizzare questi uomini. Sull’argomento –afferma lo storico
siciliano- molte cose potrebbero dire l’ex capo della polizia,
Angelo Vicari, che è stato uno dei protagonisti dei servizi di
sicurezza italiani per 35 anni” (S.Attanasio, Gli anni della rabbia,
Mursia Milano 1984, p.23).
Torna, quindi, l’ombra della superstruttura del Sim e, con essa,
appaiono i nomi di Angelo Vicari (che fu capo della polizia dal 1960
al 1973) e lo spettro del patto stretto dai mafiosi e dai servizi
segreti italiani nel corso della guerra con l’intento di favorire la
vittoria delle potenze anglosassoni. Ritorna alla memoria anche il
famigerato art.16 del Trattato di pace, non ancora abrogato che
conteneva, scrive Attanasio, “fra le tante clausole destinate a
rimanere segrete…un preciso elenco di persone definite ‘in tutti i
casi intoccabili’. Si tratta di 9600 nomi di ‘intoccabili’, forse
anche con licenza di uccidere, fra questi più di mille nomi erano di
mafiosi” (ivi, p.24).
Ad una superstruttura nazionale che, concluso il suo compito, viene
esautorata ne subentra un’altra, sovranazionale stavolta, che si
assume precisi compiti politici potendo contare su una massa già
collaudata e provata in Italia di uomini che per patria hanno il
loro personale tornaconto. A chi poteva essere affidato il compito
di arruolare in forma permanente, sotto i propri simboli, nella
battaglia contro il comunismo, un’organizzazione che criminale era e
restava nonostante il mantenimento, in concorso con polizia e
carabinieri, dell’ordine pubblico e la gratitudine della
magistratura? Chi poteva, al riparo di un segreto impenetrabile,
utilizzare l’organizzazione mafiosa in difesa della ‘civiltà
cristiana’, dei buoni costumi, dell’integrità della famiglia contro
il sovversivismo ateo e dissacratore, privo di ogni principio
morale, se non il governo di Stay-behind?
E’ noto come la Sicilia abbia rappresentato, nei piani militari
elaborati fin dal primo dopoguerra, il territorio sul quale, in caso
di invasione militare sovietica e concomitante insurrezione
comunista, doveva rifugiarsi il governo italiano legittimo e dal
quale doveva partire la controffensiva destinata a liberare il
Paese. Con i suoi precedenti storici che garantivano la sua totale
ed incondizionata affidabilità, la mafia non poteva che essere
inglobata nei piani di difesa dalla ‘sovversione rossa’ elaborati
dalla Nato, ed il suo arruolamento nelle Stay-behind o, per meglio
dire, nell’ ‘organizzazione’ fu automatico.
La conferma che, nell’ambito delle cosche, l’esistenza di strutture
segretissime dell’Alleanza atlantica era nota viene (solo per citare
un esempio fra gli ultimi) dal fatto che è proprio un mafioso a
rivelare che a Trapani opera una cellula di Gladio. “Il sostituto
procuratore Franco Messina –si legge in un articolo del Corriere
della sera- ha deciso di interrogare l’ammiraglio Fulvio Martini,
capo del Sismi all’epoca in cui a Trapani avrebbe operato una
cellula di Gladio. Il magistrato cercherà la conferma di quanto
sostenne all’Fbi il boss italo-americano John Cuffaro, secondo il
quale lungo la costa operava l’organizzazione Scorpione coordinata
da Vincenzo Li Causi” (Trapani, inchiesta su Gladio, Corriere della
sera 6 luglio 1992). Informazione rivelatasi esatta. Un mafioso,
quindi, sapeva. E quanti altri dello stesso ambiente sanno per
avervi fatto parte o per avervi collaborato, anche se ancora non lo
rivelano?
Uno di coloro che sanno molto più di quel che dicono è, senza dubbio
Tommaso Buscetta. “Totò Greco, ‘Ciaschiteddu’, viaggiava con quattro
passaporti intestati a nomi diversi, rilasciati dalla Questura di
Palermo a suo nome, un secondo intestato a nome di Aldo Calini, un
terzo a Salvatore Guggianti, un quarto a Giovanni Gallucci. Di
analoghi vantaggi godevano Calogero di Pisa, Cesare Manzella,
Vincenzo Accardi, Salvatore Greco (il lungo), Tommaso Buscetta,
Gioacchino Pennino, Gaspare Potente, Gaspare Maggadino e numerosi
altri. Rosario Mancino –ricorda Michele Pantaleone- era stato
condannato a tre anni e dieci mesi di reclusione per falso, furto,
ricettazione e di nuovo furto. Tuttavia risultava incensurato e
munito di passaporto per gli Stati uniti, per il Canada e per il
Messico. La polizia americana e il Narcotic bureau presso
l’ambasciata Usa di Roma lo segnalò alla polizia italiana perché
sorpreso a New York con un notevole quantitativo di droga.
Rimpatriato, consegnato alla polizia di Roma, riottenne il
passaporto e il porto d’armi ‘per ragioni di lavoro’ dato che
sovente viaggia con forti somme di denaro. Margaret Capizzi, cugina
di Angelo Bruno, capo della ‘famiglia’ della mafia di Philadelphia,
una delle persone più attive nel traffico degli stupefacenti per
conto del Bruno, nei suoi frequenti viaggi alloggiava a Palermo,
nella casa di un colonnello della Finanza” (M.Pantaleone, Mafia e
antimafia, Pironti Napoli 1992, p.126).
Nessuna sottovalutazione del fenomeno mafioso, come si vede, ma un
rapporto che rivela un legame istituzionale con gli apparati dello
Stato di mafiosi che non erano solo tali, non badavano solo ai loro
affari criminali ma si occupavano d’altro come, ad esempio, di
salvare ‘l’Italia degli onesti dal comunismo’.
Racconta il mafioso catanese Antonio Calderone, oggi ‘pentito’, che
“mentre Liggio si nascondeva a Catania ricevette la visita di due
capi di Cosa nostra di Palermo, Salvatore Greco ‘Cichitedduì’ e
Tommaso Buscetta che dovevano discutere con lui di una questione di
notevole importanza: la partecipazione della mafia ad un colpo di
Stato, al cosiddetto ‘golpe Borghese’ del 1970” (P. Arlacchi, Gli
uomini del disonore, Mondadori Milano 1992, p.95).
‘Don Masino’ (come lo chiama certa stampa) si rivela persona non
informata su questo avvenimento da sempre sottovalutato e, non a
caso, cancellato dalla magistratura romana, prima, e definitivamente
sepolto dalla Corte di cassazione, dopo. “Buscetta –scrive Bruno
Ruggero sul Giorno- ha ricostruito il suo viaggio, dagli Stati uniti
all’Italia, con tappa in Svizzera, per sentire in cosa consisteva
l’offerta fatta a Cosa nostra dal principe Junio Valerio Borghese,
perché la mafia partecipasse al tentativo golpista previsto per la
fine del 1970. ‘Chi sapeva tutto dei miei movimenti era il col.Russo,
perché era parte del colpo’, ha detto don Masino ai parlamentari.
Russo, secondo i piani territoriali predisposti per la fatidica ora
X, ‘era incariocato di arrestare il prefetto di Palermo” (B.Ruggero,
Un intreccio golpe-massoneria, Il Giorno 18 novembre 1992).
Parla, oggi, sia pure con circospezione Tommaso Buscetta raccontando
che, ad esempio, Cosa nostra nel 1970 fece esplodere molte bombe a
Palermo per preparare un clima idoneo a quel tentativop eversivo.
‘Dovevamo scassare la credibilità del governo italiano’ dirà
Buscetta (Mafia e politica. Relazione Commissione antimafia,
Repubblica s.d.). Ma non fu, quella, un’azione contingente,
circoscritta nel tempo e nello spazio alla sola Palermo e al solo
golpe Borghese, bensì un’attività di sabotaggio protrattasi per anni
sull’intero territorio nazionale per provare che esisteva un regime
debole dinanzi al comunismo ed alla violenza eversiva: unico modo
per giustificare l’avvento di uno Stato autoritario. A Palermo le
bombe le metteva la mafia in ossequio al principio della competenza
territoriale, sul resto della penisola provvedevano gruppi di destra
e gli uomini degli apparati di sicurezza dello Stato in ossequio ad
un unico disegno strategico diretto da un’unica organizzazione.
Tommaso Buscetta non è stato uno dei tanti picciotti usati una sola
volta e poi abbandonati dallo Stato al loro destino criminale. No,
Tommaso Buscetta è stato un mafioso eternamente mobilitato per
‘salvare l’Italia dai comunisti’. Nel 1974 doveva esserci un altro
golpe ma lui, don Masino, si trovava in galera, sia pure confortato
dalla deferenza dei secondini, da dove sarebbe stato fatto scappare
in concomitanza con l’evento, come egli stesso racconta: “Ho
ricevuto dal mio direttore di carcere, dott. De Cesare, la notizia
che dopo pochi giorni sarebbe successo un colpo di Stato, e che io
sarei passato, attraverso un brigadiere della matricola, per un
cunicolo, sarei entrato in casa sua e sarei stato liberato”. Quattro
anni più tardi, il 16 marzo del 1978, sequestrarono Aldo Moro e
Tommaso Buscetta che, essendo fallito il golpe del 1974 invece che
al ministero degli Interni dell’Italia ‘risanata’ si trovava ancora
in galera, viene subito contattato da un uomo legato a Frank Coppola
e , a quanto pare, ai servizi segreti italiani (D.Mastrogiacomo,
Buscetta parla con i giudici. ‘Così intervenni per Moro’, Repubblica
7 dicembre 1993).
Un mafioso, Buscetta, a cui la Questura fornisce una gran quantità
di passaporti, che concorre a ‘destabilizzare l’ordine pubblico per
stabilizzare quello politico, che partecipa ai golpe degli anni
Settanta, che viene attivato per far liberare Aldo Moro, che ha
tutte le caratteristiche del ‘picciotto di Stato’, sia ufficiale che
parallelo. E, infatti, di quest’ultimo conosce l’esistenza. Per
definirlo, Buscetta userà per primo un termine nuovo, di pregnante
significato, per riferirsi a qualcosa di indefinibile se non di
indefinito. Parlerà, difatti, di un’entità che avrebbe chiesto nel
1979 a Cosa nostra di uccidere il gen.Carlo Alberto Dalla Chiesa
(Mafia e politica cit.).
Non possiamo, a questo punto, non affrontare uno dei nodi cruciali
della questione riguardante le strutture parallele o le Stay-behind
o l’ ‘organizzazione’ o come ancora meglio si voglia definire lo
strumento operativo dello Stato parallelo: la sua identificazione
con la loggia Propaganda 2, diretta da Licio Gelli. Non è nostra
intenzione confutare la tesi che la loggia P2 abbia svolto un ruolo
fondamentale nell’ ‘organizzazione’, fosse solo perché siamo stati i
primi e i soli ad affermarlo, ma non possiamo che respingere, come
strumentale e fuorviante, quella della sua identificazione, sic et
simpliciter, con il centro di comando delle strutture parallele.
Pretendere di poter datare la nascita e il tramonto dell’
‘organizzazione’ con l’ascesa e la caduta di Licio Gelli è voler
negare quella verità che, a parole, si dice di voler trovare ad ogni
costo.
Abbiamo indicato in un precedente documento nell’ ‘Armata italiana
della libertà’ e nei suoi quadri dirigenti una sorta di gerarchie
parallele che ritroviamo poi, pari pari, per caratteristiche e
qualità, nella loggia P2 di Licio Gelli. Il fatto che siano esistite
due organizzazioni, ormai storicamente definite, di carattere
militar-massonico, collegate fra loro dalla medesima esigenza di
dare una risposta extra-istituzionale al pericolo rappresentato
dall’avanzata del Pci in due momenti cruciali della nostra storia
contemporanea, non deve far pensare che entrambe siano state in
realtà avulse da quel contesto nazionale e sovranazionale
all’interno del quale troviamo gli strateghi della guerra politica
anticomunista. Nessuno, cioè, deve indursi a confonderle con il
vertice nazionale, il centro propulsore unico di tutta la battaglia
ideologica in tutti i suoi risvolti concreti in campo politico,
economico, criminale e militare, condotta nel nostro Paese dal 1945
in avanti.
Molto più semplicemente, nella storia dell’Armata italiana della
libertà, prima, e in quella della loggia P2, dopo, è ravvisabile
quella copertura che la massoneria ha offerto agli organismio creati
dallo ‘Stato parallelo’ per il raggiungimento dei fini che,
evidentemente, si riteneva più agevole conseguire sotto le insegne
dell’ordine massonico che non in altro modo. Non può stupire la
disponibilità della massoneria italiana verso un potere americano
che rivendica, fin dalle sue origini, l’adesione ai principi
universali della fratellanza massonica. E per quanto riguarda
l’impegno anticomunista, è sufficiente ricordare quanto venne
proclamato a conclusione della conferenza dei grandi maestri
americani: “La massoneria aborre il comunismo come ripugnante della
sua concezione della personalità individuale. Distruttivo nei
diritti fondamentali che sono la Divina Eredità di tutti gli uomini
e nemico della dottrina massonica fondamentale nella fede in Dio” (Rossi-Lombrassa,
In nome della loggia cit., p.21).
E’ la prova dell’adesione incondizionata della massoneria alla lotta
contro l’Unione sovietica. Ma da questa constatazione non si può
certo passare all’invenzione di un complotto esclusivamente
massonico, che porta i suoi sostenitori a concludere che la
massoneria deve essere assimilata all’ ‘organizzazione’ di cui si
parla, invece che considerarla come strumento, potente e
spregiudicato, di quello Stato parallelo sovranazionale che tutto
controlla ma da nessuno è controllato.
Come può essere considerata, dunque, quella che è stata la loggia P2
di Licio Gelli? Una loggia regolare, come sostiene con qualche
forzatura il prof.Alessandro Mola, direttore del Centro studi per la
storia della massoneria presso il Grande oriente d’Italia (La P2 era
regolare e non segreta, La Stampa 23 settembre 1992). Una loggia
riservata, che annovera fra i suoi iscritti persone perfettamente
consapevoli di far parte di un potente centro politico ed economico,
ma non tutte in grado di comprendere, e tantomeno di sapere chi
fosse Licio Gelli e quali fossero i reali intendimenti che stavano
alla base delle sue attività e dei suoi collegamenti. Non tutti, a
nostro avviso, gli iscritti alla loggia P2 erano integrati in quel
‘raggruppamento Gelli-P2’ come nel 1971, secondo Massimo Teodori,
Licio Gelli ribattezzò la sua loggia (M.Teodori, P2: la controstoria,
Sugarco Milano 1986, p.19), e che doveva sottolineare un dualismo
che rifletteva la realtà di una strumentalizzazione
dell’organizzazione massonica da parte di una forza ad essa
estranea.
E che, all’interno del Grande oriente d’Italia, in molti si
accorsero, o vennero a conoscenza, dell’uso che lo Stato parallelo
stava facendo della loggia P2 lo dimostra il fatto che tutto il
periodo in cui Gelli ricoprì l’incarico di Grande maestro è stato
punteggiato da scontri e contestazioni durissimi e vivacissimi, nei
suoi confronti ed in quelli del Grande oriente d’Italia che lo
sosteneva.
