L'ORDINE MAFIOSO

Negli anni dell'incontrastato dominio mafioso su Palermo e dintorni, il dato che maggiormente impressionava gli osservatori era quello relativo alla totale - o quasi - assenza di microcriminalità nell'intera zona. La mafia si presentava come forza d'ordine, protesa a garantire la tranquillità dei cittadini, impegnata a proteggere le loro proprietà, capace di amministrare una giustizia parallela a quella dello Stato ma ben più rapida ed efficace. La mafia, però, era allora - come oggi - un'associazione a delinquere che assicurava l'ordine nelle strade solo per proteggere i suoi traffici e i suoi loschi affari che la presenza di un eccessivo numero di poliziotti avrebbe inevitabilmente intralciato.
L'ordine nelle strade era, quindi, funzionale al potere mafioso che poteva agire in tutta tranquillità accrescendo la potenza e la ricchezza dei suoi affiliati che potevano contare sulla neutralità e, spesso, sulla complicità delle forze di polizia, compiaciute della capacità mafiosa di garantire sicurezza ai cittadini.
La grande criminalità, senza onore né principi né scrupoli, si poneva, contro la microcriminalità dei morti di fame, degli emarginati sociali, dei falliti che, però, come le pulci infastidivano i cittadini con i loro furti, i loro scippi, le loro attività miserabili che garantivano sopravvi­venza e non ricchezza e potere.
Era l'ordine mafioso, lo stesso che ci viene riproposto dal governo di Silvio Berlusconi.Forse, non è una coincidenza che siciliano sia il ministro della Giusti­zia Angelo Alfano, siciliano il presidente del Senato Renato Schifani, si­ciliano il"consigliori" del presidente del Consiglio, Marcello Dell'Utri, condannato per estorsione in concorso con un mafioso di Trapani e condanna­to per concorso esterno in associazione mafiosa, sia pure non in forma an­cora definitiva.
Una squadra che conosce bene cosa sia l'ordine mafioso e il suo fine: garantirsi impunità e libertà di traffici offrendo in cambio sicurezza ai cittadini.
La "faccia feroce" del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nei confronti dei ladroni di strada,nasconde là realtà di un individuo che si è rifiutato di chiarire, sul piano giudiziario, le origini della smi­surata ricchezza, che è stato riconosciuto sette volte colpevole dai Tri­bunali della Repubblica con giudici che lo hanno salvato concedendogli per sette volte le attenuanti generiche necessarie per far scattare la prescrizione dei reati, che teme ora l'esito di un processo che non po­trà concludersi come i precedenti, bensì con una condanna che lo obbligherebbe a dimettersi dall'incarico che, purtroppo, per l'Italia e gli italiani ricopre.
Cercare di imporre un'immagine di onestà personale, di dirittura mora­le, imponendo leggi severe contro la microcriminalità è, come abbiamo visto, prerogativa di un potere criminale che vuole comandare indistur­bato e proiettare un'immagine di giustizia che gli permetta di farlo con il consenso dei cittadini.
E tanto fanno Berlusconi ed i suoi fidi servitori ed alleati, proponendo impunità per loro e galera per gli altri.
Il vero scandalo non è dato dal varo del decreto salva-processi, ovvero salva-processo perché blocca 100.000 processi per fermare uno solo, quello che vede imputato Silvio Berlusconi a Milano.Neanche il lodo Schifani, oggi denominato Alfano, che vuole garantire impunità alle più alte cariche dello Stato, compresa, ovvio, quella del presidente del Consiglio che non potrebbe nemmeno essere considerata ta­le, dato che è carica politica e non di Stato, può definirsi immorale.
Immorale è che venga proposta, insieme al decreto salva-processo, da un imputato il cui giudizio di primo grado è giunto alle ultime battute e che non avrebbe mai dovuto essere messo in grado di esercitare il pote­re di capo del governo per evitare la sua condanna.
Come si è giunti a questo?
Per colpa di un'intera classe politica che è criminale, perché non con­cepisce il modo di esercitare la propria funzione senza tangenti, intral­lazzi, truffe, favori agli amici ed agli amici degli amici, ladrocinio di pubblico denaro, abusi e soprusi.Una classe politica che per anni si è rifiutata di considerare Silvio Berlusconi un pregiudicato, spacciandolo per vittima del giustizialismo, degna quindi di essere difesa o, per lo meno, non criticata sul piano giu­diziario quasi fosse una colpa esprimere una condanna morale e politica nei suoi confronti.Una magistratura che si sente sotto accusa, mentre, viceversa, è stata proprio questa a salvare Silvio Berlusconi applicando a lui - e solo a lui - i benefici delle attenuanti generiche per ben sette volte di segui­to, cosa che mai è stata fatta per altri cittadini italiani.
Una magistratura politica e politicizzata, sensibile alle istanze e alle pretese dei potenti, che sospende il processo a Silvio Berlusconi "per ragioni di opportunità" perché è iniziata la campagna elettorale, consentendogli di presentarsi all'elettorato come un perseguitato, invece che come un graziato dalla magistratura.
Non c'è cittadino italiano che si è visto sospendere un processo perchè doveva farsi i fatti propri, perché solo Silvio Berlusconi?
E’ la magistratura ad aver calpestato in maniera indecente il concetto di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge per lasciare libero Berlusconi, perché capo di un partito politico,proprietario di tre reti te­levisive e giornali, padrone di un capitale di 25 miliardi di dollari.
