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Quello accaduto allo stadio di Genova, martedì 12 ottobre durante la
partita valida per le qualificazioni agli europei del 2012,
Italia-Serbia, non ha nulla dell'incredibile e Ivan Bogdanov può
essere annoverato tranquillamente tra le decine di ultras scalmanati
che popolano il mondo del tifo nostrano. Ivan s'è scusato con
l'Italia, l'alcool è divenuto il suo alibi e le motivazioni del suo
gesto sono da ricondursi al 'tradimento' del portiere, reo di aver
lasciato una squadra per approdare ad un'altra, e alla gestione
della nazionale serba. Questo è il misero scenario andato in onda .
Non ci soffermiamo sullo scontro diplomatico fra Serbia e Italia.
Non importa cosa abbia detto il ministro secessionista Roberto
Maroni , non importa l'accusa della polizia serba che asserisce di
aver avvisato i loro 'colleghi' nostrani della pericolosità dei
tifosi serbi. Di enorme importanza, sono state le numerose prese di
posizione , gli articoli e i commenti provenienti dal 'basso'.
Nell'era di internet , tutti possono dire la loro e essere letti da
decine di sconosciuti. Divisi in colpevolisti e innocentisti, in
tribunali del popolo e mistificatori. Da una parte, Bogdanov è stato
visto come la tigre di Arkan venuto in Italia per rivendicare il suo
orgoglio serbo, per chiedere giustizia , attraverso la violenza
(sic!), per i bombardamenti subiti dalla Nato che ha decimato la sua
popolazione. Dall'altra parte, invece, gli accusatori l'han additato
come una tigre sì, ma assetata di sangue e cieca di violenza
incontrollabile con agganci con la mafia e con chissà quale altro
gruppo oscuro. All'azione goffa e maldestra di un ragazzo con
passamontagna ma con i tatuaggi ben in vista , avremmo dovuto
rispondere con un sorriso di compassione soprattutto perché dovremmo
sapere che una contestazione politica non potrà mai passare per uno
stadio, attraverso una tifoseria calcistica di qualsivoglia colore.
Per chi crede che lo stadio sia un'arena è bene ricordare che a
dirigere lo spettacolo è sempre la Questura. In ogni caso. Come
accadeva nell'antica Roma, i gladiatori erano gli schiavi destinati
a morte certa , donando però spettacolo. Ivan ha ammesso d'aver
sbagliato , ha negato che fosse una contestazione politica e
addirittura non pensava di ricevere così tanta attenzione dalla
polizia e dai mass-media. Ivan non conosce l'Italia, non sa che
siamo un popolo di dormienti che, al primo squillo di tromba ci
schieriamo da una parte o dall'altra , senza guardare chi dà fiato
allo strumento. Gli crediamo quando lo afferma, dopotutto rimanere
in maniche corte davanti alle telecamere e alle forze dell'ordine
non è certo segno di chi pensa che, terminato tutto, passerà diversi
giorni in carcere. Probabilmente sa di aver offeso migliaia di serbi
nazionalisti che delle avventure sportive, poco interessa perché,
deve essere chiaro a tutti, gli stadi vanno svuotati per riempire le
piazze che nel nostro caso, sono desolate e oltraggiate da più di 65
anni. Le piazze italiane, difatti, urlano pietà per lo scempio
passato e la desolazione attuale.
Enrico Labanca 24 NOVEMBRE 2010 (DATA DI PUBBLICAZIONE)