ONESTA' INTELLETTUALE

Sono sempre stato scettico sulla possibilità di far prevalere la veri­tà storica sulla propaganda del regime, perché in tanti anni di battaglia politica pochi sono stati gli storici ed i giornalisti specializzati nel­la ricostruzione degli eventi post-bellici,ed in particolare di quelli re­lativi alla "strategia della tensione", che si sono discostati dalle "veli­ne" dei servizi di sicurezza e dalle"voci" provenienti dalle segreterie dei partiti e da certi uffici giudiziari ad esse subalterne.
La storia, così com'è presentata dalla stampa e dalla televisione del re­gime, è oggi una sequela infinita di menzogne affermate con la disinvoltura di chi è consapevole che non potrà essere smentito perché il potere lo pro­tegge e lo sostiene, lo paga per mentire.
Non è un'opinione, bensì una certezza che riposa su fatti documentati e documentabili che percorrono un trentennio di vita e di battaglia nel cor­so del quale si sono visti i depistatori giudiziari salire alla ribalta politica e gli storici di partito e di servizio segreto intossicare l'opinione pubblica con la leggenda dell'"eversione nera" e dello "stragismo fascista" i cui protagonisti, guarda caso, sono sempre saliti sul banco degli imputati insieme ad ufficiali dei carabinieri, a funzionari di polizia, ad agenti dei servizi segreti.
Ma come ben sanno i "persuasori occulti", una menzogna ripetuta infinite volte diventa una verità di cui nessuno dubita, ripresa ed amplificata fino a trasformarsi in un dogma.
E' stata, quindi, una sorpresa leggere nell'ultimo libro scritto da Aldo Giannuli, docente di storia contemporanea all'Università Statale di Milano, consulente della Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo e le stragi e di vari uffici giudiziari che hanno indagato sulla destra cosiddet­ta eversiva, significativamente intitolato "Bombe a inchiostro", affermazio­ni che contraddicono la storiografia ufficiale e che, per l'autorevolezza di chi le ha scritte, segnano un punto di svolta nella ricostruzione di que­gli anni Sessanta e Settanta che ancora oggi pesano come un macigno sulla vita della Nazione.
Un atto di onestà intellettuale e di coraggio che colloca Aldo Giannuli su posizioni ben distinte da altri suoi colleghi,e ne fa il primo storico italiano del dopoguerra capace di discostarsi dalla verità ufficiale per dire a chiare lettere che la storia della destra "neofascista" è storia del regime anticomunista e degli apparati di sicurezza dello Stato impegnati, su ordine politico, nella "guerra fredda". Così come il Partito comunista ha sacrificato la verità per acquisire benemerenze in campo democristiano ed atlantico, per provare la sua "maturità" per fare ingresso nelle maggioran­za governativa adottando una politica del "doppio binario": proclamare la sua volontà di fare luce sugli avvenimenti oscuri degli anni di piombo e, in realtà, collaborare attivamente ai depistagli organizzati dallo Stato e da buona parte dei magistrati che hanno condotto le indagini sulle stragi e, in generale, sul cosiddetto "terrorismo nero".
Aldo Giannuli va oltre, perché tocca l'argomento tabù di quella storia, l'attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972, di cui contesta l'in­serimento nella "strategia della tensione" o, addirittura,in quella "stragi­sta" come preteso, fino ad oggi, dalla storiografia ufficiale e dalla rico­struzione sul piano giudiziario di Felice Casson che su quell' attentato e sui morti e sui vivi ha costruito la sua carriera politica.
"Il fatto - scrive Giannuli - sembrò l'ennesimo atto di strategia della tensione, ulteriore e non necessaria conferma dello schema attentato-campa­gna d'ordine-colpo di Stato che era alla base di ogni inchiesta della con­tro informazione. In realtà, quella di Peteano rappresenta un unicum nella se­quela delle stragi di quegli anni, non riconducibile alla stessa logica. An­zi, anche l'uso del termine strage appare improprio: la strage - spesso con­fusa con l'omicidio plurimo - è un reato contro la pubblica incolumità e si configura anche quando non vi sono morti.E’ sufficiente collocare una bomba in uno stadio per essere accusati di strage, anche se la bomba non esplode; quello che caratterizza il delitto è il carattere indiscriminato delle vitti­me .Viceversa, nel caso di Peteano le vittime erano predeterminate, anche se non nominalmente : dei carabinieri. La collocazione dell'auto in un posto non frequentato da nessuno era chiaramente diretta a evitare di coinvolge­re passanti occasionali, così come lo era il meccanismo di innesco (a strappo, quando si fosse aperto il cofano anteriore).Dunque un 'atto di guerra’ contro militari dell'esercito avversario, non un eccidio indiscriminato". ("Bombe a inchiostro"- A.Giannuli - Bur Rizzoli - Milano – 2008 - p. 212)
L'attentato di Peteano di Sagrado non è, quindi, equiparabile ad una stra­ge, tantomeno,alle stragi contro i civili che hanno, viceversa, contraddi­stinto la "strategia della tensione".