Perché mai, oggi, gli italiani dovrebbero difendere il presidente del Tribunale di Milano dinanzi al quale compare Silvio Berlusconi con l'accu­sa di "corruzione giudiziaria", quando è stato proprio lui a sospendergli il processo "per ragioni di opportunità"?
Non lo avesse fatto, oggi, il processo sarebbe già concluso e Silvio Berlusconi condannato.
Invece, questo presidente oggi si presenta come vittima della prepoten­za del governo di centro-destra guidato da un pregiudicato che ha favori­to in maniera scandalosa favorendone i disegni criminali che, ora, da pre­sidente del Consiglio cerca di attuare.E’ un gioco delle parti, che vede i protagonisti "scannarsi" in pubbli­co e accordarsi in privato, alternandosi nei ruoli di vittime e persegui­tati ma sempre fermi nei loro posti, inamovibili ed intoccabili.
Non c'è solo Berlusconi.
L'abisso in cui è caduto questo Paese si può misurare anche prendendo ad esempio altri casi di "intoccabili" che nulla, ufficialmente, hanno a che fare con la politica.
Solo in Italia, difatti, la lotta contro la criminalità è affidata ad un generale dei carabinieri, Giampaolo Ganzer, comandante dei reparti operativi speciali, imputato a Milano di associazione a delinquere fina­lizzata al traffico di droga. Ufficiale che è già stato rinviato a giudizio, ma che continua a rico­prire il suo incarico, a dirigere indagini, a rilasciare interviste come se nulla fosse in attesa della conclusione di un processo che egli si atten­de a lui favorevole.
Quando, nel lontano 1975, un ufficiale dei carabinieri venne arrestato perché accusato di aver commesso dei reati, la notizia finì nelle prime pagine di tutti i giornali. Oggi non fa testo che,la lotta alla droga sia condotta da un ufficiale imputato di associazione a delinquere finalizza­ta al traffico di droga.
Il Congo di Mugabe, al confronto dell'Italia, è il regno della giusti­zia e dell'onestà. Qui abbiamo un presidente del Consiglio che all'inizio della sua avven­tura politica aveva un capitale di 5 miliardi di dollari e che, 15 anni più tardi, ne vanta uno di 25 miliardi dollari.
E nessuno si pone domande. Tutti zitti, anzi tutti a parlare:di Mugabe, ovvio !
L'ordine mafioso-congolese che il capo tribù Silvio Berlusconi, l'ascaro Gianfranco Fini e il furbo Umberto Bossi vogliono imporre al Paese prevede strade pulite e mani sporche occultate dai guanti della politica e della magistratura, con l'omertà della stampa e la complicità di una finta oppo­sizione. Un'opposizione i cui capi sono la fotocopia dei Fini, degli Schifani e dei Berlusconi, come loro innocentisti, garantisti ed anti-giustizialisti quando sul banco degli imputati salgono loro od amici loro, che condannano i magistrati malati di protagonismo, esibizionisti, capaci di inviare avvi­si di garanzia solo per finire sotto i riflettori ma che al Senato hanno imposto la presenza di Casson Felice, l'unico pubblico ministero che han fatto carriera solo con le interviste. Sarà l'intervistato, il Violatore del segreto istruttorio, il Depistatore Casson Felice ad opporsi all'ordine mafioso-congolese di Berlusconi?
Ma quando mai! Il Casson riesce ancora oggi a farsi intervistare dal "Corriere della sera" per criticare i suoi ex colleghi magistrati,che meritano certamente di salire sul banco degli imputati ma per averlo pro­tetto con la loro omertà consentendogli di sfruttare la toga per entrare in politica.
Saranno costoro, tutti insieme, maggioranza ed opposizione, a riportare "legge e ordine" nel Paese?
No, questi sono in grado, al massimo, di limitare l'immigrazione clande­stina, di allontanare dal territorio nazionale qualche migliaio di zinga­ri, di inasprire le pene per i ladri di strada, di ristabilire un ordine apparente e superficiale mentre il loro "sentire mafioso" scava un abisso sempre più profondo fra l'Italia ed il mondo civile.
Non saremo più la "karnival Nation" come ci definiscono i tedeschi, ma una nazione criminale che, alla fine, non farà ridere nessuno perché lo spettacolo di un Paese che muore nel fango può solo rattristare anche i peggiori nemici.
L'ordine mafioso è uno strumento di potere e di morte, come ben sanno a Palermo e dintorni.
Non serve a questo Paese, già militarizzato e iper-controllato da quattro corpi di polizia che chiedono sempre soldi e mezzi offrendo in cambio poco o niente.
Serve solo riscoprire il concetto di giustizia che è andato perduto ne­gli animi e nelle coscienze di un popolo al quale è stato insegnato che il delitto paga quando a commetterlo sono potenti, ricchi e furbi. Serve rifondare la magistratura, emanare leggi severe e farle applica­re nei confronti dei delinquenti tutti, senza distinzioni e distinguo, senza favoritismi e pietismi, cominciando dagli esponenti politici e daigenerali dei carabinieri per finire ai ladri di strada ed agli zingari dalla mano lesta.
Se lasciamo che siano i capi-cosca ad amministrare la giustizia, che sia Marcello Dell'Utri a suggerire come riportare l'ordine nel Paese, che Mugabe-Berlusconi si assicuri con la forza del potere la sua impu­nità, rinunciamo fin da oggi a sperare nel futuro perché,dopo oltre 60 anni di servaggio nei confronti dei vincitori della Seconda guerra mon­diale, siamo giunti al capolinea della storia.

Vincenzo Vinciguerra Opera, 10 luglio 2008

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