Spazzando via il ciarpame giudiziario profuso a piene mani da Casson
e dai suoi colleghi sulla natura ‘eversiva’ della loggia P2, il suo
ruolo è stato definito con inequivocabile chiarezza da parte di
personaggi che oggi sanno di poter parlare senza che nessuno –specie
se magistrato- si permetta di pretendere da loro maggiori ragguagli,
se non proprio tutta la verità che conoscono. Armando Corona, ex
Gran maestro della massoneria ad esempio, ha dichiarato che “gli Usa
hanno patrocinato la nascita di Gladio, e qualcosa di simile è
avvenuto per la P2” (P2, Cia, Gelli e i finanziamenti americani, La
Stampa 14 luglio 1992), volendo così stabilire un parallelo che non
può essere considerato casuale o semplicemente malizioso. “Solo così
–ha difatti proseguito Corona- mi spiego come Licio Gelli. Che fino
al giorno prima era stato un rappresentante di commercio della
Permaflex, improvvisamente incominciò a ricevere i capi di Stato
maggiore dell’Esercito, il segretario della camera dei deputati,
giornalisti e direttori di grandi testate, presidenti di banche,
finanzieri, insomma tutto il mondo che allora contava. Penso –ha
aggiunto l’esponente massonico- che gli Stati uniti abbiano favorito
l’ingresso di questi personaggi influenti in una struttura che
potesse garantire con più sicurezza gli interessi occidentali ed
americani…”(P2 voluta dagli americani, Corriere della sera 14 luglio
1992).
Tina Anselmi, che presiedette la Commissione parlamentare di
inchiesta sulle attività della loggia P2, riuscendo nell’intento di
demonizzare Licio Gelli senza intaccare alcun segreto dell’apparato
nel quale costui è inserito, si è sentita autorizzata, dopo le
dichiarazioni di Corona, ad affermare a sua volta: “Tutti i fatti
giunti a conoscenza della Commissione d’inchiesta ci hanno portato
alla convinzione che la P2 è stata creata con precise finalità
politiche, ed ora, per la prima volta in undici anni, la conferma
viene dalla stessa massoneria che riconosce il rapporto fra P2 ed
ambienti americani e che indica con chiarezza come la loggia sia
stata scelta come organizzazione di copertura per un’azione di
controllo della politica…L’onorevole Anselmi –scrive il giornalista
che ha raccolto le dichiarazioni- ha affermato che solo la presenza
di una strategia politica, di cui Gelli era solo un direttore
esecutivo, ma non certo l’ideatore, può spiegare il coinvolgimento
di alti vertici dello Stato nella loggia massonica” (S.Andrini, Tina
Anselmi appoggia Corona: è vero che gli Usa si servirono della P2,
L’Avvenire 18 luglio 1992).
E lo stesso concetto lo ribadisce un mese più tardi, nell’agosto del
1992, il settimanale Il sabato, che scrive che la P2 “altro non era
che una loggia di garanzia degli interessi americani in Italia, che
ha operato anche dopo l’89, data del suo
scioglimento…”(A.M.Caprettini, Il sabato denuncia. ‘Tendenze
piduiste nella Chiesa’, Il giorno 19 agosto 1992). Insomma, a undici
anni dalla scoperta delle liste degli appartenenti alla loggia P2,
massoni e politici cominciano ad ammettere quello che avevano sempre
negato: che la loggia di Licio Gelli era espressione diretta del
potere e non ad esso estranea o, addirittura, ostile.
Ed una conferma, ulteriore e significativa, della considerazione che
Licio Gelli gode da parte del ministero degli Interni, viene data,
sempre in quell’estate del 1992, dal fatto che costui, ufficialmente
definito e sospettato come delinquente, mafioso, terrorista nero,
eversore, riciclatore di denaro sporco etc.etc., cammini protetto da
una scorta degna di un’altissima personalità dello Stato. Un segno
di potenza, come ebbe modo di rilevare Repubblica che, il 5 agosto,
sottolineò il permanere di “un potere nel quale Licio Gelli, l’ex
Gran maestro della loggia massonica P2, sembra oggi crogiolarsi,
circondato da carabinieri in borghese della sua scorta personale che
non lo perdono di vista un istante”; chi ha autorizzato –chiedeva
giustamente il corrispondente del quotidiano milanese- il servizio
di controllo della sua persona che prevede l’impiego in una giornata
di dodici militari?…(A.Custodero, Gelli in vacanza con superscorta,
Repubblica 5 agosto 1992).
Naturalmente, ci fu chi fece il finto tonto. Uno di questi dichiarò
che gli ha “fatto effetto apprendere dalla stampa italiana che lo
Stato abbia disposto una scorta di dodici agenti per il capo della
P2, anche perché –non avendo parlato e non avendo rivelato nulla di
quanto sapeva- non capisco bene da chi o da che cosa bisogna
proteggerlo…” (A.M.Caprettini, Il piano di Gelli si sta attuando, Il
Giorno 11 agosto 1992). Un altro (dei finti tonti) è il responsabile
principale di questo trattamento di favore, il ministro degli
Interni Nicola Mancino che, quando ormai il fatto è divenuto di
dominio pubblico, si affretta a dichiararsi ignaro ed estraneo:
“Mancino –scrive La Stampa- parla anche della scorta che custodisce
Gelli (‘rimango convinto che a Gelli non spetti tutta quella
scorta’), mi è stato fatto notare –dice- invece che la scorta è
necessaria perché qualcuno poteva avere interesse a far scomparire
Gelli o addirittura ad eliminarlo…”(Mancino: ‘Non ho violato nessun
segreto’, La Stampa 22 agosto 1992).
Qualche giorno dopo, Licio Gelli conferma le giustificazioni
ufficiali dei suoi colleghi del ministero degli Interni, facendo
sapere alla stampa che teme di essere ‘rapito o ucciso’, visto che è
ritenuto il depositario di tanti segreti d’Italia (Mi vogliono
rapire o uccidere, giura Gelli, Il Giorno 22 agosto 1992). Ma,
giusto qualche giorno prima di questa farsesca dichiarazione, si era
preso il gusto di fare rivelazioni eclatanti: “…Dopo aver dichiarato
di essere stato un banchiere senza licenza che ha fatto fruttare per
sé e per terzi (anche governi esteri) circa diciassettemila miliardi
di lire, Gelli racconta che la Finanza il 19 marzo dell’81, a
Castiglion Fibocchi, “non si era accorta che al piano di sotto c’era
tutta la documentazione della P2, cioè l’elenco completo di tutti
gli aderenti e corrispondenza, domande, giuramenti…58 pacchi di
documenti che poi avrebbero portato all’estero e distrutto” (L.Liv.,
‘Indaghi presto e bene’, L’Avvenire 18 agosto 1992). Ed aveva
concluso dicendo che “le copie dovevano trovarsi presso il Grande
oriente e, visto che sono scomparse da lì, bisognerebbe chiedere
cosa ne è stato fatto” (M.T.M., ‘Rapporti con Cosa nostra? Non ne
avevo bisogno’, Il Giorno 17 agosto 1992).
Un suggerimento malizioso che nessuno ha raccolto. Dinanzi a notizie
così clamorose, suscettibili di provocare un terremoto politico e
giudiziario, difatti, l’unico commento venne dal democristiano
Nicola Mancino che si affrettò a rendere partecipe la stampa delle
sue presunte preoccupazioni: “Quando Gelli rivela che intere casse
di documenti che facevano riferimento a personaggi della P2 non sono
state sequestrate, penso alle solidarietà mai espresse e che
prendono corpo oggi…” (M.A., Mancino insiste: ‘Scopriamo tutte le
carte di Gelli’, Il Giorno 17 agosto 1992).
Francamente troppo poco appare un commento verbale da parte di chi
ricopriva l’incarico di ministro degli Interni. Tanto più che la
perquisizione nella residenza di Licio Gelli, a villa Wanda, il 17
marzo 1981, ordinata dai magistrati milanesi è sempre stata
descritta con toni da epopea, di cui diamo di seguito un breve ma
significativo saggio: “La perquisizione del 17 marzo 1981 era stata
affidata –scriveva, ad esempio, il radicale Massimo Teodori- ad
uomini integerrimi della Guardia di finanza al comando del
col.Vincenzo Bianchi senza darne preventiva notizia né al comando
generale del corpo né alle autorità locali di Arezzo e degli altri
luoghi. Era noto che gli uomini di Gelli e la sua rete
d’informazione –scriveva Teodori- si estendevano ovunque e c’era da
aspettarsi manovre, tentativi di ostruzionismo e minacce. E così
avvenne. Mentre il comando della Finanza del col.Bianchi e del
tenente col.Lombardo si accingeva a mettere le mani sui segreti
gelliani nascosti presso gli uffici della Giole a Castiglion
Fibocchi, giunse loro una telefonata del comandante generale della
Finanza, gen.Orazio Giannini, che metteva in guardia da un sequestro
che avrebbe rivelato i nomi di un’organizzazione – la P2-
comprendente tutti i massimi vertici sia della Guardia di finanza
che di altri corpi armati dello Stato. Nonostante l’autorevole
avvertimento, gli uomini del col.Bianchi –racconta Teodori- non si
fecero intimorire. Si seppe poi che l’avvertimento del gen.Giannini
era fondato e che lo stesso capo dei finanzieri figurava nella
lista” (M.Teodori, P2 ecc.cit., p.11-12).
Chiacchiere, quelle di Teodori, se diamo credito a Licio Gelli che
nessuno ha smentito.
Eppure, 58 pacchi di documenti non sono una piccola busta che
avrebbe potuto sfuggire –per improbabile distrazione- ad una
perquisizione per quanto attenta ed accurata. Sono, viceversa, una
montagna di carte che sono state lasciate di proposito
nell’abitazione di Licio Gelli e, successivamente, trasferite in
luoghi più sicuri con l’inevitabile complicità di coloro che
avrebbero dovuto avere il dovere di sequestrarle, e non l’hanno
fatto.
Quali conseguenze hanno avuto le rivelazioni di Licio Gelli?
Nessuna. Tacciono i vertici della Guardia di finanza, i responsabili
diretti della perquisizione, i magistrati che al tempo l’ordinarono,
i componenti della Commissione parlamentare d’inchiesta. Un silenzio
che equivale ad un’ammissione di colpa.
Lascia, quindi, il tempo che trova il solito stridulo gracchiare
dell’inutile cornacchia politica, che informa la stampa della sua
certezza che “la P2 non è morta, gli iscritti –racconta- erano oltre
duemila e noi ne abbiamo conosciuti soltanto 992. Chi sono gli altri
e che attività –chiede con finta angoscia- svolgono?” (Controlli
rafforzati per il Gran maestro: la P2 non è morta, L’Arena di Verona
25 agosto 1992). “Le carriere, intanto, sono andate avanti, a volte
con qualche pausa e a volte senza intralci –scriveva un giornalista
del Corriere della sera- Nessuno dei militari trovati iscritti alla
loggia P2 è stato espulso dall’esercito, dichiarò in Parlamento il
sottosegretario Pavan. Aveva ragione, anzi, alcuni accelerarono la
loro scalata ad incarichi più elevati, come il gen.Giuseppe
Siracusano, per esempio: fu assolto dalla commissione della Difesa e
poi insediato al comando della divisione Ogaden a Napoli. Il
col.Antonio Calabrese sostenne di essere affiliato alla massoneria
ma non alla P2. Fu creduto sulla parola, perché a suo carico non fu
trovato niente all’infuori –ironizza il giornalista-
dell’indicazione della lista di villa wanda: tessera 1062, codice E
1877, data 01.01.1977” (F.Felicetti, Generali, grand commis dello
Stato, politici. Così cominciò e finì la ‘caccia al piduista’,
Corriere della sera 21 maggio 1991).
Un anno più tardi, nel luglio del 1993, Marina Calabresi riferisce
su Repubblica che “la P2, questa centrale di potere occulto, abolita
per legge ma mai disciolta, conterebbe, infatti, almeno diciannove
deputati in carica. Almeno uno dei quali con un ruolo di rilievo,
nomi che figuravano nell’elenco sequestrato a Castiglion Fibocchi…”
(M.Garbesi, La P2 siede ancora in Parlamento, Repubblica 11-12
luglio 1993). Ma anche di questo, come di tutto il resto, nessuno ha
osato chiedere conto, esigendo dallo Stato palese quelle risposte
che, ovviamente, non vorrà mai dare lo Stato ‘parallelo’ ed occulto.
Ed è da ritenere un’operazione diversiva quella attuata dall’ex
Presidente della repubblica Francesco Cossiga che, da un lato,
rivela le reali finalità dell’organizzazione e, dall’altro, le
circoscrive alla loggia P2 con l’evidente intento di far apparire
per passato quello che, viceversa, è ancora vivo ed attuale sulla
scena politica italiana. Così, il 9 ottobre del 1993, spiega alla
stampa “l’idea che lui –Cossiga- si è fatto della P2 attraverso una
lettura politica fatta a posteriori. A suo avviso si trattava di
un’organizzazione nata con scopi filo-atlantici tra le gerarchie
militari, intorno a figure di generali come Geraci, Mino, Dalla
Chiesa e Siracusano. Erano tutti ufficiali che, secondo Cossiga,
avevano il compito di vigilare e di fornire una garanzia di fedeltà
atlantica” (Cossiga su Gelli: fui io a cercarlo, Corriere della sera
9 ottobre 1993).
E qualche mese prima, era intervenuto ancora sull’argomento
asserendo, questa volta in modo perentorio, che “la P2 era stata la
risposta in termini sbagliati ed occulti ai timori dei circoli
atlantici che l’alleanza Dc-Pci allontanasse l’Italia dalla Nato. La
P2 –conferma Cossiga- è dunque di importazione americana. Non c’è
dubbio che Gelli non fosse il vero capo della loggia. Vi pare
–chiede- che generali arrivati ai massimi livelli potessero
rispondere a uno come Gelli? Il capo era un referente che metteva
nei posti chiave i generali filo-americani” (G.Riva, Cossiga: La P2
viene dagli Usa e Gelli non ne era il capo, Il Giorno 25 agosto
1993).
Nel silenzio tombale degli ambienti giudiziari interessati si leva,
ad avallare le tesi espresse da Francesco Cossiga, la voce del
deputato missino Ambrogio Viviani, già responsabile della sezione
controspionaggio del Sismi, ovviamente anche lui iscritto alla
loggia P2. Costui informa trionfalmente l’opinione pubblica che “le
dichiarazioni del Presidente della repubblica Cossiga corrispondono
certamente alla realtà dei fatti, incaricati di condurre
l’operazione nel 1970 erano verosimilmente il col.James Clavio della
ambasciata americana per quanto riguarda gli alti ufficiali delle
Forze armate, e Mike Sedrawi per i dirigenti dei servizi
d’informazione” (Su Gelli e P2 Viviani da ragione a Cossiga, Il
Giorno 25 agosto 1993).
Trova così conferma la testimonianza resa a suo tempo da Matteo Lex,
secondo cui una persona vicina a Gelli “ci assicurò sulla nostra
copertura in quanto vi erano personaggi della loggia il cui nome non
sarebbe mai emerso, e ci rivelò che tutti i nomi degli aderenti alla
P2 erano depositati in codice al Pentagono (P.Willan, I burattinai
cit., p.80).
E così il cerchio si chiude. I tasselli inseriti dall’ex Presidente
della repubblica, dallo stesso Gelli, dall’ex generale Viviani si
inseriscono nel mosaico che in questi anni abbiamo ricostruito e,
nel confermarne l’esattezza, permettono di definire ufficialmente il
ruolo di copertura svolto dalla massoneria italiana nei confronti
dell’ ‘organizzazione’. La loggia P2, chiacchierata, contestata,
attaccata perfino sulla stampa dalla metà degli anni Settanta,
dotata di un potere sconosciuto ai cittadini, non certo agli addetti
ai lavori, in campo politico, economico, finanziario, militare e
giudiziario annoverò nel suo ambito uomini dell’ ‘organizzazione’
come Licio Gelli, perfettamente informati della realtà nella quale
si muovevano, degli interessi che rappresentavano e dei mezzi che
utilizzavano. Ed altri, di converso, che non andavano al di là
dell’adesione ad una potente loggia massonica nella quale
predominava, fra gli iscritti, l’elemento militare e, sul piano
politico, il più fervido anticomunismo.
