L'AUTO-GOLPE
E' passato poco più di un mese dal fallimento del colpo di stato
istituzionale del 12-15 dicembre 1969, che il principe Junio Valerio
Borghese leader del"Fronte nazionale", iscritto al Movimento sociale
italiano, indicato dalla stampa di sinistra e da quella cosiddetta
"indipendente" come il "principe nero" , per sottolinearne
l'adesione all'ideologia fascista ,viene ricevuto senza clamori né
comunicati stampa dall'ambasciatore americano in Italia, Graham
Martin, il 26 gennaio 1970.
Non si conosce il contenuto del colloquio intercorso fra il capo di
un'organizzazione nata per riunire quanti temono l'avanzata del
partito comunista italiano attorno al progetto di uno Stato forte da
rifondare con un colpo di Stato istituzionale, a prescindere dalle
loro idee politiche, dai socialisti nenniani ai missini di
Almirante, dai socialdemocratici di Saragat agli "ordinovisti" di
Rauti, e l'ambasciatore americano in Italia.
Non hanno parlato - questo è certo - della restaurazione del
fascismo in Italia, forse, più prosaicamente e realisticamente, dei
finanziamenti che gli Stati uniti hanno fornito al principe Borghese
perché portasse a compimento l'operazione del dicembre 1969.
Non sono bastati i soldi americani e quelli versati dagli
industriali italiani, come non è stato sufficiente il sangue versato
all'interno della Banca dell'Agricoltura di Milano il 12 dicembre
1969, per riuscire nell'intento frustrato dalla decisione del
presidente del Consiglio Mariano Rumor di vietare tutte le
manifestazioni sul territorio nazionale, compresa quella organizzata
dal Movimento sociale di Giorgio Almirante per il 14 dicembre 1969 .
Ma Borghese era un uomo tenace: quello che non era riuscito con il
sangue di cittadini innocenti, le "infiltrazioni" nei gruppi di
sinistra, la creazione del "pericolo"anarchico minacciosamente
quanto pubblicamente delineato da Pietro Valpreda, componente di un
circolo "anarchico" che in realtà era la sede staccata di un
commissariato di Pubblica sicurezza, si poteva ritentare con altri
mezzi eliminando alla radice il pericolo che si ripetesse il
fallimento per la pavidità di qualche presidente del Consiglio
democristiano e dei suoi amici. Si poteva, cioè, mettere il governo
in carica dinanzi al fatto compiuto, senza più confidare nel fatto
che fosse questo a proclamare lo stato di emergenza.
La "benedizione" di un presidente della Repubblica nei confronti di
un governo di "unità nazionale", formato da personalità eminenti di
chiara fede antifascista, civili e militari, sarebbe stata più che
sufficiente.
Bastava fare un" "golpe" in stile sudamericano o greco o turco:
forze militari e civili che occupano gli obiettivi strategici, primo
la sede della televisione di Stato da dove proclamare ufficialmente
l'avvenuto "colpo di Stato",e subito sarebbero pervenute le adesioni
di singoli e di gruppi, di movimenti e partiti politici
anticomunisti, sul piano interno, nonché il riconoscimento ufficiale
del nuovo governo italiano da parte di Stati esteri informati e
segretamente partecipi al "golpe".
Bisogna, però, ottenere il consenso del padrone americano, perché
anche questo "golpe", che si differenzia da quello del dicembre 1969
per le modalità non per i fini, non deve "liberare" l'Italia dalla
tutela statunitense ma renderla da essa ancora più dipendente fino
al punto di impegnarsi militarmente al suo fianco nella guerra in
corso in Viet-Nam.
Questa volta, però, la diplomazia americana non si fida. Non crede
che un pseudo-golpe contro un governo democristiano, sia pure
contando sulla complicità di tanti democristiani dentro e fuori dal
governo, abbia reali possibilità di successo.
In fondo, si tratterebbe di avallare un'azione contro un partito, la
Democrazia cristiana, che dal dopoguerra è stato il più fidato
alleato americano.
