LA CULTURA DEL DOLORE
La vita degli uomini è intessuta di gioie e dolori, serenità e
sofferenza, sorrisi e lacrime.
Una cultura di vita questa semplice verità la conosce e la riconosce
come parte inscindibile della umana esistenza, che oscilla per
l'intera sua durata tra i due poli della felicità e dell'infelicità,
in un'alternanza che ci consente di vivere fino alla fine dei
nostri giorni, che siamo consapevoli che giungerà fatale ed
inesorabile, non sappiamo quando né come.Siamo liberi di scegliere
come vivere, di decidere il nostro destino, perché non c’è Dio che
ce lo vieti, almeno in questo mondo occidentale incivile e
progredito.
Liberi di scegliere come vivere ma non di decidere come, quando e se
morire.A vietarci questa scelta suprema si erge una cultura di
dolore e di sofferenza che vuole imporsi agli umili ma non ai
potenti, che vale per coloro che nella scala sociale non sono assisi
ai gradini più alti, e per i quali non c'è pietà né misericordia.Una
cultura di dolore e di sofferenza che è prettamente cattolica, che
promana da quella che pretende di essere la religione dell'amore
universale, che dice di rappresentare un Dio che si fece uomo per
sacrificare sé stesso per redimere l'umanità.Strana contraddizione,
questa, della Chiesa cattolica, non più apostolica e romana, che ci
racconta di un Dio che scelse di vivere e decise di morire nel modo
più atroce, flagellato e crocifisso, per la salvezza degli uomini.
Dio decise della sua morte, ne determinò il giorno e le modalità,
perchè si era fatto uomo ma pur restava Dio.Dopo Cristo, centinaia
di migliaia di uomini, donne e perfino bambini hanno scelto, in nome
della fede, di morire per offrire la loro testimonianza e
riaffermare la loro fedeltà al Dio crocefisso.La Chiesa ha costruito
sé stessa sulla morte di quanti in essa hanno creduto, per essa
hanno ucciso, massacrato, torturato per la gloria di Cristo.
Non è vero, quindi, che la vita appartiene solo a Dio. La storia
della Chiesa cattolica ci dice che gli uomini possono scegliere di
rinunciare alla vita o di sopprimere quella altrui proprio in nome
e per conto di Dio.Perduto il potere temporale e, con esso, la
possibilità di usare tortura e patiboli, la Chiesa di Roma ha
lentamente, nel corso di un secolo, scoperto che no, che gli uomini
non sono liberi di disporre della, propria vita, che questa
appartiene a solo Dio.E' vero, la Chiesa ha sempre condannato i
suicidi, ma non è di questi che parliamo, bensì della scelta di
decidere se vivere una non-vita o morire con dignità, o addirittura
di morire dopo la morte.Non è paradossale, perché ci riferiamo al
caso di Eluana Englaro che in realtà giace morta da oltre sedici
anni sul lettino di un ospedale, ma ufficialmente è viva perché il
suo cuore batte e le sue funzioni vitali sono integre, meno una,
quella che ci rende vivi: la mente. Le gerarchie ecclesiastiche e i
loro reggicoda politici ci dicono che la vita deve seguire il suo
corso naturale e che, quindi, Eluana deve continuare ad essere
alimentata artificialmente, come avviene da sedici anni, fino a
quando il suo cuore non si fermerà. Le menzogne sono due: Eluana è
morta perché il suo cervello è morto, non vede e non sente, non
parla, non ha emozioni, non prova sentimenti, non avverte gioie e
dolori, ha solo un cuore che batte in un corpo inerte; Eluana
sarebbe già da anni sepolta e vivrebbe nel ricordo di quanti l'hanno
amata, se la natura avesse potuto fare il suo corso invece di essere
ostacolata dalla moderna tecnologia medica che consente
l'alimentazione artificiale.Ma le alte gerarchie della Chiesa
cattolica non hanno interesse a dire la verità, perché intendono
imporre con tutti i mezzi il loro asserito principio della vita che,
in realtà, è espressione della loro cultura di sofferenza e di
dolore da infliggere agli altri, non certo a se stesse, agli umili
non ai potenti.E’ uno spettacolo atroce quello al quale siamo
obbligati ad assistere, perché si spaccia fraudolentemente la vita
con la morte e si nega ad un padre il diritto di piangere sulla
tomba della figlia invece di vederne il corpo martoriato da sondini
e medicine sul letto di un ospedale.
Di tutto questo Eluana non sa nulla.
"E’ viva" ci dice il Papa, ma non parla,tace.
"E' viva" , ma non sente.
"E’ viva", ma i suoi occhi sono spenti, senza che un lampo di gioia
o di dolore li possa illuminare, senza che una lacrima di felicità o
di tristezza solchi il suo bel viso.
"E’ viva".
No, Eluana è morta e il dovere degli uomini è darle sepoltura,
piangendone la prematura scomparsa .Eluana è morta, da sedici
lunghissimi anni e se Cristo è risorto, lei non potrà più risorgere
su questa terra perché la scienza non è in grado di ridare la vita a
chi l'ha perduta, né il Papa o Bagnasco o don Mazzi di ripetere il
miracolo di Lazzaro.Il manzoniano Dio che "atterra e suscita che
affanna e che consola", si è posato accanto a Eluana sedici anni fa,
ma il Papa impegnato a vedere i vantaggi politici della sua lotta
per la vita, non riesce a vederlo, non ne percepisce la presenza,
troppo lontano dal divino, troppo vicino all'umano interesse.