La loggia P2 può, quindi, essere considerata un’agenzia dell’
‘organizzazione’, uno strumento creato ad hoc per operare in un
certo mondo, capace di coagulare attorno a sé centinaia di
personaggi potenti, in Italia e all’estero, utili per interventi di
carattere politico e finanziario senza, in caso di ‘incidenti’,
compromettere la struttura nella quale Licio Gelli è stato sempre
inserito, e grazie alla quale ha fatto la sua fortuna.
E di quale struttura si tratti, lo rivela implicitamente lo stesso
Gran maestro quando dichiara: “Non sono mai stato fra gli
organizzatori di Gladio, anche se la conoscevo: una legione
invisibile di persone oneste che ha salvato l’Italia” (La vera mafia
sono i politici, La Stampa 13 agosto 1992). E, difatti, nessuno ha
mai collocato l’ex materassaio di Arezzo fra i ‘capi’ di Gladio,
bensì fra i soldati dell’ ‘organizzazione’ di cui la prima era
espressione. Fra coloro che per convinzione, per interesse o per
copertura hanno aderito alla massoneria, Licio Gelli non è stato
certamente l’unico. Altri massoni hanno fatto parte di Gladio: il
friulano Giorgio Brusin, membro della giunta del Grande oriente
d’Italia, Antonio Melis detto ‘Salvatore’, responsabile della
struttura clandestina in Sardegna, Francesco Dentice di Accadia ed
altri appartenenti al rito scozzese.
Massoni-gladiatori, dunque, ma anche massoni-mafiosi e
massoni-fascisti. Massoni ovunque e in ogni dove che, con il
procedere delle inchieste giudiziarie, si sentono stretti sempre di
più nella morsa di un potere che ne sta facendo il temporaneo capro
espiatorio distogliendo l’attenzione da se stesso.
La massoneria come cupola promotrice di strategie politiche, di
manovre finanziarie a respiro intercontinentale, di lotte armate
variamente definite sul piano ideologico, di azioni di tipo
destabilizzante sul piano mafioso-eversivo: questa la nuova immagine
del pericolo che sta disegnando l’ineffabile magistratura italiana.
Qualcuno, non certamente annoverabile fra gli ultimi e più
sprovveduti all’interno della massoneria, intuisce il pericolo e
avverte che c’è altro potere, oltre a quello massonico, sul quale
indirizzare le indagini. Giulio Di Bernardo, difatti, questo altro
potere sceglie di definirlo, non a caso, con lo stesso identico
termine utilizzato da Tommaso Buscetta: “…In Italia non c’è più la
massoneria, ma un’altra entità più pericolosa. E –dice- è compito
dei magistrati scoprire che cosa sia…” (M.G., Politici in cerca di
loggia, Repubblica 28 gennaio 1994).
Un rappresentante di quello che, per antonomasia, viene considerato
un potere forte confessa come, in realtà, un altro potere molto più
forte, un’altra ‘entità’ più potente della massoneria italiana ha
agito ed agisce ancora impunita, anzi addirittura da scoprire.
Si sta facendo strada, in questi ultimi tempi, la convinzione che il
potere atlantico abbia creato, nel corso degli anni, un dispositivo
che ha utilizzato in funzione anticomunista e che, dopo il 1969, ha
progressivamente smantellato perché ormai inutile e ingombrante. E’
la tesi, ad esempio, che porta avanti Gianni Cipriani: “Mafia,
massoneria, destra eversiva, servizi segreti hanno rappresentato il
dispositivo –scrive- attraverso il quale sono state tradotte in atti
concreti le disposizioni dei poteri forti. Una realtà politica e
giudiziaria che ha tardato molto ad affermarsi, soprattutto, fino a
quando il dispositivo come si è storicamente determinato, non ha
cominciato ad entrare in crisi” (I mandanti cit., p.9-10).
Noi affermiamo invece e denunciamo con forza che esisteva –e
continua ad esistere- una sola organizzazione che si prefigge un
unico scopo, che ha una sola strategia ed usa mille tattiche, che al
pari di un camaleonte assume il colore dell’ambiente nel quale i
suoi uomini si trovano ad operare, che non ha un volto né un nome ma
diecimila come le sigle, i gruppi, le organizzazioni con i quali si
confonde e, di volta in volta, viene confusa. Non mafia, dunque, né
massoneria, né servizi segreti, né alta finanza, né destra eversiva,
né partiti politici, ma forza autonoma, presente in ciascuno di
questi ambienti come in ogni altro, dalle Forze armate a quelle di
polizia, dalle gerarchie vaticane a quelle economico-finanziarie,
dalle forze politiche di governo a quelle di opposizione, dalla
stampa ‘indipendente’ a quella ‘alternativa’: questa l’
‘organizzazione’.
Ed una conferma ulteriore a questa realtà la troviamo analizzando,
in rapida sintesi, i punti di contatto fra le strutture parallele e
la destra che ci si ostina a voler definire ‘eversiva’, nonostante
che il suo ruolo sia oggi ben definito, sul piano storico e
politico, come quello di supporto al disegno ‘stabilizzante’ che ha
informato di sé cinquant’anni di storia.
Il mafioso Tommaso Buscetta ha conosciuto l’esistenza dell’
‘entità’, non facendo estorsioni per le strade di Palermo, ma
svolgendo compiti di natura politica. Lo spione Licio Gelli perché
vi è stato stabilmente inserito, il massone De Bernardo perché la
sua obbedienza è stata utilizzata prima per coprire le attività
dell’ ‘entità’, oggi per coprirne l’esistenza. La destra
neofascista, nelle persone dei suopi dirigenti di primo piano e di
centinaia di quadri intermedi e di militanti, può essere considerata
alla stregua di una mera appendice dell’ ‘organizzazione’, nei cui
ranghi tanti sono stati –e continuano ad essere- stabilmente
inseriti.
Perché meravigliarsi se, dagli archivi del Sismi, emerge che sono
stati ‘gladiatori’ “Filippo De Marsanich, fratello del senatore, e
Armando Degni, inquisito per il golpe fallito di Junio Valerio
Borghese”? (Un Grillo nel giallo Mattei, Panorama 20 giugno 1993).
Che il presidente del Msi, Augusto De Marsanich, che del partito è
stato anche segretario nazionale durante gli anni cruciali del suo
consolidamento, avesse addirittura il fratello inserito nella
struttura clandestina Nato, deve essere considerato un fatto di
ordinaria amministrazione. E come tale deve essere valutato anche il
fatto che “Armando Degni…nel 1967 firma su un documento classificato
segretissimo una dichiarazione d’impegno, ricevendo il mandato di
assolvere compiti militari speciali nell’ambito dell’
‘organizzazione’ militare speciale dipendente dallo Stato maggiore
della difesa collegata alla Nato…ed è…-scrivono i giudici di
Bologna- un neofascista militante contemporaneamente nel Msi di
Giorgio Almirante e nella formazione eversiva e terroristica di
Ordine nuovo” (G.Barbacetto, C’è la mano dello Stato nelle stragi,
L’Europeo 20 luglio 1994).
Per un ‘golpista’ che compare nelle liste di Gladio, ce n’è un altro
che, rompendo il muro della viltà e dell’omertà, ha scritto un libro
a proposito dell’ ‘organizzazione’ e della sentenza che ha
cancellato, come non avvenuti, gli avvenimenti della notte fra il 7
e l’8 dicembre 1970. “E’ indubbio che a giustificazione di una
sentenza recentissima, emessa dalla Cassazione dopo tredici anni,
deve aver contribuito qualche articolo del famoso diktat, che ha
legato le mani alla magistratura, se è vero che l’on.Moro potè
usciorsene con il suddetto ‘segreto di Stato’. Indubbiamente –scrive
ironicamente Gaetano Lunetta- gli Usa, nel regalarci la libertà si
sono riservati di determinare il corso politico-economico della
nazione italiana. Ed ecco nascere i cosiddetti ‘segreti di Stato!
Uno dovrebbe suonare così: ‘E’ consentito agli Usa mantenere in
Italia un corpo formato da ufficiali in s.p.e. e da civili che il
governo americano può mobilitare qualora gli indirizzi politici del
governo italiano dovessero deviare dalle direttive impartite dal
governo americano’ “ (G.Lunetta, L’ultimo mio comizio, T.e.a.
Palermo 1988, p.53).
Poche parole, ma sufficienti a definire l’ ‘organizzazione’ ed il
suo compito.
Il Msi nasce come forza politica dalla quale reclutare,
all’occorrenza, decine di migliaia di giovani provenienti
dall’esperienza militare della Rsi, in grado di impugnare le armi in
difesa, stavolta, dell’impero americano. Il suo inserimento
organico, come partito che conta migliaia di aderenti, nei piani
segreti degli Stati maggiori alleati, approntati in funzione
anticomunista, può farsi risalire al 1947 ed il ‘battesimo di fuoco’
all’aprile del 1948, quando la lealtà neofascista al nuovo regime ed
al nuovo Stato superò brillantemente la prova con la ordinata
restituzione delle armi avute in prestito, alla pari di altre
formazioni politiche anticomuniste, dall’Esercito italiano.
La nascita dell’Alleanza atlantica, il varo del piano ‘Demagnetize’,
l’inserimento di questo Paese nella struttura ‘Stay-behind’ con
tutto quello che ne consegue, trasformano l’Msi, unico autentico
rappresentante del neofascismo, nello strumento più docile dell’
‘organizzazione’ e in un serbatoio illimitato dal quale quest’ultima
può arruolare elementi fidati e fedeli.
“Tra apparati dello Stato e gruppi neofascisti esistevano rapporti
stretti ed organici –scrive Gianni Barbacetto-. Sotto la facciata di
Ordine nuovo si nascondeva una struttura occulta all’interno della
quale operavano personaggi come Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi,
Paolo Signorelli –scrivono a loro volta i giudici di Bologna- e, in
posizione verticale, lo stesso Pino Rauti” (C‘è la mano dello Stato
nelle stragi, cit.). Sul conto di quest’ultimo, è giusto ricordare
come sia assurto al vertice del Movimento sociale italiano
ricoprendo il ruolo di segretario nazionale, carica raggiunta per le
‘omissioni’ complici di magistrati che ‘scoprono’ oggi ciò che hanno
ritenuto di dover ignorare per anni.
Abbiamo dedicato, comunque, al neofascismo pagine specifiche, e qui
ci interessa solo riaffermare il legame che lo ha collegato al
potere atlantico mentre, viceversa, non verticale ma di natura
orizzontale sono stati i suoi rapporti con organizzazioni massoniche
e criminali, con le quali non ha stretto alcun ‘patto’ avendo, al
pari loro, come stella polare lo stesso vertice che dei suoi uomini
si è servito abbandonando poi al loro destino quelli che non
potevano essere ‘riciclati’ perché non sufficientemente rispettabili
per essere inseriti in quello che viene spacciato per il ‘nuovo’ che
avanza.
E’, quindi, l’ ‘organizzazione’, quella che si colloca al centro e
che, sapientemente mimetizzata, dirige il ‘suo’ dispositivo
multiforme ed eterogeneo eppur disciplinato. Un’ ‘organizzazione’
politico-militare che annovera massoni ma non è massoneria, che
utilizza mafiosi ma non è mafia, che si serve dei neofascisti ma non
è neofascismo, che può contare sul supporto dei servizi segreti
militari e civili ma da essi non dipende, che non è nazionale ma
sovranazionale, che obbedisce, infine, ad un vertice che si trova a
Washington, non a Roma.
Gianni Cipriani scrive che “i servizi segreti, per esempio, dovevano
rispondere del loro operato anzitutto in sede atlantica. I generali
dipendevano dai comandi Nato prima ancora che dal governo nazionale.
Catene anomale di comando che si sono dimostrate funzionali a
partire dalla fine degli anni Sessanta per gestire la strategia
della tensione” (I mandanti cit., p.7). A questo quadro vanno
aggiunti, però, due elementi sostanziali e fondamentali: che sono
stati i ‘governi nazionali’ ad abdicare al diritto-dovere di
esercitare la loro autorità sulle Forze armate; che non esistono
‘catene anomale’ di comando ma solo ‘catene occulte’ che corrono
parallele a quelle palesi, come si conviene alla doppia struttura,
segreta e clandestina da un lato, ufficiale dall’altro, in cui si
articola l’Alleanza atlantica.
E un’autorevole testimonianza in questo senso viene fornita dal
presidente della Democrazia cristiana, Aldo Moro, ucciso il 9 maggio
del 1978 dalle Brigate rosse. “Certo è un intrigo difficile da
districare –aveva scritto nel suo memoriale- e le cui chiavi si
trovano presumibilmente in possesso di qualche organizzazione
specializzata probabilmente al di là del confine. Si tratta di
vedere in quale misura i nostri uomini politici possono aver avuto
parte e con quale tipo di conoscenza e di iniziativa...Per quanto
riguarda la strategia della tensione, che per anni ha insanguinato
l’Italia pur senza conseguire i suoi obiettivi politici, non possono
non rilevarsi, accanto a responsabilità che si collocano fuori
dall’Italia, indulgenze e connivenze di settori dello Stato e della
Democrazia cristiana in alcuni suoi settori”.
Aldo Moro, quindi, non ha dubbi: non è all’interno dello Stato
nazionale che bisogna cercare i registi di piani che sono stati
studiati all’estero e che, qui, sono applicati da complici ed
esecutori. Se il silenzio dei Moretti e dei Curcio non lo impedisse,
molto più si saprebbe di quello che ha rivelato Aldo Moro. Ma anche
le frammentarie notizie che i ‘combattenti per il comunismo’ non
sono riusciti ad eliminare e che, solo per questa ragione, sono
trapelate consentono di confermare l’esistenza di un’
‘organizzazione’ che è inserita negli apparati politici e di difesa
della Nato.
E riepilogando queste che, ormai, sono verità acquisite sia sul
piano storico che giudiziario, tornano i quesiti più volte posti
sull’identificazione dell’organizzazione; può essa coincidere con
Gladio e con la struttura europea delle Stay-behind? Può, questa
struttura la cui esistenza è stata ufficialmente riconosciuta solo
quattro anni fa, essere considerata l’ ‘organizzazione’ nel suo
complesso o, almeno, una parte di essa o, ancora, come pretende la
magistratura italiana essere ad essa totalmente estranea?
A dare ascolto al gen.Gerardo Serravalle, che della struttura è
stato per alcuni anni il comandante, dovrebbe essere valida la
seconda ipotesi, quella cioè che vede Gladio come parte sacrificata
per coprire il ‘tutto’, inteso quest’ultimo come
quell’organizzazione segretissima, la cui esistenza non potrà mai
essere ammessa perché strumento portante del dominio americano in
Europa. “…Da una parte –scrive, difatti, Serravalle- c’è una
struttura segreta denominata Stay-behind, a tenuta ermetica, che
dispone di armi ed esplosivi mantenuti occultati in vari punti del
territorio nazionale…dall’altra sembra di intravedere in filigrana
una specie di magma delle varie denominazioni, di natura
eversivo-terroristica. E’ il magma dei ‘salvatori della patria’ che
hanno fruito del segreto politico-militare dello Stato” (G.Serravalle,
Gladio, Ed.associate Roma 1991, p.46-47). E, in maniera più
esplicita, subito dopo: “La struttura era dunque tale –si chiede- da
poter essere utilizzata come schermo per il magma dei
‘patrioti-professionisti’ al riparo delle coperture istituzionali
per dare uno scossone al Paese? Il sospetto è legittimo e fondato…”
(ivi, p.49).
Dà, Gerardo Serravalle, corpo ai suoi sospetti sottolineando la
presenza nelle liste di Gladio di alcuni individui che non dovevano
essere arruolati a causa delle loro manifeste militanze e simpatie
per l’estrema destra tipo Ordine nuovo ed altro (ivi, p.51-52). E va
oltre, perché egli stesso ammette che alcuni dei gladiatori hanno
preso parte attiva alla lotta politica, nei suoi aspetti
terroristici, della ‘destra eversiva’ scrivendo a chiare lettere che
“è legittimo sospettare che questi costituissero la sutura con il
magma dei terroristi e degli eversori” (ibidem). La conclusione
riflette amarezza e, ad un tempo, sicurezza: la prima per essere
stato utilizzato come capro espiatorio, la seconda per utilizzare la
inanità degli sforzi di quanti hanno creduto che le rivelazioni di
Giulio Andreotti sulle Stay-behind potessero realmente contribuire a
far luce sulla guerra politica.