Le ragioni per le quali, gli apparati di sicurezza dello Stato hanno depi­stato le indagini, Aldo Giannuli le riassume con illuminante chiarezza:
"E qui nasce il problema: se fosse saltato fuori che gli stragisti erano giovani di On, questo avrebbe avuto una serie di conseguenze catastrofiche tanto per il Msi quanto per i carabinieri perché avrebbe:
a) offerto un aiuto insperato a quanti sostenevano l'innocenza degli anar­chici per piazza Fontana;
b) scoraggiato ogni tentativo di arrivare alla messa fuori legge dei gruppi di sinistra;
c) infranto il mito della destra partito dell'ordine;
d) attirato l'attenzione sui rapporti fra carabinieri ed estrema destra e, con teste calde come Vinciguerra ed i suoi, c'era da temere che venisse fuori molto di più di quanto non fosse sopportabile",(ld. - p. 216).
II depistaggio delle indagini non era, quindi, finalizzato a "coprire" chi scrive perché colluso con i carabinieri ed i servizi segreti, ma, vice­versa, a limitare i danni e ad occultare la comune strategia perseguita dal Msi e dalle altre organizzazioni di destra insieme agli apparati di sicu­rezza dello Stato ed all'Arma dei carabinieri, in particolare.
Al depistaggio delle indagini da parte del Sid, Divisione affari riser­vati dei ministero degli Interni, polizia e carabinieri, si aggiunge quel­lo compiuto, diciamo noi non Aldo Giannuli, da Felice Casson che, fedele interprete delle necessità del Ministero degli Interni e del Partito co­munista, "ricostruì la vicenda come una 'strage di Stato'.Vinciguerra ed i suoi camerati avevano agito nel quadro della strategia della tensione, probabilmente su ispirazione massonico-piduista, utilizzando esplosivo proveniente dal Nasco (nome in codice dei nascondigli di armi in dotazio­ne a Gladio) di Aurisina. E i depistaggi dei carabinieri lo confermavano. Vinciguerra respinse questa ricostruzione come disonorevole per un 'solda­to politico" quale lui si definiva, per cui, pur assumendosi la responsa­bilità dell'accaduto, rivendicò la sua estraneità alla strategia della tensione e agli ambienti dell'arma o delle logge massoniche. Casson - con­clude Giannuli - restò della sua idea, diventando il bersaglio fisso di Vinciguerra nei suoi numerosi scritti".(id - pp, 219-220).
Per una "toga di fango" come Felice Casson, restare della sua idea era il solo modo per intossicare giornali e televisione con la sua presenza costante, rivendicando la giustezza delle sue opinioni (smentite dalla Cor­te di assise di Venezia nelle motivazioni della sentenza del 25 luglio 1987) e della sua immeritata fama di "scopritore" di una verità che, al contrario, era stata affermata integralmente dal sottoscritto il 28 giu­gno 1984, quando il Casson nei suoi atti aveva qualche indizio (le dela­zioni di qualche missino e di qualche ordinovista) sufficiente, come disse il pubblico ministero Gabriele Ferrari, forse "per un rinvio a giudizio ma mai per una condanna".
D'altronde, il Casson non avrebbe mai potuto aspirare ad un seggio sena­toriale nelle file del partito guida e protettore se non avesse affermato una "verità" depistante e non avesse protetto i depistatori del Sid, del ministero degli Interni e dei vertici dell'Arma dei carabinieri come ha fatto.
Oggi, il Casson siede in un Senato che somiglia ad un'associazione per delinquere per il numero e la qualità degli inquisiti, dei sospettati, dei condannati: il posto giusto per chi ha speculato senza vergogna sulla me­moria dei morti e sulle scelte dei vivi.
Non è possibile sorvolare, infine, sul fatto che Aldo Giannuli ricono­sca, per la prima volta in assoluto, l'esistenza di fascisti anti-sistema non assimilabili a coloro che nel sistema e per il sistema hanno fatto ogni cosa, specie se ignobile, per integrarsi ed essere accettati.