E se Eluana non è più fra gli uomini, altri, migliaia, decidono in
silenzio sulla loro morte rifiutando l'accanimento terapeutico,
operazioni chirurgiche senza speranza, terapie inutili che
dovrebbero tardare il momento della loro morte.Altri che vivono in
uno stato di sofferenza fisica atroce, inchiodati nel loro letto di
dolore, in attesa della fine certa, attesa giorno dopo giorno,
lottando contro gli spasimi intollerabili del dolore che,
nell'Italia del Papa, non si riesce nemmeno ad alleviare per
mancanza di terapie specifiche.Muoiono in silenzio, come in silenzio
sono vissuti, lontani dalla ribalta, fortunatamente distanti dal
circo mediatico che, se li scoprisse, li obbligherebbe a vivere nel
dolore e senza speranza.Invece, se ne vanno in silenzio, anonimi,
circondati dall'affetto dei loro cari che li amano come il Papa,
Bagnasco e don Mazzi non potrebbero mai amarli, scegliendo il
momento della loro morte affrontata con estrema dignità.Credeva nel
Dio dei cattolici, una donna che della bontà aveva fatto il suo
principio di vita e della solidarietà per chi soffre un dovere da
assolvere quotidianamente.Credeva nel Dio della misericordia,
Valentina , che di professione era infermiera e viveva immersa
nella sofferenza degli altri,degli ammalati che cercava in tutti i
modi di aiutare, che vedeva gridare per il dolore, e spegnersi nella
cinica indifferenza dei medici.Credeva Valentina nella vita come
fonte di gioia non solo di dolore e la sua allegria era contagiosa,
valeva più di tante medicine, come il sorriso nel suo viso splendido
e gli occhi che facevano intravedere l'innocenza di chi concepisce
solo il bene e mai il male.Credeva, Valentina, nella religione della
vita e dell'amore, ma era solo lei ad amare il suo prossimo e a
pensare che la vita è anche serenità e gioia, fino al giorno in cui
un medico criminale le ha diagnosticato una osteoporosi al posto di
un tumore al midollo spinale, e così, scoperta la tragica verità,
non ha avuta altra scelta che morire.
Amava la vita, Valentina, certo, che l'amava, tanto. Ma non si
faceva illusioni su un'operazione chirurgica, conosceva il dolore
infame procurato da un male che non perdona, sapeva che non aveva
più futuro. E,così, ha scelto una terapia di contenimento, un modo
come un altro per dire “voglio morire” con la mia dignità, la mia
lucidità, la mia coscienza integra.Amava la vita, Valentina, ma ha
preferito morire perché la vita per lei era l'eterno oscillare fra i
due poli della felicità e dell'infelicità, fra le due stelle della
gioia e delle lacrime, ma non poteva vivere fissando la sola stella
che le era rimasta, quella del dolore e della morte.
Così ci ha lasciati, Valentina, offrendoci l'ultimo esempio di
dignità, coraggio, forza d'animo e libertà: libertà di scegliere la
propria vita, libertà di decidere la propria morte, nel modo e nel
tempo che mali, senza speranza suggeriscono,senza prolungare
indefinitivamente la propria agonia per compiacere un Dio che i
suoi preti vogliono crudele al punto da condannarli al dolore per
uno scampolo di vita senza speranza.E, come Valentina, tanti altri
uomini e donne che hanno vissuto con semplicità e hanno preferito
morire con dignità, respingendo la cultura del dolore e della
sofferenza che la Chiesa cattolica porta avanti in nome della vita
, che, dice, Dio ci dà e Dio ci toglie.Sarà vero, ma la vita finisce
quando non ha più significato né senso, quando il nostro corpo
ammasso di carne dolorante, un peso intollerabile per una mente che
non riesce più a controllarlo e a farne strumento di vita.
Chi dice, dunque, che la morte giunge quando il cuore cessa di
battere?No, Dio ci toglie la vita quando la trasforma in non-vita,
in un'esistenza vegetativa, in un inferno di sofferenza e di dolore
nel quale trasciniamo anche coloro che ci amano, non Benedetto XVI,
Bagnasco e don Mazzi.Gli sproloqui di questi giorni su questo
argomento, il tentativo grottesco e francamente infame di
trasformare un padre nell'assassino della figlia, (perché non hanno
il coraggio di dirlo ma questo sottintende la campagna per la vita
di Eluana),dimostrano solo quanto sia distante la gerarchia della ex
Chiesa cattolica, apostolica e romana dal suo gregge che ormai cerca
in sé stesso le risposte sui temi della vita e della
morte,noncurante dei dibattiti sulla bio-etica che sono meri
esercizi intellettuali di persone che mai hanno affrontato nella
vita reale i temi di cui discutono facendo sfoggio della loro
erudizione fine a sé stessa.
Siamo noi che, in libertà, scegliamo la qualità della nostra vita,
che decidiamo il nostro cammino, che siamo padroni del nostro
destino e, quando giungiamo ad un passo dalla morte, dovremmo
rinunciare al nostro libero arbitrio per far decidere sul nostro
dolore e le nostre sofferenza Benedetto XVI, Bagnasco e don Mazzi?
No, grazie.
Soli decidiamo sulla nostra vita, soli abbiamo il diritto ed il
dovere di decidere sulla nostra morte, come si conviene ad uomini
Civili e coscienti che credono che Dio sia luce e serenità, non
tenebre e dolore, che conoscono la pietà verso gli altri e,
all’occorrenza, se il Fato lo vuole, alla fine, sappiano essere
pietosi anche verso sé stessi, non condannandosi a vivere nella
prigione di un corpo malato ma scegliendo la libertà della morte.
Vincenzo Vinciguerra