Certo, solo in teoria perché la"seconda Repubblica" sarebbe stata
governata dai democristiani esattamente come la "prima", solo
rinvigoriti dalla presenza di militari e tecnici di prestigio,
giusto il tempo per indire nuove elezioni politiche alle quali non
prenderà più parte il Partito comunista posto fuori legge, come già
lo è nella Germania democristiana dell'Ovest.
Ma per quanti, in Italia ed all'estero, sono ignari delle "secrete
cose", l'impressione derivante dal comportamento del governo degli
Stati uniti avrebbe potuto essere negativa, suscitare più critiche
che consensi, suscitare timori nei governi dei paesi non implicati
nella trama, allarmati dalla "slealtà" americana e,soprattutto,
modificare gli equilibri in Medio Oriente con l'abbandono della
prudente politica dell'"equidistanza" seguita dai governi
democristiani e di centrosinistra fra arabi ed ebrei per schierarsi
decisamente a favore di Israele.
Troppe incognite per dare fiducia a chi ha già fallito una volta.
Così l'ambasciatore americano in Italia, Graham Martin, ed il
Dipartimento di stato esprimono la loro contrarietà al piano
prospettato da Junio Valerio Borghese e dai suoi complici
governativi e non.
Il piano Junio Valerio Borghese lo porterà avanti comunque, perché
evidentemente all'interno del governo americano ci sono forze che
lo sostengono, se non più almeno altrettanto potenti del
Dipartimento di stato.
La ragione dell'articolo, però, non è quella di comprendere le
dinamiche interne agli Stati uniti che hanno, comunque, reso
possibile il tentativo di golpe da parte di Junio Valerio Borghese e
dei suoi alleati, quanto quello di sollevare un problema taciuto da
tutti, dal giorno in cui per intenderci sono stati resi di pubblico
dominio i documenti americani che ci consentono di conoscere, oggi,
alcuni dei retroscena reali di un'impresa che la disinformazione di
Stato e la codardia giudiziaria hanno, dapprima, presentato come una
mera buffonata e, poi, hanno dichiarato inesistente, mandando
assolti perfino i rei confessi.
Il 7 agosto 1970, Margaret Voy Tibbets, responsabile del desk
europeo del Dipartimento di stato, invia al segretario di Stato
William Rogers un'"Action memorandum" relativo ad un possibile colpo
di Stato in Italia.
La comunicazione è, quasi certamente, frutto della nota informativa
inviata al Dipartimento di stato, nella stessa giornata del 7
agosto, dall'ambasciatore americano in Italia, Graham Martin sulle
"voci" di un imminente "colpo di Stato".Graham Martin premette che
"i discorsi sulla necessità di un golpe sono endemici in Italia fin
dal dopoguerra", ma questa volta ad aver parlare con l'addetto
militare americano in Italia, James Clavio, preannunciando un colpo
di Stato per Ferragosto è stato il generale Vito Miceli, mentre la
stessa notizia è stata riferita ad un noto uomo d'affari americano,
sul nome del quale viene conservato il segreto nel documento
desecretato.
Il giorno precedente, in Italia, si è formato un nuovo governo
presieduto da Emilio Colombo, Aldo Moro occupa il dicastero degli
Esteri, Mario Tanassi è alla Difesa, Franco Restivo è ministro degli
Interni.
In concomitanza con la formazione del nuovo governo, quindi, il
generale Vito, comandante del Sios Esercito (diverrà capo del Sid
il 16 ottobre 1970), parla del "golpe" con James Clavio, forse
incoraggiato - e con lui gli altri "congiurati" - dalla presenza del
socialdemocratico al ministero della Difesa.
