UNA STORIA VERA
Una storia autentica, narrata in modo magistrale da Grazia Spada,
che ci riposta ai tempi bui dell'immediato dopoguerra, al tempo del
sangue e delle rose della primavera del 1945. Nel suo libro, "II
Moicano e i fatti di Rovetta", edito dalla Medusa, Milano, Grazia
Spada svela per la prima volta responsabilità e retroscena del
massacro di 43 giovanissimi militi della Legione "Tagliamento" della
Repubblica sociale italiana da parte di partigiani che non cercavano
gloria ma solo vendetta, esercitata su ragazzi ormai inermi. Grazia
Spada non è fascista, né nostalgica del fascismo, anzi non occulta
la sua adesione ai valori dell'antifascismo, eppure la scoperta di
aver avuto uno zio ucciso a Rovetta, con altri 42 militi della
Legione "Tagliamento", le ha dato la forza di scrivere un libro
sereno,obiettivo, privo di ogni rancore e faziosità, che
ricostruisce in modo dettagliato i particolari di un massacro che
nulla, nemmeno la guerra civile, può giustificare.
Grazia Spada ci conduce, pagina dopo pagina, nei meandri di un
orrore che scaturisce non da ragioni ideologiche ma dalla noncuranza
nei
confronti della vita degli altri, non importa quanto giovani e
quanto innocenti. Quello che l'autrice fa emergere sulla strage di
Rovetta ci rivela la realtà di un mondo partigiano nel quale i
comunisti non sono i soli ad avere la responsabilità
dell'eliminazione fisica di almeno diecimila persone, uomini, donne,
ragazzi e ragazze, come preteso da una mendace propaganda di destra
che ha trovato funzionale al suo servilismo nei confronti della
forze antifasciste ed anticomuniste, addossare la colpe di quelle
che Palmiro Togliatti definì le "radiose giornate" della primavera
del 1945 ai soli bolscevichi. Grazia Spada ci dimostra, con estrema
lucidità e chiarezza espositive, che la strage di Rovetta è
attribuibile ad un uomo, italiano, Paolo Poduie, in forza allo
Special operations executive (Soe) britannico, con il concorso di un
sacerdote, il parroco del paese componente del locale Comitato di
liberazione nazionale, e di partigiani delle formazioni azioniste di
"Giustizia e libertà".Un massacro che nasce dal nulla, da esigenze
inesistenti, nel corso di una riunione in un bar, con qualche voce
dissenziente subito soffocata, perché i giovanissimi fascisti
dovevano morire .Una condanna che contrasta con le disposizioni
emanate dal Comitato di liberazione nazionale alta Italia (Clnai),che
prevedeva la fucilazione di quanti, fascisti, non avevano
ottemperato all'ordine di resa. I giovanissimi militi della
"Tagliamento" si erano, viceversa, arresi e avevano consegnato le
armi in loro dotazione in cambio dell'impegno di aver salva la vita.
Nessuno di loro, poi, aveva preso parte a rastrellamenti cruenti, a
fucilazioni di partigiani, a rappresaglie indiscriminate. Nessuno
cioè aveva colpe specifiche che, in ogni caso,avrebbero dovute
essere provate nel corso di processi, se non regolari, almeno
dinanzi ai famigerati "tribunali del popolo".Invece, sono stati
uccisi, uno per uno, in quarantatre, senza nemmeno la parvenza di un
atto di giustizia compiuto dai partigiani che raccoglievano ora il
frutto della vittoria della armate alleate in Italia.
Si nota l'amarezza e lo sconcerto dell'autrice quando affronta il
tema relativo al processo post-bellico nei confronti degli autori
del
massacro di Rovetta. Perché i Tribunali dell'Italia oramai
antifascista, i giudici che avevano repentinamente dismesso la
camicia nera indossata sotto la toga, hanno istruito un procedimento
penale che, al termine, ha chiarito poco o niente sulle
responsabilità dei partigiani che decisero l'eccidio di Rovetta
perché non sono riusciti a rompere il muro di omertà e di paura che
circondava l'episodio.
La reticenza, il silenzio, l'omertà, il terrore di parlare spiegano
bene la consapevolezza degli autori del massacro, e di quante vi
avevano
preso parte o vi avevano assistito inerti, di una colpa che la legge
italiana non avrebbe comunque punito perché norme legislative
approvate ad hoc avevano già considerati atti di guerra gli eccidi
del dopoguerra, compiuti in tempo di pace. Il silenzio, l'omertà, la
paura derivavano dalla coscienza di aver compiuto un atto tanto più
ignobile quanto perfettamente inutile a danno di ragazzi che
indossavano una divisa "nemica", ma ai quali certo non si poteva
rimproverare un ruolo di primo piano nella Repubblica sociale
italiana o nella repressione del fenomeno ribellistico. Hanno
taciuto - e continuato a tacere - per la vergogna di un gesto
sanguinario che non aveva alcuna motivazione logica, ideologica,
politica, giuridica, il cui peso hanno sentito dopo, quando hanno
compreso che non si potevano presentare agli occhi degli italiani
per dire che avevano ammazzato 43 ragazzi che, fiduciosamente, si
erano posti inermi nelle loro mani, confidando in una parola d'onore
che evidentemente non poteva essere rispettata da coloro che onore
non avevano.
Lo splendido libro di Grazia Spada, scritto con rara perizia e
totale onestà intellettuale, ci restituisce il clima di quei giorni
ma anche ci illumina sulle origini di una Repubblica che è stata
fondata sul sangue degli innocenti e sull'ingiustizia che ha
lasciato liberi ,ed impuniti persone che, poi, hanno fatto carriera
nella burocrazia statale e in politica dove hanno portato il loro
odio e le loro paure, le loro colpe e i loro rimorsi.
Al di là delle considerazioni che il libro di Grazia Spada ci ispira
e ci impone, rimane la certezza che anche oggi, in un clima ancora
invelenito dai rancori e dai terrori della guerra civile italiana, è
possibile scrivere libri di storia autentica, vera, reale che fanno
onore agli autori in grado di raccontare quello che si teme di
svelare e si preferisce tacere.
Il libro di Grazia Spada non è un libro politico, è storico, ma
anche al di là delle intenzioni dell'autrice diviene anch'esso un
atto di accusa contro questa classe dirigente che, ad oltre sessent'anni
dalla fine della guerra,nulla di meglio e di più sanno fare che
mistificare quelle pagine che appartengono alla storia di tutto un
popolo e, soprattutto, alle sue generazioni future, che di libri
come quello di Grazia Spada avranno bisogno e necessità per
accertare e comprendere la verità delle giornate più tragiche della
nostra storia unitaria.
Vincenzo Vinciguerra Opera, 10 settembre 2008