“Riflettori su Gladio, dunque –osserva Serravalle- ma tentare di
scoprire la strategia della tensione attraverso Gladio è come
cercare un ago nel pagliaio, è come tentare di scoprire cosa bolle
nella pentola attraverso l’esame del coperchio…Luce su Gladio,
dunque, affinché rimangano in ombra le suture? Gli autori delle
stragi, nostrani o venuti dal freddo, di colore rosso o nero, i
mandanti affiliati o no ad obbedienze eversive potranno continuare a
vivere tranquilli. La Stay-behind li copre ancora una volta, persino
quando viene eliminata. Prodigi di ingegneria del potere” (ivi,
p.53).
Ma dopo questa melodrammatica conclusione che avvalora l’ipotesi di
una Gladio parte di un ‘tutto’, lo stesso Serravalle si premura di
disseminare il suo scritto di affermazioni che corroborano la tesi
di quanti non vedono differenze fra le Stay-behind e l
‘organizzazione’ Scrive, difatti, che “Gladio non era operativamente
affidabile né efficiente (ivi, p.70). Rincara la dose asserendo che
“o gli inventori di Gladio erano degli incoscienti, oppure per primi
avevano escluso che Gladio potesse operare secondo gli scopi per cui
era stata concepita” (ibidem). Ed, infine, assesta il colpo decisivo
all’ipotesi da lui stesso prospettata di una Stay-behind italiana
sacrificata sugli altari degli interessi del potere proprio perché
struttura non compromessa nella strategia della tensione. “Viene
inevitabile supporre –scrive- almeno in linea ipotetica che chi
predispone una struttura segreta tipo Gladio e la pone al comando di
un militare professionale, intenda che la struttura stessa debba
essere impiegata eventualmente con assoluta sicurezza secondo i
compiti istituzionali (resistenza all’invasore e ai
collaborazionisti), secondo i criteri propri della dottrina militare
sulla ‘guerra non ortodossa’, oppure –e qui non si può non rendere
omaggio alla genialità dell’idea- si è voluto costruire un
paravento, una facciata rispettabile con tutti i requisiti
dell’ufficialità, i benefici del segreto di Stato ed il manto
protettivo dell’Alleanza atlantica a vantaggio, diciamo così, del
potere. Questo –conclude maliziosamente Serravalle- il nodo della
vicenda Gladio. Nelle Stay-behind operano funzionari civili di
carriera dei rispettivi servizi. Ho avuto modo di constatare in
essi, con molto stupore, una pressocché assoluta carenza di
preparazione tecnico-tattica, necessaria ad una corretta
impostazione ed eventuale condotta di quella forma particolare di
guerra” (ivi, p.36-37).
Il generale Gerardo Serravalle è ben lontano dall’essere quella
vittima e, soprattutto, quell’ufficiale democratico che cerca di
apparire oggi, tanto da essersi congedato dall’Esercito solo nel
1986, anno in cui partecipò, come ‘consulente civile di un gruppo di
industrie italo-americane, agli studi per la realizzazione della
‘Strategic defense initiative’ europea (ivi, p.63). Colpevole alla
pari dei suoi colleghi, arrogante nella presunzione di poter
informare disinformando, certo che nessuno percepirà in modo
corretto i suoi messaggi, Serravalle cancella le distinzioni fatte e
propone Gladio, non come mera sezione operativa delle Forze armate,
ma come l’ ‘organizzazione’ stessa: l’ipotesi più ragionevole, la
più logica, la più veritiera.
La dove egli, difatti, parla dei compiti istituzionali di Gladio da
utilizzare contro i ‘collaborazionisti’, secondo i criteri d’impiego
della dottrina militare sulla guerra non ortodossa, finge di
dimenticare due cose: che i primi vanno identificati nei quadri
dirigenti e militanti dei partiti comunisti occidentali; e che la
‘guerra non ortodossa’ non può essere assimilata alla pura e
semplice guerra di guerriglia alla quale era ufficialmente destinata
la struttura Gladio. E’ necessario ricordare (non a Serravalle che
lo sa bene) che la guerriglia contro un esercito invasore avrebbe
avuto come fine la riconquista dello spazio geografico, mentre la
guerra non ortodossa aveva come fine la difesa dello spazio
politico, perso il quale anche lo spazio geografico sarebbe stato
occupato dal nemico. Difatti, gli scenari bellici costruiti dagli
Stati maggiori degli eserciti Nato prevedevano la conquista pacifica
del potere, mediante le elezioni politiche, da parte dei partiti
comunisti italiano e/o francese che, giunti al potere, avrebbero
richiesto il ‘fraterno’ aiuto dei Paesi del Patto di Varsavia.
Questo il pericolo da scongiurare, con ogni mezzo e ad ogni costo:
la perdita dello ‘spazio politico’.
Lo ‘spazio geografico’ non è mai stato minacciato. A dirlo è lo
stesso Gerardo Serravalle: “…Il vicepresidente del Senato, Paolo
Emilio Taviani, pressappoco nella stessa epoca, aveva rivelato alla
Commissione stragi che almeno in cinque occasioni l’Italia sarebbe
stata minacciata; nel ’48, nel ’56, in concomitanza con la
repressione ungherese, nel ’62 e nel ’68, dopo la normalizzazione
della Cecoslovacchia. Personalmente –scrive Serravalle- per quanto
riguarda le prime tre date non ho nulla da commentare e mi rimetto
all’autorevolezza del senatore, uomo di governo in più di un
gabinetto, nel ’62 ero già in servizio e non ricordo alcun stato di
allarme, nel ’68 facevo parte dello Stato maggiore del V Corpo
d’armata, quello schierato sul confine nordorientale e, nemmeno in
questa occasione, per quanto rammento, furono adottate misure
d’emergenza particolari, a parte un allarme di livello minimo, del
tipo che viene ordinato in occasione di fatti di qualche rilievo
politico strategico, tali però da non compromettere la sicurezza
nazionale” (ivi, p.60-61).
Se Gerardo Serravalle può smentire platealmente Paolo Emilio Taviani
sui presunti allarmi del 1962 e del 1968, la storia smentisce anche
per gli altri fatti citati il bugiardo democristiano. Nel 1948, gli
unici ad approntare piani d’attacco, per di più atomico, erano gli
Stati uniti contro la Russia che, da parte sua, era ben lontano
dall’aver risanato le immense distruzioni provocate dalla seconda
guerra mondiale. Nel 1950, il terrore che, con il pretesto della
guerra di Corea, l’America attaccasse la Russia fu tale che Palmiro
Togliatti, in obbedienza agli ordini di Stalin, offrì al governo
italiano la virtuale cessazione di ogni opposizione da parte del Pci
in cambio di una politica estera di pace. Nel 1956, l’ingresso
dell’Armata rossa in Ungheria (4 novembre) fu contemporaneo
all’azione diplomatica Usa-Urss che obbligò le truppe
franco-britanniche a ritirarsi precipitosamente dal canale di Suez,
che avevano occupato il 1 novembre.
In definitiva, lo ‘spazio geografico’ italiano non è mai stato
minacciato, quello ‘politico’ sì. E a difendere quest’ultimo sono
state le Stay-behind, strumento perfezionato e raffinato della
guerra non ortodossa. E che così è stato, tra i mille e mille esempi
che si potrebbero portare per dimostrarlo ne scegliamo uno,
proveniente dall’ambiente militare che, da solo, prova quale fosse
il pericolo e quali le contromisure da adottare per sventarlo,
secondo il parere di un illustre collega di Serravalle.
Scriveva, nel febbraio del ’69, sulla Revue militaire générale, il
gen.Ernesto Cellentani: “In seno alle forze politiche protagoniste
dei disordini e delle sommosse si è andato rilevando specie negli
ultimi tempi un processo crescente di osmosi, ideale e
organizzativa, sul piano internazionale. Il problema potrebbe
rappresentare, in un futuro prossimo, ulteriori complicazioni e
difficoltà poste dall’intervento dell’assai importante componente
giovanile studentesca. Sembra allora opportuno realizzare una
stretta cooperazione civile e militare, sul piano europeo
occidentale, tendente allo scopo di mettere a fattori comuni
esperienze ed informazioni, potrebbe allo scopo essere concretata da
una politica dell’ordine pubblico ed un’altrettanto comune politica
di informazione ed azione psicologica, entrambe necessarie. La
popolazione non interessata al disordine potrebbe –infine- essere
chiamata in determinati casi limite a cooperare al ristabilimento
dell’ordine. Oggi esiste, ormai, un fronte interno anche in tempo di
pace” (G.Boatti, Piazza Fontana, Feltrinelli Milano 1993, p.44-45).
Nulla di nuovo esprimeva l’alto ufficiale che si limitava a ribadire
nel suo articolo il punto di vista delle Forze armate sulla ‘guerra’
in corso nel Paese, così com’era stata delineata nel corso del
convegno organizzato dall’istituto A.Pollio, nel maggio 1965 a Roma,
con i finanziamenti del Sifar e il patrocinio dello Stato maggiore
difesa. E agli ignari ed agli immemori ricordiamo, in brevissima
sintesi, cos’era quella che in termini politici veniva chiamata
‘guerra rivoluzionaria’ e, in termini tecnici, ‘guerra non
ortodossa’.
Lo facciamo riportando, pari pari, quanto ha scritto sull’argomento
un insospettabile osservatore esterno, Piero Ignazi: “ I temi
dell’infiltrazione e del mimetismo, nella guerra segreta e
mascherata già lanciata dal comunismo internazionale,
dell’indottrinamento e della propaganda costituiscono il leit motiv
delle relazioni al convegno (dell’istituto Pollio nda). Per
difendere i superiori valori morali dell’Occidente deve essere
attuata una ‘contromobilitazione’ globale che faccia comprendere il
pericolo incombente e che forgi il soldato controrivoluzionario, una
figura di combattente ascetico e missionario che richiama –scrive
Ignazi- il legionario evoliano. Ma il punto focale e innovativo
delle varie relazioni è l’individuazione di un nuovo rapporto tra
cittadini e Forze armate. Il compito della controffensiva non può
essere lasciato al solo esercito, ma ad esso devono affiancarsi
formazioni di volontari civili. Le energie controrivoluzionarie
vanno divise in gruppi in base al ruolo nella società e al
potenziale di mobilitazione: da un ampio settore di sostenitori
passivi si passa ai membri delle associazioni combattentistiche
pronte ad un impiego attivo di supporto fino al nucleo duro di
elementi sceltissimi per le ‘azioni coperte’ “ (P.Ignazi, Il polo
escluso, Il Mulino Bologna 1989, p.112-113). Così, in modo semplice
ed in estrema sintesi, vengono delineati da un inconsapevole docente
universitario una strategia ed i suoi strumenti, fra i quali il più
duttile, il più segreto, il più idoneo erano e restano le
Stay-behind.
Ed anche se in maniera ancora approssimativa, qualche passo avanti
in direzione della verità è stato fatto da magistrati che lavorano
lontani dai riflettori della pubblicità. Secondo Repubblica,
difatti, i giudici della Procura militare di Padova sarebbero giunti
alla conclusione che “la struttura sciolta ufficialmente tre anni fa
dal governo…altro non era che un’organizzazione di copertura”. La
convinzione –sempre secondo il quotidiano milanese- sarebbe fondata
sul contenuto di un documento classificato come riservatissimo, ora
agli atti della Commissione stragi, che rivelerebbe l’esistenza di
una struttura suddivisa in tre fasce: “Nel centro di questa piramide
ci sarebbe la vecchia Stay-behind in funzione di copertura. La
vecchia Gladio sarebbe ancora intatta ed operante. Dini e Roberti
avrebbero anche scoperto che i 622 gladiatori compresi negli elenchi
ufficiali non hanno affatto preso parte ad esercitazioni di guerra.
Questo compito sembra sia stato assolto da reparti speciali che si
sarebbero addestrati sotto la supervisione del Sismi” (Denuncia di
due magistrati. ‘La vera Gladio vive ancora’, La Repubblica 18
novembre 1993).
Un’ipotesi più che logica, quest’ultima, perché una guerra di
guerriglia non poteva certo essere affidata ai pensionati e alle
casalinghe che le autorità politiche hanno spacciato per gli unici
gladiatori, bensì agli uomini ben addestrati e fisicamente allenati
dei reparti d’élite dell’Esercito.
Una conferma puntuale è venuta dal rifiuto opposto dal comandante
del battaglione col.Moschin, della brigata paracadutisti ‘Folgore’,
di consegnare a Carlo Mastelloni, in perenne ricerca di scoop, i
piani operativi del reparto da adottare in caso di conflitto ‘non
convenzionale’. L’ufficiale ha indicato nella Nato l’autorità
preposta a decidere se consegnare al magistrato veneziano i
documenti richiesti, o se coprirli col vincolo del segreto atlantico
(Gladio, la Nato deciderà sugli atti, Repubblica 6 febbraio 1994).
Del resto, che l’Alleanza atlantica abbia predisposto, fin dal suo
infausto insorgere, i piani più svariati per opporsi al nemico
comunista, nei quali la presenza di civili e militari è
costantemente affermata, perché basata sull’esperienza della guerra
partigiana in Europa (si legga in proposito V.Hahlweg, Storia della
guerriglia, Feltrinelli Milano 1993) è una realtà innegabile.
Altrettanto non confutabile né smentibile è che le Stay behind
rappresentano la traduzione concreta, sul terreno, di quanto è stato
elaborato nel corso degli anni da un mondo militare che riserva
l’uso delle armi da fuoco ai Paesi del terzo mondo e l’azione
psicologica a quelli evoluti, dove il controllo dei mezzi di
comunicazione di massa è tale da garantire loro la vittoria senza
necessità di intervenire nelle strade e nelle piazze con reggimenti
e mezzi corazzati.
Il ruolo delle forze armate, a partire dalla metà degli anni
Cinquanta, è ancora oggi riconosciuto da pochi. Uno di questi è
Virgilio Ilari che ebbe modo di rilevare in un suo libro “…il ruolo
politico che la forza militare stava assumendo come garanzia del
mantenimento del sistema di potere politico ed economico durante
l’apertura a sinistra” (V.Ilari, Le Forze armate tra politica e
potere, Vallecchi Firenze 1979, p.69). Ed individuò nel gen.Giovanni
De Lorenzo “il più lucido tra i militari degli anni Sessanta. Fu lui
–scrisse- a elaborare la versione poliziesca della garanzia
militare, che era imperniata più sull’ostentazione della forza, sul
controllo capillare della vita politica ed economica nel Paese
mediante la rete dei servizi segreti” (ivi, p.58).
Risale al 25 novembre 1983 la dichiarazione resa da Amos Spiazzi
alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2, che
conferma i ruoli di ‘tutore’ e di ‘garante’ dell’ordine politico
rivestiti dalle Forze armate ed esercitati da strumenti come le
Stay-behind. Dichiarava il pluri-inquisito Spiazzi: “…nell’ambito
delle Forze armate sono sempre esistiti due strumenti: un ‘piano di
emergenza interna’ e un (segretissimo) ‘piano di sopravvivenza’. Il
primo strumento prevede la selezione, nell’ambito dell’Esercito, di
personale fedelissimo, disponibile a partecipare ad ‘operazioni
delicate’; il secondo entra in funzione in caso di vacanza della
Presidenza della repubblica, di conflitto elettorale con il diretto
intervento dell’Esercito e in caso di invasione esterna. Il ‘piano
di sopravvivenza prevede –secondo Spiazzi- anche l’intervento,
accanto ai militari, di gruppi fidati, indicati in particolari
schedature e agisce sostanzialmente come organismo potenzialmente
partigiano” (M.Teodori, P2: la controstoria, cit.).