Il 10 agosto 1970, il segretario di Stato William Rogers invia
all'ambasciatore americano a Roma, Graham Martin, una nota nella
quale afferma: "1) Noi rimaniamo scettici come voi sulla possibilità
di un effettivo colpo di Stato questa settimana.Il vostro rapporto
indica correttamente, tuttavia, che ci sono gruppi in Italia i
quali potrebbero tentare qualche azione irresponsabile dai risultati
potenzialmente disastrosi.2) la vostra analisi nel paragrafo 10
reftel è eccellente ed io concordo con la linea che state tenendo
nei confronti del principe Borghese, come sottolineato nel paragrafo
11.La comunità di intelligence di Washington è stata allertata e
noi vi trasmetteremo ogni ulteriore informazione e/o analisi non
appena disponibile.5) Gradiremmo il vostro parere sulla opportunità
di trasmettere le informazioni riportate al presidente Saragat o al
primo ministro Colombo".
Da questo momento, sappiamo con assoluta certezza, che il governo
americano è a conoscenza delle intenzioni del principe Junio
Valerio Borghese, così come ne è, in Italia, il comandante del Sios
Esercito, generale Vito Miceli.
Ferragosto passa e, come previsto dagli americani, non accade nulla.
Ma il 1° settembre 1970, l'ambasciatore Graham Martin invia
un'ulteriore nota informativa al Dipartimento di stato, sempre
relativa al "colpo di Stato" capeggiato da Junio Valerio Borghese al
quale aveva fatto conoscere la contrarietà dell'amministrazione
americana per la ragione che, in caso di fallimento,avrebbe
provocato un massiccio spostamento di voti a sinistra e, in caso
contrario, 'potrebbe comportare imprevedibili ripercussioni
sull'equilibrio del Mediterraneo', ma gli avvertimenti non fanno
recedere i congiurati.
"Testardo il nostro presunto ministro degli Esteri- continua nella
sua nota l'ambasciatore - , ha incontrato nuovamente il suo
originale contatto. Gli ha illustrato nei dettagli il progetto e gli
ha anche detto di aver ottenuto l'impegno di Spagna, Grecia e
Israele a riconoscere il nuovo governo. La Germania federale ci sta
pensando e molto dipende da cosa faranno gli americani".
Graham Martin conclude:"Ho ordinato all'uomo di affari americano di
rifiutare categoricamente altri contatti diretti".
Affare chiuso, quindi, per il governo americano? No.
Il piano del principe Junio Valerio Borghese, appoggiato da persone
collocate ai vertici politici e militari italiani, viene infine
accettato, forse dopo la visita di Richard Nixon a Roma, il 27
settembre 1970, messa a soqquadro dai militanti di sinistra
Del resto, il generale Vito Miceli, comandante del Sios Esercito non
avrebbe informato del piano di Junio Valerio Borghese l'addetto
militare americano a Roma, James Clavio, se non ne fossero già stati
al corrente i suoi diretti superiori gerarchici, il capo di Stato
maggiore dell'Esercito e quello della Difesa.
La reazione contraria al "golpe" prospettato da Borghese da parte
dell'ambasciatore americano e del segretario di Stato William Rogers
avrebbe dovuto, per logica conseguenza, comportare una comunicazione
ufficiale tramite il ministero degli Esteri, diretto da Aldo Moro,
al presidente del Consiglio Emilio Colombo e al presidente della
Repubblica Giuseppe Saragat, che, a loro volta, avrebbero dovuto
allertare i vertici militari e degli apparati di sicurezza.
Ci fu questa comunicazione? Le ipotesi sono due: se ci fu, ebbe come
unica conseguenza l'assenso dei diretti interessati al'golpe', come
la promozione a capo dei servizi segreti militari del generale Vito
Miceli lascia presumere.
Se non ci fu ben tre governi amici di quello italiano, quelli
americano, tedesco federale ed israeliano hanno complottato contro
il governo italiano per favorirne la caduta con un colpo di Stato
militare, dalla conseguenze imprevedibili e, possibilmente,
sanguinose.