"La cultura politica della controinformazione (e il suo sedimento) -scrive 1o storico - non prevedeva il fascista di sinistra che agisce in funzione antisistema e, dunque, Vinciguerra era o un depistatore o qual­cosa di incomprensibile. Beninteso l'ex ordinovista di Udine resta un per­sonaggio assolutamente eccentrico e senza riscontri nel panorama dell'estre­ma destra, per cui è comprensibile l'incredulità di chi ha accolto le sue parole. Ma i fatti gli hanno dato ragione, e lui sta scontando per intero l'ergastolo senza chiedere la minima riduzione di pena, mentre molte sue affermazioni risultano confermate dalle inchieste succedutesi in questi anni sulle stragi di Milano, Brescia, Bologna, Gioia Tauro. A valorizzare il suo apporto alla ricostruzione di quegli anni è stato per primo Guido Salvini, ma va detto che, dopo, tanto la Commissione stragi quanto altre autorità giudiziarie e la produzione specialistica in materia (da De Lutiis a Cipriani, da Cucchiarelli a Ferraresi, da Dianese a Tassinari, da Ganser a Ferrari) hanno abbondantemente attinto ai suoi scritti o verba­li. Oggi si può dire che non è possibile fare uno storia della strategia della tensione in Italia prescindendo dal contributo di Vinciguerra, anche se diversi aspetti della sua interpretazione possono non essere condivi­si".(id - p. 221).
Aldo Giannuli è, ovviamente, , uno storico che, in quanto tale, deve te­nere conto delle posizioni ideologiche dichiarate dai protagonisti del "neofascismo"postbellico e, di conseguenza, non può accettare comprensibil­mente il rifiuto di chi scrive di considerare i Rauti, i Borghese, gli Almirante, gli Accame ecc.ecc. fascisti.
Alla sua legittima obiezione rispondiamo facendo notare che l'integrazio­ne nel sistema per riconquistare posizioni di preminenza politica o, addi­rittura, per pervenire ad una rivincita avrebbe dovuta essere condotta chie­dendo ai vincitori il riconoscimento delle ragioni dei vinti senza trasfor­marsi, senza alcuna contropartita politica seria, nella manovalanza del re­gime democristiano agli ordini degli apparati di sicurezza dello Stato demo­cratico ed antifascista.
Viceversa, le farneticanti tesi di Pino Romualdi del luglio 1946 adottate ed applicate alla lettera fino ai primi anni Ottanta, hanno trasformato il "neofascismo" italiano nella "guardia bianca" della conservazione, della reazione e della Nato.
Il risultato è stato che i "capi" si sono ben integrati e i gregari hanno conosciuto galera e, talvolta, morte con la beffa di essere considerati non i difensori della democrazia anticomunista e cattolica ma gli "eversori ne­ri" da condannare insieme a quelli "rossi".
E1 difficile pensare che i Rauti e soci abbiano agito in buona fede nei confronti dei "camerati" che mandavano in piazza o che inducevano ad arruolarsi come confidenti nelle strutture di sicurezza dello Stato, non si rendessero conto che questo aveva ben poco a che vedere con l'integrazione nel sistema come mezzo per ritornare a posizioni di vertice politico che, puntualmente,non hanno mai raggiunto.
Se si accettasse la tesi dei "fascisti" che hanno seguito la strategia dell'integrazione per far prevalere il loro patrimonio ideale ed ottenere la rivincita sulla sconfitta nella seconda guerra mondiale, dovremmo con­siderare Gianfranco Fini un nuovo Mussolini, come gridavano i ragazzetti del Msi nel 1992-1993.
Viceversa, occultandosi dietro la maschera degli eredi del fascismo, tutti costoro, senza eccezioni, hanno fatte proprie le ragioni dei vinci­tori e sono saliti sul loro carro fino ad ostentare disprezzo per i fa­scisti della Repubblica sociale italiana della cui eredità oggi ritengono di non doverne più fare uso strumentale per ragioni elettorali.
Torneremo sull'argomento.
Per ora, ci limitiamo ad osservare che di tutti questi "fascisti" non uno, a distanza di oltre trentanni dai fatti, ha avuto la dignità ed il coraggio di rivelare quanto è a sua conoscenza dei fatti e di misfatti dello Stato. Un silenzio che non proviene dalla dignità,bensì dall'omertà e dalla codardia di chi è consapevole che, avendo rivestito un ruolo su­balterno, a "parlare" può solo perderci e non guadagnarci.
E questa è la sorte dei vinti che tacciono per non incorrere nelle ire dei vincitori, è il destino dei servi che non osano ribellarsi ai padroni.
Se la strategia dell'integrazione ha condotto il "neofascismo" italiano a questo risultato, bisogna convenire che ha determinato una seconda e ben più umiliante sconfitta, di cui noi non ci sentiamo partecipi.
Non siamo vincitori, ma tutt'altro che vinti, in una guerra che è ancora in corso che è ideologica, politica e morale.
Il "neofascismo di Stato e di servizio (segreto)”l'ha persa, se mai ha avuto intenzione di iniziarla nel 1946, noi no.
Per noi è una guerra che continua.

Vincenzo Vinciguerra Opera, 15 giugno 2008

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