Anche in questo caso, come si vede, alle Stay-behind, perfettamente
riconoscibili nel ‘piano di sopravvivenza’, sono assegnati in forma
prioritaria compiti di vigilanza e di intervento all’interno del
Paese, e per ultimo quello di attivarsi nel caso di una invasione
militare, l’ipotesi, quest’ultima, più remota.
Ma l’avallo più autorevole, quello che integra e compone gli
elementi fin qui esposti in un unico mosaico a sostegno della tesi
che vuole identificare in Gladio l’ ‘organizzazione’ che riunisce
nei suoi ranghi la guardia pretoriana degli Stati uniti in Europa,
viene dall’impunito Francesco Cossiga. Costui, difatti, nelle
dichiarazioni rilasciate a ruota libera, non ha lesinato frammenti
di verità sulle Stay-behind in Europa che contrastano, in modo
plateale, con le conclusioni ufficiali, politiche e giudiziarie. Non
si concilia, ad esempio, la definizione di ‘potente organizzazione
interalleata’, riservata dall’ex Presidente della repubblica ad una
struttura che, a sentire il suo amico Fulvio Martini, era invece
povera cosa, composta da 622 personaggi senza arte né parte.
Ed ancora più interessante appare il riferimento, fatto da Cossiga,
al governo di Stay-behind ristretto, a sentir lui, a ventidue uomini
politici, gli unici che in Italia sapevano tutto perché,
evidentemente, erano i soli a dare tutte quelle garanzie di fedeltà
che gli Stati uniti e la Nato pretendevano. Francesco Cossiga non fa
i nomi di tutti coloro che componevano il governo ‘occulto’, ma
quelli che fa (Spadolini, Taviani, Rognoni, Andreotti, ai quali
vanno aggiunti Restivo e Tanassi) sono sufficienti per delineare la
mappa delle coperture politiche al cui riparo hanno agito gli uomini
delle Stay-behind in Italia. Sono questi gli uomini politici che
hanno rappresentato la cerniera fra lo Stato ‘parallelo’ e quello
‘ufficiale’, e che ormai sono stati sostituiti da altri che non
hanno ancora un volto e un nome.
E se, sul piano politico, vi era una direzione unitaria che non
teneva conto del partito di appartenenza (Dc-Pli-Psdi-Pri) ma solo
dall’incondizionata dipendenza dai voleri del governo americano e
della Nato, anche sul piano militare ed operativo l’
‘organizzazione’ non poteva che avere un unico vertice, capace di
coordinare le multiformi attività dei subalterni impegnati nelle più
diverse realtà italiane ed europee. E’ credibile l’astuto Gerardo
Serravalle quando parla di dispositivo che definisce come “un
insieme di formazioni, composto da persone che avevano capacità
operative peculiari. Con una caratteristica: era guidato da un
comando unitario” (D. Mastrogiacomo-F.Scottoni, Ustica. Ancora
Israele, stavolta lo dice Gladio, Repubblica 14 febbraio 1994).
Si configura così un potere parallelo che agisce in piena sintonia
con quello ufficiale ma da quest’ultimo, troppo impacciato nei suoi
movimenti dal rispetto formale delle regole della democrazia, si
differenzia per l’agibilità dei movimenti, la totale libertà di
azione, la scelta di obiettivi, metodi, mezzi e uomini da impiegare
con assoluta spregiudicatezza, con la certezza di poterli, qualora
se ne presenti la necessità, sconfessare con l’ausilio dei poteri
pubblici ed ufficiali. Non è una novità. Anzi, proprio nella
nazione-guida del mondo cosiddetto ‘libero’, l’esistenza di un
potere parallelo a quello ufficiale, all’interno del quale si
prendono le decisioni cruciali per la politica estera americana, è
stata più volte riconosciuta anche se, di volta in volta, presentata
come una necessità contingente e, quindi, non istituzionalizzata.
“Adesso si scopre –scriveva Panorama nel novembre del 1986- che
all’interno della Casa bianca le più spericolate e clandestine
operazioni sono affidate a un gruppo di personaggi-ombra, di cui
nessuno fuori dall’ambiente aveva mai sentito parlare. E’ questo un
governo clandestino che, all’insaputa di tutti, ha condotto
l’operazione ostaggi, guidato la guerra segreta in Nicaragua,
l’intervento Usa nel Mediterraneo ai tempi della crisi dell’Achille
Lauro (il dirottamento dei terroristi su Sigonella) e, prima ancora,
l’invasione di Grenada” (M.Conti, Quei clandestini di Reagan,
Panorama 23 novembre 1986).
Pochi giorni più tardi, su Repubblica appariva un articolo sullo
stesso argomento che inquadrava e rappresentava una realtà che,
mutatis mutandis, è perfettamente assimilabile a quella che, in
queste pagine e da anni, anche se inutilmente, denunciamo: “…Tra le
molte vicende che quest’ultima crisi (l’Irangate) ha rivelato, c’è
anche questa: l’esistenza di un contrasto con l’apparato ufficiale,
di una nuova razza di militari, di un piccolo gruppo formatosi nel
Vietnam che, sulla base di un approccio teorico totalmente nuovo, ha
tentato un rinnovamento nell’estabilishment…L’approccio elaborato da
questa nuova razza di militari –scrive il giornalista- è un po’
l’uovo di Colombo, ma ha fatto molta strada ed ha testi di
riferimento: le opere del generale a due stelle Lansdale, il quale
dalla sua esperienza, nelle Filippine in particolare, ha ricavato
alcune riflessioni. Per combattere il comunismo i militari hanno
tradizionalmente contato su due fattori: l’uso di molti mezzi di
guerra e molti soldi. Con questa strategia, tuttavia, si perse il
Vietnam. Lansdale sostiene invece che questi due fattori funzionano
solo se essi vengono integrati con misure sociali ed operazioni
politiche. Che, insomma, non si può vincere una guerra e poi creare
condizioni politiche favorevoli, ma si deve operare su entrambi i
fronti contemporaneamente. Per esempio, l’amministrazione Reagan,
all’inizio era tutta immersa dentro questa idea di un massiccio
riarmo, e questa era l’altra faccia di un’amministrazione Carter che
invece era immersa dentro stupide teorie sociali. La separazione fra
le due cose ha sempre reso ineffettiva l’una e l’altra “ (L.Annunziata,
Oliver North, il colonnello che voleva ispirare il potere,
Repubblica 4 dicembre 1986).
Anche se il giornalista di Repubblica dimostra di ignorarlo
completamente, il fondamento delle teorie che espone, lungi
dall’essere nuovo, sta alla base della dottrina della guerra non
ortodossa, scaturita dalle osservazioni dei francesi in Indocina,
degli inglesi in Malesia e dagli stessi americani nelle Filippine.
Nella ‘quarta dimensione della guerra’, come abbiamo più volte
ribadito, la separazione fra il civile ed il militare è stata
abolita e a dirigerla sono stati chiamati gli ‘Stati maggiori
allargati’, che comprendono uomini provenienti sia dagli ambienti
politici, accademici, economici che da quelli militari. Perché è
guerra che prevede solo come extrema ratio il ricorso alle armi da
fuoco venendo, di preferenza, condotta con quelle della persuasione,
del benessere economico e del miglioramento delle condizioni
sociali. Ma sempre guerra è e, come tale, viene pianificata, diretta
ed affrontata.
L’esempio ce lo fornisce l’inconsapevole giornalista di Repubblica
che, nel prosieguo del suo articolo, scrive: “…Chi è stato
l’architetto di Grenada è stato l’uomo chiave per distruggere gli
squadroni della morte in Salvador, aprendo la strada a Duarte. E’
gran parte merito suo se Duvalier è partito senza maggiori traumi,
ed è sicuramente stato North il grande artefice dell’operazione nel
Mediterraneo dopo Klinghoffer. Sembrano operazioni molto differenti;
in realtà poggiano su un’unica base: l’esistenza di un limitato ma
altrettanto selezionato gruppo di uomini…” (ibidem).
A parte l’esaltazione strumentale (per potergli addossare ogni
responsabilità) del colonnello Oliver North, l’immagine di come
funzioni il potere parallelo è qui fotografata in maniera credibile.
Accettare, senza nulla obiettare, che gli Stati uniti affidino la
politica estera non al Dipartimento di stato, che ne sarebbe l’unico
titolare effettivo, ma ad un piccolo gruppo di uomini che nessuno
conosce e, contemporaneamente, rifiutare l’ipotesi che questa prassi
venga adottata anche in sede di Alleanza atlantica, è dare prova di
malafede.
Siamo in un Paese a sovranità limitata. E a riconoscerlo, ultimo in
ordine di tempo, è perfino Gerardo Serravalle che lo scrive a chiare
lettere: “E’ tempo di riacquistare la nostra sovranità. I servitori
dello Stato nei servizi non debbono più trovarsi nella condizione di
giurare fedeltà ad una patria dimezzata, dove gli interessi dei
servizi stranieri giocano un ruolo dai contorni poco nitidi e, nella
migliore delle ipotesi, non sempre in armonia con i nostri” (G.Serravalle,
Gladio cit., p.100-101). E’ tempo di prenderne atto, riscrivendo la
storia e traendo le dovute conseguenze dalla sua verità.
E’ storicamente datato il periodo, se non proprio il giorno esatto,
in cui la dinastia Savoia, per salvare il trono, decise che era
giunto il momento di abbandonare la Germania e di passare dalla
parte degli Alleati: unico modo per non perdere con onore la guerra,
ma di ‘vincerla’ con ignominia. Se i calcoli dei Savoia si
rivelarono errati, ed essi furono fortunatamente allontanati dalla
guida del Paese, l’eredità di quanto avevano fatto sul piano del
tradimento e del doppio gioco rimase alla casta militare che non ha
subito né operazioni né processi. E che, pertanto, è rimasta
impunita e convinta della possibilità e della convenienza che il
tradimento paghi, purché sia perpetrato a favore del più forte.
Abbiamo descritto, in un libro rimasto ancora inedito (V.Vinciguerra,
Storia segreta di un popolo tradito 1943-1945, inedito 1985), il
gioco condotto dai servizi segreti militari e civili dall’estate del
1943 alla fine del conflitto quando riuscirono, con una
spregiudicatezza ed un cinismo senza pari, a dividersi ufficialmente
in due tronconi: uno con il Regno del sud, l’altro con la Repubblica
del nord. Restando, in realtà, un organismo unico impegnato a
difendere gli interessi della monarchia e a favorire la vittoria
degli Alleati. Lo scopo venne raggiunto creando uno strumento ad
hoc, quello che Sandro Attanasio definisce un “servizio segreto
parallelo al Sim (Servizio informazioni militari) che operava con
scopi totalmente differenti da quelli ufficiali” (S.Attanasio, Gli
anni della rabbia cit.,p. 21).
E’ evidente che gli stessi protagonisti di un simile inganno, una
‘diversione strategica’ che, per le sue dimensioni, ha pochi
precedenti nella storia dei servizi segreti, non ebbero scrupoli a
trasformarsi, nel dopoguerra, da difensori del Paese a suoi vigili e
all’occorrenza spietati carcerieri, impegnati a mantenere al suo
interno l’ordine imposto dagli Stati uniti d’America e, per conto
loro, dalla Nato. Un accordo sovranazionale che risale a qualche
tempo dopo la costituzione dell’Alleanza atlantica, e che interessa
in modo specifico l’Italia e la Francia, sarà lo strumento
privilegiato che gli Stati uniti e la Nato utilizzarono per
provocare nel nostro Paese una tragedia che non ha ancora avuto
fine.
Su questo specifico argomento, Giuseppe De Lutiis ha scritto –senza
essere smentito- che “questi accordi hanno la loro origine in
protocolli aggiuntivi segreti, stipulati nel 1949,
contemporaneamente alla firma del Patto atlantico. Essi prevedono
l’istituzione di un organismo non ufficiale, anzi giuridicamente
inesistente, preposto a garantire con ogni mezzo la collocazione
dell’Italia all’interno dello schieramento atlantico, anche nel caso
che l’elettorato si mostri orientato in maniera difforme” (G.De
Lutiis, Storia ecc.cit., p.126). Ma se questa fu la premessa che ci
vincolò agli Stati uniti, gli accordi con la Francia, stipulati in
ambito Nato, ci misero in una condizione di sudditanza e
trasformarono il nostro Paese in un laboratorio sperimentale per le
alchimie politico-militari di coloro che avevano deciso di
preservare dal contagio comunista l’Europa occidentale, cominciando
a combattere il virus nei Paesi dove era più diffuso e, quindi,
potenzialmente più aggressivo, l’Italia e la Francia.
Dopo incontri al vertice e consultazioni segrete, non limitate ai
soli militari ma direttamente coinvolgenti, fra gli altri, anche i
responsabili dei dicasteri degli Interni fra Italia e Francia
(riscontri si possono trovare in R.Canosa, La polizia in Italia dal
1945 ad oggi, Il Mulino Bologna 1976; G.Scarpari, La Democrazia
cristiana e le leggi eccezionali 1950-1953, Feltrinelli Milano
1977), viene varata un’operazione –scrive Philip Willan- denominata
‘Demagnetize’ (I burattinai cit., p.34), di cui si trova traccia in
un memorandum top secret dello Stato maggiore americano, datato 24
maggio 1952 (ibidem), destinato a produrre quell’effetto di
smagnetizzazione che avrebbe allontanato i due Paesi dal comunismo
internazionale.
Cosa prevedeva il piano ‘Demagnetize’ lo rivela, in parte, Giuseppe
De Lutiis: “Questo –scrive lo storico comunista- è il passo centrale
del documento: l’obiettivo ultimo del piano è quello di ridurre le
forze dei partiti comunisti, le loro risorse materiali, la loro
influenza nei governi italiano e francese e in particolare nei
sindacati, in modo da ridurre al massimo il pericolo che il
comunismo potesse trapiantarsi in Italia e in Francia, danneggiando
gli interessi degli Stati uniti nei due Paesi…La limitazione del
potere dei comunisti in Italia è un obiettivo prioritario: esso deve
essere raggiunto con qualsiasi mezzo…del piano ‘Demagnetize’ i
governi italiano e francese non devono essere a conoscenza, essendo
evidente che questo può interferire con la loro rispettiva sovranità
nazionale” (Storia ecc.cit., p.62-63).
Evitare, dunque, che la calamita moscovita riuscisse nell’intento di
attrarre a sé quelle due nazioni, con le catastrofiche conseguenze
che ne sarebbero derivate per gli Stati uniti, fu il compito
assegnato agli specialisti di quella che, con l’affinamento della
teoria e l’elaborazione della dottrina d’impiego, venne definita
‘guerra non ortodossa’.
L’occasione per verificare il meccanismo di difesa, approntato dagli
Stati uniti, non tardò a giungere. Il paventato pericolo di una
falla nel dispositivo di difesa dell’Alleanza atlantica si
materializzò, alla metà degli anni Cinquanta, quando i servizi di
sicurezza francesi impegnati nell’opera di ‘intelligence’ a supporto
delle forze militari impiegate nella repressione della guerriglia
algerina, segnalarono che in seno al Fln esisteva una cellula
comunista guidata da Boumedienne. L’Occidente poteva accettare
un’Algeria indipendente, se avesse avuto la certezza che si sarebbe,
comunque, mantenuta all’interno di quello schieramento terzomondista
equidistante (ufficialmente) dai due blocchi, ma (riservatamente)
vicino all’ex potenza coloniale per ottenere aiuti economici e
sostegno politico e diplomatico, mai uno spostamento verso Est,
verso l’impero sovietico. Con Boumedienne, addestrato a Mosca,
comunista ortodosso, l’ipotesi di una sua conquista del potere
all’interno del Fln che lo avrebbe reso automaticamente capo del
nuovo Stato algerino, divenne concreta, tanto da destare il più vivo
allarme tra i vertici politici e militari, statunitensi ed atlantici
(notizie tratte da conversazioni avute dall’Autore con Yves Guerin
Serac).