Le conoscenze attuali non consentono di dare una risposta ad un
quesito che conserva ancora la sua attualità visto, ad esempio, che
I'allora presidente del Consiglio Emilio Colombo siede ancora oggi
sui banchi del Senato come senatore a vita, come un altro
protagonista del tempo, sempre chiamato in causa proprio a
proposito del "golpe Borghese", il senatore a vita e colluso con la
mafia Giulio Andreotti, per tacere del solito, informatissimo
Francesco Cossiga, ex presidente della Repubblica ed anch' egli
senatore a vita di diritto.
Un fatto è certo: che gli americani abbiano informato alcuni
esponenti del governo italiano di allora (primo fra tutti Emilio
Colombo) o abbiano lasciato andare avanti i "congiurati", il "golpe"
di Junio Valerio Borghese si presenta come un "auto-golpe" perché di
esso ne erano a conoscenza non solo i governi di paesi amici ed
alleati ma anche i vertici militari, ben rappresentati dal generale
Vito Miceli, e quei politici e tecnici di primo piano che avrebbero
dovuto costituire il nuovo governo e che non identificavano nei
dirigenti del "Fronte nazionale" di cui Junio Valerio Borghese si
faceva beffe nel vederli litigare per ottenere questo o quel
dicastero.
Edgardo Sogno ha resi noti i nomi dei componenti del suo governo,
non l'ha mai fatto Junio Valerio Borghese deceduto per felice
coincidenza a Cadice, mentre era in compagnia di un agente femminile
del Sid, il 27 agosto 1974, giusto in tempo per consentire a Giulio
Andreotti di rifarsi una verginità antifascista affidando al suo
fido Claudio Vitalone, sostituto della procura della Repubblica di
Roma, il compito di portare alla sbarra i congiurati "fascisti"
della notte della Madonna guidati dal principe "nero" Junio Valerio
Borghese.
L'auto-golpe ci fu. Carabinieri, poliziotti, militari, mafiosi
siciliani e calabresi s'impegnarono a riportare legge e ordine in
questo Paese, ma a farlo fallire, secondo Giulio Andreotti, fu
Giorgio Almirante il quale non convinto o, forse, timoroso di
perdere la sua leadership a destra nel futuro assetto politico,
telefonò, nella tarda serata del 7 dicembre 1970 al ministro degli
Interni Franco Restivo per accertarne la partecipazione.
Costui, forse, inconsapevole, forse spaventato dal fatto che un
Almirante fosse a conoscenza dell'auto-golpe, lanciò l'allarme
provocando il fallimento dell'operazione.
Fosse vera l'accusa di Giulio Andreotti, si rafforza, non si
indebolisce la tesi dell1 "auto-golpe", perché quando l'intero
apparato "golpistisco" smobilitò sull'intero territorio nazionale
tutti tacquero.
I ministri del governo che avrebbe dovuto essere destituito e
sostituito con quello dei "congiurati", la "spia" Almirante,
l'informato ministro degli Interni Franco Restivo, il direttore del
Sid Vito Miceli e, via via, fino all'ultimo mafioso.
Un muro di omertà che, singolarmente, vedeva uniti nel sostenerlo
tutti, senza distinzione alcuna, primi coloro che avrebbero avuto
tutto l'interesse a denunciare i fatti ed a mettere in moto il
meccanismo della repressione nei confronti di coloro che avevano
attentato alla democrazia.
A denunciare quanto era accaduto nelle notte fra il 7 e l'8 dicembre
1970 furono i reduci della Federazione nazionale combattenti della
Rsi , i soli che evidentemente rappresentavano l'opposizione reale
in questo Paese e non avevano eletto gli Stati uniti a loro Patria.
Lo fecero con un articolo satirico, intitolato "Marziani a Roma",
pubblicato sul bollettino quindicinale dell'associazione che
chiamava direttamente in causa Junio Valerio Borghese e il suo
braccio operativo Stefano Delle Chiaie.
Dovranno passare altri due mesi prima che la Questura di Roma dia
ufficialmente l'annuncio, il 17 marzo 1971 alle ore 17.00, nel
corso di una conferenza stampa tenuta dal questore della Capitale,
Giuseppe Parlato, e dal capo dell'Ufficio politico, Provenzano, che
"le autorità di pubblica sicurezza riferiranno elementi sulle
operazioni di polizia che hanno portato alla scoperta di una
cospirazione di destra contro l'ordine democratico".
E' l'inizio della farsa politico-giudiziaria che si concluderà sette
anni più tardi con l'assoluzione di tutti gli imputati, compresi i
reo-confessi che però, guarda caso, non saranno perseguiti per
auto-calunnia come la logica ed il codice penale imponevano.
Ma fu anche l'inizio di scontri feroci sul piano politico e di rese
dei conti all'interno degli apparati di sicurezza, nazionali ed
internazionali, mentre la tenuta sostanziale del segreto sulla
verità incoraggiava i "congiurati" a sperare di poter ripetere
ancora una volta il tentativo, il terzo.
La farsa giudiziaria si accompagna, quindi, alla tragedia del Paese
vittima delle falde fra gruppi politici ed apparati di sicurezza
ormai divisi sulle tattiche da adottare per raggiungere il fine
stratagico, comune ad entrambi gli schieramenti, di tenere il
partito comunista alla larga da una maggioranza governativa, che il
suo costante aumento elettorale rende sempre probabile e possibile.
Le illusioni dei "golpisti" s'infrangono definitivamente nell'estate
del 1974 con l'ultimo fallimento e la morte di Junio Valerio
Borghese, sancito in forma definitiva dall'ordine impartito dal capo
di Stato maggiore della Difesa, nel 1975, di bloccare la carriera
degli ufficiali provenienti dalla R.S.I. che non potranno andare
oltre al grado di generali di brigata.
Anche le Forze armate, il "baluardo della Nazione" sul quale la
destra tutta aveva sempre sperato per un reiterazione del 25 luglio
1943 dimenticandosi che un Segni, un Saragat o altri per loro non
avevano la statura storica di Vittorio Emanuele III, abbandona la
"parte sana" della Nazione divenuta un complice scomodo, utile solo
come ufficiale capro espiatorio, come il "pericolo fascista" che lo
Stato democratico ed antifascista aveva solo il dovere di
eliminare.
Codardi fino all'estremo, sul piano umano e politico, gli uomini
della destra italiana accetteranno passivamente il ruolo che gli
viene imposto e rivendicheranno con orgoglio il loro essere stati
'eversori neri" , "terroristi neri", militanti di una "lotta
armata",autorizzata dai carabinieri come la storia dimostra.
Il segreto sulla notte della Madonna è attualissimo. Conoscerlo è
una esigenza che dovrebbe avvertire tutti coloro che si rendono
conto che un passato occultato può sempre ripresentarsi,sotto altre
forme magari, ma sempre contro gli interessi dell'Italia.
Un segreto che oggi riposa nella coscienza e nella memoria di uomini
che sono stati ai vertici del potere politico italiano e di quello
militare e di sicurezza, ma anche negli archivi di ben cinque Paesi
amici ed alleati: Stati uniti, Israele, Germania, Spagna e Grecia.
Un segreto che si può ancora conoscere e dal quale ne discendono
molti altri, tutti insieme in grado di dare quella verità che
ancora ci è negata, ben diversa da quella misera affidata
all'identificazione dei residui"portatori di valigia" in qualche
piazza.
Una verità su un guerra sia pure "a bassa intensità" che noi non
abbiamo voluto né mai saremmo stati in grado di scatenare.
Una guerra che è costata più di mille morti e dovrebbe essere motivo
d'onore per qualsiasi uomo politico, al di là dello schieramento di
appartenenza, pretendere che oggi venga riconosciuta come tale,
indicando le responsabilità politiche, prima di ogni altra, poi
organizzative ed operative.
Per ora, quest'onore lo rivendichiamo solo per noi. E tanto ci
basta.
Vincenzo Vinciguerra Opera, 16 marzo 2008