L’Algeria, però, rappresentava per costoro un problema non
facilmente risolvibile. Il Paese era una colonia francese e, in
quanto tale, rientrava a pieno titolo in quell’area Nato dove le
forze armate dei Paesi aderenti all’Alleanza erano legittimate ad
intervenire. E tanto pretendeva, infatti, la Francia. Ma gli Stati
uniti sostenevano, ufficialmente, il principio
dell’autodeterminazione dei popoli e la fine del colonialismo e il
Fln algerino non combatteva in nome di un’ideologia ma in quello
della libertà e dell’indipendenza dalla Francia. Washington non
poteva, quindi, smentire se stessa autorizzando la Nato ad
intervenire a fianco dell’esercito francese in Algeria, pena
ripercussioni gravissime sulla politica estera e la totale perdita
di credibilità in Asia e in Africa.
Così l’Alleanza atlantica si astenne, per l’opinione pubblica
mondiale, da qualsiasi tipo di intervento: l’Algeria era e doveva
restare, sempre ufficialmente, un problema esclusivamente francese.
L’Algeria non era l’Indocina, dove i francesi erano stati
abbandonati a se stessi dagli americani. Era un Paese che la Nato
non poteva permettersi di perdere a favore di Mosca. Le implicazioni
politiche e militari di un suo passaggio al blocco orientale erano
ritenute troppo gravi per assistere passivamente alla sua caduta.
Algeri non era Hanoi, era molto di più. E, nella scacchiera della
politica mondiale, la sua comunistizzazione sarebbe equivalsa ad uno
scacco matto che né i vertici dell’Alleanza atlantica né Washington
erano disposti a subire.
Come evitarlo? L’idea agli strateghi americani e atlantici dovette
sembrare splendida: l’Algeria alla Francia, trasformata da colonia
in territorio metropolitano e i suoi abitanti in cittadini francesi,
con parità di diritti e di doveri. Non l’indipendenza ma
l’integrazione era il mezzo per non perdere l’Algeria: gli algerini
volevano una patria, e la Francia sarebbe divenuta la loro patria,
Parigi, non Algeri, la loro capitale. Così, per non consegnare
l’Algeria al comunismo, si sarebbe sacrificata la Francia, la sua
storia, la sua cultura, la sua identità.
Per condurre in porto un’operazione che avrebbe incontrato
fortissime resistenze nella popolazione francese, serviva un uomo
che aveva un’indiscussa autorità morale, una figura carismatica in
grado di imporre la sua volontà alla Francia intera perché egli
stesso era la Francia: Charles De Gaulle. In nome della Francia e
per la Francia, spiazzando partiti e forze politiche, Parlamento e
governo, le Forze armate attraverso i loro più prestigiosi
esponenti, il 13 maggio 1958, dinanzi ad una folla in delirio di
algerini e pieds-noir, ad Algeri, lanciano la sfida
dell’integrazione e chiamano De Gaulle al potere.
Washington aveva fatto la mossa vincente. Il 1 giugno 1958, il
generale Charles De Gaulle assume le redini del governo. Quattro
mesi più tardi un referendum popolare legittimerà la sua ascesa al
potere e segnerà la nascita della Quinta repubblica, sotto il segno
della croce di Lorena.
No, non era la mossa vincente. Sulle basi delle proiezioni
demografiche, De Gaulle apprende che con l’integrazione dei due
popoli, nell’arco di un trentennio, forse meno, la prolifica
popolazione algerina avrebbe superato quella francese e, divenendo
maggioranza, avrebbe assunto le redini del potere politico
trasformando la Francia nella prima nazione araba dell’Europa. Non
sarebbe stato De Gaulle, credente nella ‘grandeur’ della Francia, ad
aprire al mondo arabo quelle porte che i paladini di Francia avevano
sbarrato tanti secoli prima. Consapevole della gravità dell’ora,
Charles De Gaulle decide di concedere all’Algeria l’indipendenza
ponendo fine ad una guerra che, se militarmente non può essere
persa, politicamente non si potrà mai vincere.
La reazione degli Stati uniti e dell’Alleanza atlantica si
concretizza l’8 febbraio 1961. Quel giorno, difatti, viene
ufficialmente fondata un’organizzazione terroristica composta da
militari e da civili, che assume un nome singolare: Oas,
Organization de l’armée secrete. L’Oas si propone di bloccare le
trattative tra francesi ed algerini, instaurate per giungere ad una
soluzione del conflitto, con l’adozione di metodi di terrorismo
selettivo (anche se non mancano episodi di terrorismo
indiscriminato) e, soprattutto, con l’eliminazione fisica di Charles
De Gaulle.
Gli attentati contro il capo dello Stato francese continueranno
anche dopo la firma della pace con il Fln ed il ritiro delle truppe
francesi dall’Algeria, in una logica di vendetta ma anche di esempio
e di monito per tutti coloro che avessero voluto, in futuro, agire
in contrasto con gli interessi degli Stati uniti e dell’Alleanza
atlantica. Chissà se Aldo Moro pensò a Charles De Gaulle durante i
giorni della sua prigionia? Noi pensiamo di sì, anche se il codardo
silenzio dei suoi carcerieri ci impedisce di averne conferma.
Chi sono, in realtà, i civili e i militari che De Gaulle definirà
con disprezzo ‘soldati perduti’ perché, come le donne di malaffare
vendono il loro corpo, loro hanno venduto il loro onore? E cos’è l’
‘organizzazione dell’esercito segreto’ che, in brevissimo tempo
dalla sua apparizione ufficiale, irromperà anche nella storia
d’Italia concorrendo a scriverne le pagine più insanguinate?
Non è un’armata ribelle. E’, al contrario, la forza disciplinata,
fedele, obbediente, che ha per patria l’Occidente, agli ordini
dell’Alleanza atlantica e degli Stati uniti. E’ la guardia
pretoriana dell’impero che vigila sui governi e sui popoli perché
nessuno pensi di sovvertire l’ordine imposto dalla ‘città sulla
collina’ e di rallentarne la marcia lungo il cammino della storia.
E’ l’ ‘organizzazione’ Nato, le Stay-behind che intendono fermare e
punire il ‘traditore’ De Gaulle che, non a caso, una mirata campagna
stampa cercherà di accreditare, negli anni successivi, come agente
sovietico sin dai tempi della seconda guerra mondiale. Mentre, di
converso, si scriveranno libri per riabilitare di fronte
all’opinione pubblica i ‘soldati perduti’ dell’Oas,
significativamente paragonati a centurioni romani che si ribellano
all’abbandono e al tradimento dei Cesari, che lasciano inutilmente
imputridire le loro ossa ‘lungo le piste del deserto’ fino a
scatenare la collera delle legioni.
Affermare che l’Oas è stata espressione delle Stay-behind potrà
sembrare agli scettici ad oltranza una tesi suggestiva, un’ipotesi
di lavoro destinata a naufragare in un mare di ‘se’ e di ‘forse’, di
supposizioni senza riscontri. E, invece, le prove esistono.
Gli organismi di sicurezza francesi fecero il meno possibile per
neutralizzare gli uomini dell’Oas e paralizzare la loro azione. La
evidente riluttanza dei servizi segreti e delle forze di polizia a
perseguire i ‘terroristi’ dell’ ‘organizzazione dell’esercito
segreto’, spinse De Gaulle a creare un corpo di polizia parallelo
che potesse proteggerlo dagli attentati di cui era oggetto, e
potesse in qualche modo contrastare gli impuniti ribelli.
La fuga di Marc Robin, una delle figure di maggior spicco dell’Oas,
il 2 maggio 1964 dall’ospedale civile di La Rochelle, è uno degli
episodi che meglio evidenziano gli appoggi ad altissimo livello di
cui godevano gli uomini dell’Oas. Benché fosse condannato a
vent’anni di reclusione dal Tribunale militare e all’ergastolo dalla
Corte di sicurezza della repubblica, Marc Robin, detenuto dal marzo
1962, viene trasferito da un penitenziario di massima sicurezza ad
un ospedale civile da dove evase tranquillamente, sottoposto com’era
alla sorveglianza di un solo poliziotto. Lo scandalo che ne seguì
indusse il governo a scaricare ogni responsabilità sul prefetto di
La Rochelle, Claude Massol, sacrificato –scrive Giuseppe Bonazzi-
per non ammettere mancanze ed errori fra i più stretti collaboratori
di De Gaulle e soprattutto per non alimentare il sospetto di
complicità con l’Oas in seno al personale ministeriale della V
repubblica” (G.Bonazzi, Colpa e potere, Il Mulino Bologna 1983,
p.131).
Un sospetto più che legittimo perché altre figure di spicco dell’Oas,
prima di Robin, si erano sottratte alla detenzione con fughe tanto
tempestive, se non impossibili, se non fossero state favorite da
uomini piazzati ai vertici dello Stato francese. Ma qualcosa di
singolare si verificò anche al di fuori dello Stato francese, in
quei Paesi europei che per opportunità, prassi consolidata,
solidarietà con il governo francese, amico ed alleato, avrebbero
dovuto collaborare senza riserve con le autorità francesi nella
ricerca e nella cattura degli uomi dell’Oas, sparsi in mezza Europa,
e non lo fecero.
George Watin, che aveva attentato nel 1962 alla vita di De Gaulle
(la sua azione ispirò il romanzo ‘Lo sciacallo’), venne
successivamente arrestato nella Repubblica elvetica, “ma le autorità
svizzere rifiutarono l’estradizione e preferirono espellerlo. Watin
si trasferì in Spagna, ed infine in Sudamerica, dove si stabilì in
Paraguay nel 1965” (E’ morto Watin, lo ‘sciacallo’. Attentò alla
vita di De Gaulle, Repubblica 21 febbraio 1994).
Yves Guerin Serac, invece, a dispetto della condanna a morte
riportata si stabilisce in Portogallo, dove continua a svolgere in
maniera proficua la sua attività di ‘difensore della civiltà
cristiana’ e degli interessi della Nato, praticamente alla luce del
sole, intrattenendo rapporti con gli esponenti dei servizi segreti
occidentali senza che le autorità francesi nulla possano o vogliano
fare per perseguirlo.
Si dirà che la Svizzera neutrale e il Portogallo fascista poco o
nulla contano per dimostrare gli appoggi e le coperture, garantiti
sul piano internazionale, ai ‘terroristi’ dell’Oas. Vediamo, allora,
cos’è accaduto in Italia, paese amico della Francia, partecipe
all’Alleanza atlantica, vincolato da precisi accordi bilaterali con
il governo francese in tema di lotta contro l’eversione.
Sul punto, lasciamo la parola a Giuseppe De Lutiis, storico
ufficiale del Pci-Pds che scrive, testualmente: “Una pagina che
invece fa onore all’Ufficio affari riservati di quegli anni è
l’azione di contenimento che i suoi funzionari svolsero nei
confronti dell’attività dell’Oas in Italia, che invece era favorita
e protetta dal Sifar. Il Servizio informazioni delle Forze armate,
infatti, dopo aver appoggiato, negli anni precedenti, il Fronte di
liberazione nazionale algerino su ordine di Mattei, alla sua morte
cambiò radicalmente politica, favorendo apertamente l’attività
dell’organizzazione eversiva dei fascisti francesi. L’ Ufficio
affari riservati, che fino al 1962 si era collocato obiettivamente
alla destra del Sifar con l’obiettivo di contrastare l’attività
degli algerini, si trovò improvvisamente –e suo malgrado- a svolgere
una politica antifascista. In realtà, sia prima che dopo, l’Ufficio
affari riservati aveva tutelato gli interessi del governo francese,
ma va obiettivamente riconosciuto che se l’Italia smise, in parte,
di essere terreno di pascolo per i vari Soustelle, Susini, De Massey,
Lacheroy si deve soprattutto all’azione dell’Ufficio affari
riservati” (G.De Lutiis, Storia ecc.cit., p.90).
In questo cumulo di sciocchezze, c’è una sola verità riferita alla
ufficiale inattività del Sifar nei confronti dell’Oas che
nascondeva, come vedremo, una collaborazione con i suoi esponenti
che il servizio militare italiano non poteva rifiutarsi di offrire e
che riceverà la sua giusta ricompensa. In quanto alla meritoria (per
De Lutiis) attività dell’Ufficio affari riservati contro l’Oas, essa
si ridusse all’individuazione dei suoi esponenti in Italia e al loro
successivo accompagnamento alla frontiera da loro prescelta (U.F.D’Amato,
Menu e dossier, Rizzoli Milano 1984).
In pratica, il governo italiano non perseguì mai gli uomini dell’Oas
né per i reati da costoro commessi in territorio francese, né per
quelli compiuti introducendosi con documenti falsi e, spesso,
armati, nel nostro territorio. Se si rapporta il comportamento delle
autorità politiche italiane –e degli altri Paesi europei- alla
gravità dei fatti di cui si erano resi protagonisti gli uomini dell’Oas
in Francia, con azioni che spaziavano dalla strage al tentato
omicidio di un capo di Stato, ad omicidi plurimi, insurrezione
armata etc.etc., si comprende l’autorità della forza sovranazionale
che proteggeva questi ‘soldati’ senza più divisa, insorti contro il
potere legittimo di un Paese che ospitava i comandi della Nato.
Non possiamo indicare con esattezza il giorno in cui De Gaulle venne
a conoscenza della reale natura degli uomini dell’Oas e della loro
dipendenza dalla Nato, del loro essere parte integrante della
struttura Stay-behind. Forse, ma è solo un’ipotesi, fu Jacques
Soustelle a rivelarglielo dopo il suo riavvicinamento al generale De
Gaulle che per lui era sempre stato un mito. E’ certo che fu
Soustelle a sventare un attentato contro il capo dello Stato
francese, nel 1965, quando “in occasione di un viaggio in Vandea del
generale, che comprendeva una sosta di raccoglimento sulla tomba di
Clemenceau, una bomba telecomandata avrebbe dovuto ucciderlo” (C.
Bosco, De Gaulle: l’attentato segreto, La Stampa 12 dicembre 1992).
Soustelle informò i servizi di sicurezza del Presidente e gli salvò
la vita: dopo è presumibile che gli abbia rivelato pure il resto.
Quale che sia la verità su questo punto, è certo comunque che nel
1966 De Gaulle cacciò i comandi Nato dal territorio francese e
ritirò la Francia dall’Alleanza atlantica. La motivazione è
inequivocabile: “L’esistenza di protocollo segreti della Nato che
affidavano ai servizi segreti dei Paesi firmatari la prevenzione
dell’avanzata comunista –scrive Philip Willan- emerse fin dal 1966,
quando il presidente De Gaulle decise di ritirare la Francia dal
sistema militare integrato della Nato, denunciando quei protocolli
come una palese violazione della sovranità nazionale” (P.Willan, I
burattinai cit., p. 33-34).
Nessun dubbio, quindi: la scoperta che la struttura segreta della
Nato, in ottemperanza alle direttive del piano ‘Demagnetize’ aveva
agito contro la sua politica e la sua persona per impedire che
concedesse l’indipendenza all’Algeria, indusse il generale De Gaulle
ad espellere i comandi Nato dai territori di una nazione di cui
avevano violato la sovranità, in cui avevano sparso il terrore e la
morte, tentando anche di assassinarne il capo e il simbolo.
Ma la partita rimase aperta. Ancora due anni e l’ ‘esercito segreto’
avrebbe umiliato e sconfitto l’orgoglioso generale e, insieme a lui,
la Francia abbandonati da un’Europa che da tempo aveva abdicato alla
propria dignità e al proprio onore (…).
L’estate del ’68 vide sfilare per le strade francesi mezzi corazzati
e soldati armati, nell’inutile ostentazione di una forza che il
governo De Gaulle ostentava ma non aveva. E, infine, il crollo e la
disfatta. Charles De Gaulle, capo dello Stato, comandante delle
Forze armate francesi, si deve umiliare a chiedere il sostegno del
suo esercito, recandosi in Germania dove c’è il generale dei
paracadutisti, Massu, ufficiale d’Indocina e d’Algeria.
Il risultato non tardò. Nel settembre del 1968 un’amnistia cancellò
i reati compiuti dagli uomini dell’Oas, in forma radicale, totale e
definitiva. L’avventura sanguinosa dei ‘soldati perduti’ veniva
cancellata dalla storia giudiziaria di Francia. De Gaulle, fatto
oggetto di nove attentati, apponeva la firma ad un progetto che
graziando i suoi mancati assassini, lasciando impunito il loro
tradimento contro lo Stato, segnava la sua sconfitta. Le Stay-behind,
l’ ‘organizzazione’ avevano vinto(…).
Affermare che l’Organization de l’armée secrete altro non fu che il
braccio armato dell’ ‘organizzazione’ Nato non ‘ una forzatura. Una
prova indiscutibile ci viene dagli archivi degli Affari riservati
del ministero degli Interni che abbiamo visto attivarsi solo nel
1962, con molto tatto ed assoluta discrezione, per invitare gli
esponenti dell’Oas a lasciare l’Italia. Risulta che il servizio
segreto civile “dal 1961 aveva deciso di sottoporre Giannettini a
vigilanza speciale, perché risultava in contatto con elementi dell’Oas.
Questa misura –scrive De Lutiis- fu revocata il 21 settembre del
1968, epoca in cui il fenomeno dell’Oas era esaurito…” (G.De Lutiis,
Storia ecc.cit. p.163).
Continuare a credere, ancora oggi, che Guido Giannettini sia stato
assunto dal Sid solo nel 1966, sarebbe negare l’evidenza dei fatti.
Andando a ritroso nel tempo, vediamo infatti Giannettini impegnato
nel convegno dell’istituto A.Pollio nel maggio del 1965, a Roma; lo
troviamo nel 1964 intento a stendere un documento sulla ‘guerra non
ortodossa’ per conto del reparto del Sifar ad essa preposto e,
grazie all’attività di controllo reciproco fatta dai nostri servizi
sul loro operato, sappiamo che collaborò con l’Oas –ufficialmente
nata l’8 febbraio del 1961- praticamente fin dal suo sorgere.
Di rilievo è il fatto che gli spioni dell’AA.RR. confermano come,
benché l’attività dell’Oas si fosse ufficialmente esaurita da
diversi anni, la sua esistenza viene considerata conclusa solo dopo
che De Gaulle ha concesso l’amnistia ai suoi capi ed ai suoi
militanti. Erano stati i servizi segreti francesi, nel 1959, “a
convincere gli alleati del Cpc (Comitato di coordinamento e
pianificazione) di estendere al Sifar l’accesso al comitato stesso”
(G.Serravalle, Gladio cit., p.80) e nel 1964 il servizio segreto
militare “entrò a far parte del Cca (Comitato clandestino alleato)”
(sentenza Casson in Servizi segreti cit., p.71). Un coinvolgimento
premiale in quelle che sono le attività segrete della Nato in un
periodo cruciale per la storia europea, nella quale spicca
l’attivismo e la spregiudicatezza degli uomini delle Stay-behind
francesi e italiane.
Non deve stupire il ruolo ricoperto dalla Francia nella battaglia
anticomunista e la sua influenza, non pubblica né ufficiale, sulle
vicende segrete dell’Italia. E’ sufficiente ricordare qui come essa
assunse funzioni di guida e di esempio per questo Paese sin
dall’autunno del 1943, quando la nascita di Salò ripropose da noi le
condizioni ed i problemi che la Francia aveva con Vichy. Decisiva
fu, poi, la sua influenza nell’immediato dopoguerra quando entrambe
le nazioni dovettero riassorbire, in modo il meno possibile
traumatico, le conseguenze della spaccatura che gli eventi della
seconda guerra mondiale avevano determinato al loro interno.
Presente nella nascita di una destra neofascista che ebbe la
funzione di fare da cerniera tra la massa dei reduci repubblicani ed
il nuovo regime politico, la Francia rimase legata indissolubilmente
all’Italia dall’esigenza di far fronte al comune problema
rappresentato dalla presenza dei più forti partiti comunisti sul
territorio di entrambi i Paesi. E’ degno di approfondita riflessione
–e di amara considerazione- che l’interdipendenza, colorata di
sudditanza da parte nostra, tra Francia e Italia non sia emersa né
sul piano storico né su quello giudiziario dove le inchieste sul
terrorismo e sulla massoneria avrebbero dovuto farle rilevare da
tempo.
Sul ruolo che la massoneria francese ha avuto sulle nostre vicende ,
è sufficiente richiamare qui quanto dichiarato dal Gran maestro
Giuliano Di Bernardo: “A chi si rifanno –gli ha chiesto nel corso di
un’intervista il giornalista- i suoi avversari del Grande oriente?”.
“Sono collegati al Grande oriente di Francia, cioè ad una
fratellanza che teorizza addirittura l’impegno politico ed il peso
del potere –è la risposta- e degli affari”. “Ma secondo lei –insiste
l’intervistatore- perché il Grande oriente di Francia è così
nefasto?”. “Perché rappresenta –risponde Di Bernardo- una tradizione
ispirata all’ateismo, perché come ho detto l’impegno politico non
solo non è bandito ma è determinante, e perché contare sempre di più
nella vita economica rappresenta una benemerenza” (A. Marcenaro, Io,
Di Bernardo dico a Cordova di tirarsi avanti, Il Giorno 11 luglio
1993). E’ il ritratto di un mondo massonico che è sempre riuscito a
restare sommerso, ma che evoca scontri durissimi e trame poco pulite
come le strategie di potere che queste forze hanno utilizzato per i
loro fini.
Del resto, come abbiamo visto, l’ ‘organizzazione’ si è sempre mossa
a suo perfetto agio in acque massoniche. Forse, appartenente a
qualche ‘obbedienza’ d’oltralpe era anche Yves Guerin Serac,
pseudonimo dell’ufficiale francese che tanta parte ha avuto nella
storia più tragica del nostro Paese. Da ufficiale del
controspionaggio francese a comandante di un reggimento di
paracadutisti ad Orano, un passato militare di prim’ordine che lo ha
visto uscire da saint Cyr per recarsi in Germania con le truppe di
occupazione francesi, poi in Corea, quindi in Algeria, per approdare
nell’ ‘organizzazione’, Guerin Serac ha modo di stabilire contatti
con i collaboratori dei servizi segreti militari italiani e con i
loro agenti. Quando ancora la contrapposizione tra l’Oas e De Gaulle
è ancora viva, l’ex ufficiale dei ‘commandos’ apre in Portogallo
un’agenzia di stampa che gli serve da copertura, noncurante della
condanna a morte che gli pesa sul capo perché nessuno verrà mai ad
infastidirlo. Anzi, la fama di ribelle rafforza la sua immagine
ufficiale di anticomunista perseguitato dal regime francese, e
facilita la sua opera di penetrazione nei vari ambienti nei quali si
muove.
Coloro che stringono con lui accordi di cooperazione e da lui
ricevono materiale per la preparazione dei militanti dei loro
gruppi, come Rauti e Delle Chiaie, sanno bene chi è e dove si
colloca, per chi lavora e in nome di quale ‘entità’ agisca: lui,
Guerin Serac, come Guido Giannettini e tanti altri. Quando
inizieranno le indagini sui fatti del 12 dicembre 1969, il silenzio
dei neofascisti può essere equiparato a quello del Sid e dell’AA.RR.
Proteggono se stessi e, tutti insieme, l’ ‘organizzazione’ alla
quale alcuni appartengono, per la quale altri hanno lavorato in modo
cosciente e consapevole.
Dopo che il 25 aprile 1974, la ‘rivoluzione dei garofani’ pose fine
all’attività di Serac in Portogallo e la storia dell’Aginter press
finì su tutti i giornali, il Sid farà qualche timida ammissione sul
conto dell’ufficiale francese. “…Nel 1976, l’ammiraglio Casardi
consegnerà ai magistrati un documento interno dell’aprile del 1970
nel quale si spiega, con riferimento all’appunto del 1969, come sia
Guerin Serac che Leroy non sono anarchici ma appartengono a
un’organizzazione anticomunista. Si suggerisce di tacere questa
notizia alla P.S. e ai carabinieri” (G.Boatti, Piazza Fontana cit.,
p.233).
E quale organizzazione era così potente da indurre gli apparati di
sicurezza italiani a proteggerne due aderenti, mandando perfino
sotto processo i propri ufficiali pur di difenderne identità e
ruolo? Non certo un'organizzazione della ‘destra eversiva’ ma solo
una, quella di sempre, l’unica che coloro che ne fanno parte
chiamano semplicemente l’ ‘organizzazione’, senza altri aggettivi.
Esiste, in Francia, una rete estesa su tutto il territorio
nazionale, composta da uomini di ogni ceto sociale e categoria
professionale (poliziotti, medici, militari, albergatori, taxisti,
insegnanti, giornalisti ecc.ecc.) che consentiva, ad esempio, a chi
ne avesse avuto necessità, di soggiornare in terra di Francia senza
documenti, senza soldi, senza niente, perché nessuno gli avrebbe mai
chiesto alcunché in cambio dell’alloggio, del vitto, del taxi,
dell’assistenza che gli avrebbe fornito. Una rete adeguata per quei
compiti di ‘esfiltrazione’ che sono tipici delle Stay-behind, e che
servono a far scomparire nel nulla persone che è meglio sottrarre
all’attenzione di altri apparati dello Stato, come la magistratura.
Ma, ovviamente, potevano servire per molte altre incombenze, sempre
riservatamente svolte.
Me l’avevano descritta, inizialmente, come un’organizzazione di ex
pieds-noir ed ex Oas, rimasti uniti, legati dal filo della nostalgia
alla perduta terra d’Algeria, limitata al sud della Francia e
diretta da un uomo che aveva ricoperto un ruolo di primo piano nella
storia dell’ Organization de l’armée secrete: Jacques Susini,
avvocato a Parigi, perfettamente integrato nella Francia
post-gaullista. Ma, poi, si verificò la comica disavventura di
Sandro Saccucci, nell’estate del 1976, e la realtà
sull’organizzazione del Susini si palesò per quella dell’
’organizzazione’, così com’era definita, senza aggettivi, allo
stesso modo che in Italia. Dopo i fatti di Sezze, località dove il
deputato missino si era recato insieme al maresciallo Francesco
Troccia, in forza all’ufficio ‘R’ del Sid (G.De Lutiis, Storia
ecc.cit., p.208 in nota), Saccucci scappò dall’Italia con in tasca
un biglietto dov’era annotato il numero riservato di Umberto
Federico d’Amato, allora capo della polizia di frontiera, e un
passaporto falso.
Non era un buon passaporto, quello che qualcuno aveva rifilato a
Saccucci, forse per malizia, forse perché ignaro, dato che
corrispondeva a quello di un pluripregiudicato ricercato per rapina
ed altro in Francia. Così, quando Saccucci accompagnato da un
ambiguo militante di Avanguardia nazionale, Mario Ricci, che era
andato a prenderlo a Parigi, giunse alla frontiera nord dove i
controlli di polizia, a causa del terrorismo basco, erano accurati,
venne arrestato e portato, con l’ausilio di qualche calcione, al
commissariato di Bayonne. Mario Ricci che, prudentissimo per natura,
si era allontanato dal Saccucci al momento del controllo dei
documenti, infilandosi in un diverso scompartimento, proseguì per
Madrid e diede l’allarme.
Delle Chiaie si mosse in due direzioni: telefonò a susini, da un
lato, e a Sixto di Borbone Parma, dall’altro. Quest’ultimo telefonò
al prefetto di Parigi richiedendo un colloquio urgente che gli venne
subito concesso, disponendo il prefetto che una macchina si recasse
a prelevare il principe al suo domicilio. L’altro, Susini, si mosse
per suo conto, con più tempestività ed efficienza. Il risultato fu
che Saccucci venne rilasciato su disposizioni di autorità superiori
della polizia francese, sollecitate da Susini. Da Bayonne, il
terrorizzato missino fu accompagnato alla frontiera spagnola dove
venne prelevato dagli uomini dei servizi speciali spagnoli, sempre
allertati da Delle Chiaie, e accompagnato a Madrid. Lo ‘Stato
parallelo’ e quello ufficiale si erano mossi in sintonia, in
soccorso di Sandro Saccucci.
Ancora l’ ‘organizzazione’, versione francese, provvide ad inviare
alcune centinaia di uomini, a scaglioni di un centinaio ciascuno,
nella Beirut del 1975, allo scoppio della guerra civile, in aiuto ai
cristiani maroniti. Civili fisicamente allenati, ben addestrati
all’uso delle armi, che rafforzarono con la loro presenza le
inesperte milizie cristiane in via di formazione, partecipando ai
combattimenti e insegnando loro la difficile arte del combattimento
nelle aree urbane. Anni fecondi per le attività segrete ed
inconfessabili dell’ ‘organizzazione’ che anche in Francia aveva
sempre contato su referenti politici ad altissimo livello, come
Giscard d’Estaing, indicato come molto vicino all’Oas, assurto alla
carica di Presidente della repubblica francese.
L’ultima prova dell’appartenenza di Guerin Serac alle Stay-behind mi
è giunta, inaspettata, un anno e mezzo fa. Parlando con Guido
Salvini dell’operazione organizzata, alla metà degli anni Settanta,
da Serac e dai suoi colleghi con la complicità di ex appartenenti al
Fln contro il governo algerino, con la attuazione di un piano
destabilizzante che prevedeva attentati dinamitardi sia contro sedi
diplomatiche algerine all’estero che all’interno del Paese, feci
riferimento ad un’operazione da me organizzata, su richiesta di
Ralph, nell’ambito di questa offensiva anti-algerina. Indicai negli
attentati dimostrativi di Roma (una bomba carta) e di Francoforte in
Germania, oltre ad uno a Parigi che poi non venne fatto dagli
italiani, quelli da me organizzati.
Si diede il caso che a Francoforte si erano recati due
avanguardisti, uno dei quali il timorosissimo (per la propria
incolumità) Mario Ricci. Non abituato ad agire previa copertura
degli organismi di sicurezza, il Ricci ed il suo degno compare si
limitarono a deporre l’ordigno nei pressi dell’ambasciata algerina e
fuggirono a gambe levate. Dura fu la reazione di Guerin Serac che
giudicò un atto di vigliaccheria il comportamento dei due
avanguardisti, ma a distanza di anni la mancata esplosione
dell’ordigno si è rivelata una circostanza utile per chi cerca la
verità.
La scrupolosa polizia tedesca, difatti, rinvenuta la bomba preparata
a regola d’arte da professionisti, ha conservato tutto il necessario
per poterne determinare il tipo di esplosivo con il quale era stata
confezionata: C-4. Il famigerato C-4, l’esplosivo di Gladio che non
era in circolazione in nessuna parte d’Europa e nemmeno in dotazione
delle forze Nato e ai reparti militari nazionali, ma prerogativa
assoluta, in Italia come in Francia, delle Stay-behind.
Una prova in più che ‘Ralph’, l’ufficiale ‘ribelle’ dell’Oas era un
uomo dell’ ‘organizzazione’, come coloro che avevano confezionato
l’ordigno, come Susini, come coloro che meritano fino in fondo
quella qualifica, sprezzante, di ‘soldati perduti’ che deve essere
riattualizzata oggi per essere estesa a quanti hanno prostituito, in
terra d’Europa, la loro divisa e il loro onore al nemico più
temibile e spietato che mai, nella nostra storia millenaria, ci ha
combattuti.
Gladio come l’ ‘organizzazione’, quindi. Una conferma ulteriore ci
viene da Gerardo Serravalle che cita i servizi segreti francesi,
evidentemente rientrati o mai usciti (più verosimilmente) dalle
strutture clandestine della Nato, nonostante la volontà di De
Gaulle. Che racconta, stavolta, l’ex capo di Gladio? Che i francesi
avevano informato gli spagnoli dell’esistenza della rete clandestina
“in violazione di tutte le norme di segretezza, giurate e
sottoscritte” (G.Serravalle, Gladio cit., p. 81).
Al di là delle loro beghe interne, interessa qui rilevare come
creare una struttura antinvasione (sovietica) in Spagna, nei primi
anni Settanta, non avrebbe avuto logica, né politica né militare,
non profilandosi alcun pericolo del genere neppure in via ipotetica.
Concreto, viceversa, era il pericolo che alla morte del generale De
Gaulle la sinistra comunista potesse riportare un successo tale da
creare una situazione di instabilità interna ed internazionale. La
fine del franchismo, con il ritorno alle competizioni elettorali,
nelle quali era presente il Pce di Santiago Carrillo, determinava
anche per la Spagna quello stato di allarme che esisteva in Italia e
in Francia. Una Gladio spagnola sembrò, quindi, la contromisura più
adeguata. E per chi non avesse compreso che in Spagna, come in
Italia, Gladio dovesse sventare una minaccia interna della ‘quinta
colonna’ comunista, Serravalle ammette che “la concezione spagnola
delle Stay-behind degli anni ’70 ricorda quella dell’ammiraglio
Henke” (ivi, p.83-84).
L’ ‘organizzazione’ come Nato, dunque. A dirlo sulla base di qualche
documento che noi non abbiamo potuto leggere è Felice Casson. Mentre
era impegnato a dimostrare che Gladio non dipendeva dalla Nato, che
era solo un covo di eversori dipendenti dai servizi segreti
‘deviati’, il nostro astutissimo e blindatissimo (dal Sisde ma con i
soldi nostri) Casson giungeva alla conclusione che: “…Andando a
rileggere la convenzione di Ottawa del 20 novembre del 1959,
all’art.1, quando si vuol definire l’ ‘organizzazione’ in questione,
si parla di North atlantic treaty organizarion, che altro non è che
la Nato: quindi –conclude il blindato Casson- quando si parla di
‘organizzazione’ si intende far riferimento alla Nato, con tutto ciò
che ne consegue” (sentenza Casson cit., p.75).
Esattamente ciò che diciamo noi; l’ ‘organizzazione’ di Susini, in
Francia, quella che esprime ‘deferenza’ ad Andreotti, in Italia,
quella camuffata da Aginter press, in Portogallo, e da Rosa dei
venti, in Italia, quella che sparge terrore sotto la sigla Oas, in
Francia, e che predica la ‘distruzione del sistema’ come Ordine
nuovo, in Italia, quella di cui parlano Spiazzi, Cavallaro, Miceli,
Rossetti, Lex, Lunetta, Bonasi etc.etc. in Italia, in Francia, in
Europa è l’organizzazione Nato, l’unica, la sola che non necessita
di aggettivi perché è l’ ‘Organizzazione’ per antonomasia.
Quante e quali considerazioni si dovrebbero fare per concludere
questo breve documento su quanto abbiamo scritto, udito e vissuto.
Ci limitiamo ad una, che riguarda coloro che a destra come a
sinistra si sono illusi che servendo la politica degli Stati uniti e
collaborando con la sua organizzazione, ora per destabilizzare ora
per depistare, sarebbero stati infine premiati con l’ascesa al
governatorato della nazione umiliata. Si sono sbagliati. Gli
ingannatori sono stati, a loro volta, ingannati. Lo specchio che
rifletteva l’insidia della doppia realtà ne occultava una terza
perché nessuno può e deve vincere, a destra come a sinistra o al
centro, al di fuori dell’ ‘organizzazione’ e del potere atlantico.
Così è stato. E così continuerà ad essere, fino a quando non verrà
smascherato quello Stato invisibile che si occulta dietro la linea
che separa la realtà che appare da quella che non appare ma è.
Opera, 1994
LA CONCLUSIONE
Il documento che precede queste pagine è stato redatto nel carcere
di Opera (Milano) nei primi mesi del 1994, a mano per il rifiuto dei
carcerieri di consegnarmi la macchina da scrivere di mia proprietà
in spregio al proprio regolamento interno.
Negli anni successivi è stato pubblicato sul sito della Fondazione
"Luigi Cipriani".
A distanza di quasi quattordici anni conserva intatta la sua
attualità, anzi possiamo segnalare come quanto da noi scritto sul
conto dell'OAS, come parte integrante dell'organizzazione atlantica
ha trovato puntuale conferma nelle pagine del libro scritto da uno
storico svizzero, pubblicato in Italia nel 2005, "Gli eserciti
segreti della Nato. Operazione Gladio e terrorismo in Europa
occidentale" di Daniele Ganser.
A parte la citazione di chi scrive come "gladiatore", opinione che
Ganser si forma leggendo i resoconti giornalistici ed ascoltando le
"voci" diffuse ad arte dallo sciacallo togato ( oggi senatore)
Felice Casson che mai, ovviamente, ha osato sottoscrivere questa
accusa in un documento giudiziario per l'impossibilità di provarla
per assoluta mancanza di indizi, logica e verità, rimane il fatto
che si deve ad un ricercatore straniero la prima conferma a quanto
da me asserito da oltre venti anni sul conto dei mercenari francesi
al servizio della Nato.
Non ripeteremo quello che abbiamo scritto nelle pagine precedenti,
ci limitiamo a far presente che la Nato, insieme ai servizi segreti
americani ed israeliani, nella primavera del 1968 riuscì a compiere
un colpo di Stato che comportò la fine della politica del generale
Charles De Gaulle e, con essa, il ritorno della Francia nello
schieramento difensivo atlantico e la cessazione dell'ostilità nei
confronti di Israele.
Un "colpo di Stato" eseguito su due direttrici: esasperando la
protesta studentesca trasformandola in una vera e propria
insurrezione, da un lato, e negando al generale Charles De Gaulle il
sostegno delle forze armate nel caso che si debba reprimerla, ovvero
subordinandolo a precise condizioni, fra le quali l'amnistia agli
uomini dell'OAS.
Non è difficile trasformare in rivolta una protesta giovanile. Basta
inserire tra i dimostranti poche decine di persone capaci di agire
sul terreno, in grado di provocare la reazione delle forze di
polizia per scatenare la violenza giovanile.
Per coloro che conoscono la psicologia della folla, non è difficile
eccitarne la latente violenza fino a farla esplodere. Non serve un
particolare addestramento: alcuni iniziano a lanciare degli slogans
e tutti gli altri li seguono; alcuni iniziano a lanciare pietre
contro i cordoni della polizia e tutti li imitano. La reazione delle
forze di polizia fa il resto.
La tecnica è semplice, come si vede. Servono, ovviamente, gli
uomini, gli agitatori da piazzare in mezzo alla folla per eccitarne
gli animi e fomentare la violenza fino a provocare la risposta delle
forze di polizia.
La possibilità, nel 1968, di aizzare gli studenti nelle piazze non
manca. Gli atenei in Europa sono in fermento da almeno un paio di
anni, le manifestazioni si susseguono senza mai degenerare in vere e
proprie battaglie contro la polizia.
Per i provocatori della Nato non è difficile inserirsi in qualche
manifestazione e farla degenerare. Basta individuare il luogo più
idoneo. In Francia l'università di Nanterre è nell'occhio del
ciclone. Il 26 gennaio 1968, gli studenti hanno contestato il
rettore dell'ateneo, Grappin, tacciandolo di "nazista". Le
manifestazioni contro la guerra nel Vietnam si ripetono anche a
Parigi, con la partecipazione di migliaia di giovani, all'università
di Nantes, il 15 febbraio 1968, si verificano violenti scontri tra
studenti e polizia.
C'è solo l'imbarazzo della scelta.
Ma il '68 e l'altrettanto mitico "maggio francese" non inizia in
Francia, bensì in Italia.
Dal 30 gennaio al 1° febbraio 1968, Yves Guerin Serac è a Roma dove
incontra Pino Rauti ed altri esponenti della destra cosiddetta
"estrema" italiana.
Il 1° marzo 1968, a Roma, circa 4mila giovani cercano di rioccupare
la facoltà di Architettura, a Valle Giulia. La polizia, presente in
forze, carica gli studenti che reagiscono con una violenza ed una
tecnica di guerriglia urbana mai sperimentate in precedenza.
La "battaglia di Valle Giulia" vedrà alla fine un bilancio di 148
agenti di polizia feriti, 47 dimostranti feriti, solo 4 arresti e
228 denunciati a piede libero fra gli studenti.
La sinistra trasforma la "battaglia di Valle Giulia" in una
leggenda.
Il quotidiano comunista "Paese sera" intitola l'articolo sugli
incidenti: "Disarmati hanno resistito ai manganelli... e alle armi.
Il giovane coraggio degli studenti umilia la brutalità della
polizia".
Ma non è vero. Per la prima ed unica volta nella storia delle
dimostrazioni di piazza la polizia è disarmata, a Valle Giulia. Gli
agenti hanno le pistole nella fondina, priva di caricatori. Solo gli
ufficiali ed i sottufficiali sono armati.
Nessuno rileva questa anomalia. Ma, quel che è peggio se non
addirittura incredibile è che , a sinistra , nessuno nota che fra
gli studenti ci sono gli uomini di "Avanguardia Nazionale", "Ordine
nuovo" e Movimento sociale, molti dei quali studenti non sono.
Sono loro a trasformare Valle Giulia, in una "battaglia" contro la
polizia.
Gli agit-prop della destra estrema, che anelano a ristabilire
l'ordine nel paese, che stanno a fianco delle forze di polizia e dei
"corpi sani" dell'esercito ( primo quello dei carabinieri , manco a
dirlo), si espongono pubblicamente in violentissimi scontri con i
loro "fratelli in divisa"?
Nessuno ci fa caso. Per Delle Chiaie ed i suoi uomini non ci saranno
conseguenze di nessun genere, tantomeno penali. L'Ufficio politico
di Roma che pure ha le loro foto in mezzo ai manifestanti, nulla ha
da eccepire sulla loro presenza e sul loro ruolo di lanciatori di
pietre e di molotov contro i colleghi della Pubblica sicurezza.
Sarebbe scandaloso, se non fosse che i vertici del ministero degli
Interni sono perfettamente al corrente di quello che gli uomini di
Junio Valerio Borghese, Pino Rauti e Giorgio Almirante stanno
facendo. Tanto consapevoli da mandare i propri poliziotti allo
sbaraglio disarmati , per la prima ed unica volta , per evitare che
qualche poliziotto perda la testa e spari uccidendo qualche
"collega" di Avanguardia nazionale o di Ordine nuovo.
L'ottusità della sinistra impegnata a cavalcare la protesta
studentesca fa il resto.
Inebriati dalla felicità con la quale hanno trasformato un'azione di
sovversione dello Stato in una rivolta studentesca contro lo Stato,
i "persuasori occulti" dell'Alleanza atlantica possono ora dedicarsi
alla Francia, a chiudere i conti con l'anti-israeliano ed
anti-americano Charles De Gaulle.
Certi, ormai, della cecità della sinistra, in particolare di quella
dei Partiti comunisti italiano e francese, l'"organizzazione" ripete
l'operazione "Valle Giulia" in terra francese, a Nanterre.
Il 22 marzo 1968, l'Università di Nanterre è teatro di violentissimi
scontri fra studenti e poliziotti. Sarà lo stesso Yves Guerin Serac
a vantarsi con chi scrive, a Madrid, che a Nanterre agirono i suoi
uomini.
E alla data del 22 marzo sarà intitolato il circolo "anarchico"
composto da confidenti di questura e "sovversivi di Stato"
costituito a Roma dagli uomini di Junio Valerio Borghese , Stefano
Delle Chiaie, Mario Merlino, Pietro Valpreda ecc.
Ma questa è un'altra storia, o meglio il suo prosieguo fino al
tragico epilogo di piazza Fontana, a Milano, il 12 dicembre 1969.
Tornando al "maggio francese", rileviamo come l'unico risultato
concreto e visibile ( ma da tutti ad oggi ignorato) fu la grazia e
la amnistia che il generale Charles De Gaulle concesse agli uomini
dell'OAS, nel breve volgere di pochi giorni e di qualche mese,
mentre i risultati politici si vedranno nell'arco di poco più di un
anno.
Nel mese di settembre del 1968, in Francia, si conclude il capitolo
sanguinoso dell'"organizzazione dell'esercito segreto". Forse , non
per una mera coincidenza, il 13 settembre dello stesso anno , a
Roma, Junio Valerio Borghese fonda il "Fronte nazionale",
l'organizzazione che dovrà gestire il "colpo di Stato" in Italia,
sul piano prettamente operativo.
La differenza è che, in Francia, gli uomini
dell'"organizzazione"Nato dovevano abbattere Charles De Gaulle e
riportare la Francia nell'ambito dell'alleanza atlantica, mentre in
Italia l'obiettivo è mantenere il paese nel medesimo ambito e
sbarazzarsi del Partito comunista italiano creando un esecutivo
forte con a capo un De Gaulle italiano.
La via è spianata: disordine pubblico, manifestazioni violente,
attentati ed infine, qualche strage a Milano e a Roma, in luoghi
simbolo dell'odio "anarchico": le banche e l'Altare della Patria.
Del "Fronte nazionale" e del suo capo, Junio Valerio Borghese,
imputato fantasma, mai da nessuno evocato, nel processo per la
strage di Piazza Fontana, torneremo a parlare.
Ora che sul "maggio" francese si comincia a convenire che fu il
risultato di un'operazione politico- militare diretta dalla Nato per
spodestare un governo non più allineato agli ordini degli Stati
Uniti d'America, è il caso di rivedere la storia del '68 italiano
che, ancora oggi, è pascolo di sfruttatori e profittatori.
Sono passati quarant'anni da un anno che fu cruciale per la storia
italiana ed europea, non perchè i Capanna, gli Scalzone , i Sofri su
questi eventi hanno creato le loro personali leggende, ma per tutto
ciò che ne è seguito, in gran parte occultato sotto i polveroni
mediatici e nascosto negli archivi inviolati delle forze di
sicurezza italiane e atlantiche .
Il '68 come principio di una tragedia che ancora si vuole negare sul
piano delle responsabilità dello Stato e dei suoi uomini, per
perpetuare verità che sono menzogne , costruite nel tempo da
giornalisti, magistrati, politici, storici, protagonisti e
comprimari.
Ci sono voluti tanti anni perchè qualcuno iniziasse a convenire che
la sovversiva OAS, la terroristica organizzazione dell'esercito
segreto fosse, in realtà, un'organizzazione della Nato sostenuta
dagli Stati Uniti e da Israele .
Ce ne vorranno magari un numero superiore per trovare qualcuno che
abbia il coraggio di riscrivere ex novo la storia d'Italia e del
'68, senza attendere che questa classe dirigente venga spazzata via
dal destino comune a tutti gli uomini di dover un giorno morire ,
perchè , per fortuna dell'Italia, non è immortale anche se
dannatamente longeva come i Napolitano, i Cossiga, gli Scalfaro e
gli Andreotti dimostrano.
Ma non attenderemo passivamente che i "padri" ed i "figli" del '68
scompaiono.
Continueremo in una battaglia che è ormai quasi trentennale per
affermare verità troppo scomode per essere accettate , condivise e
divulgate.
E altri continueranno dopo di noi, fino a quando in questo Paese
sarà ristabilita la verità e con essa la giustizia che questo popolo
invano attende e chiede senza ottenere risposta.
E' una promessa antica ormai, che manteniamo da quasi un trentennio
e che continueremo a mantenere , contro tutti e nonostante tutto.
Vincenzo Vinciguerra Opera, 24 novembre 2007