ILLEGALITA' ISTITUZIONALE
L'immagine che il regime politico per mezzo della stampa e della
televisione, proietta del carcere su un' opinione pubblica
necessariamente fiduciosa, è quella di un luogo di rieducazione dei
condannati, afflitto principalmente dal solo problema di un cronico
sovraffollamento.
Nella realtà, il carcere è un luogo dove la legalità e la legge
dello Stato si fermano al cancello d'ingresso.
Il carcere italiano non ha mai svolto,né potrà mai svolgere alcuna
funzione rieducativa perchè i cinquantamila operatori penitenziari
che vi lavorano sono immersi in un sub-cultura di stampo mafioso,
che talvolta emerge in maniera eclatante prontamente soffocata dalla
complicità di una stampa che si ostina a definirsi libera ed
indipendente.
Pochissime notizie sono, difatti, trapelate sul pestaggio
sistematico dei collaboratori di giustizia, all'interno della
sezione protetta della Casa di reclusione "Pagliarelli" di Palermo.
Gli autori dei pestaggi erano agenti di polizia penitenziaria
addetti alla custodia dei "pentiti".
Motivo: il disprezzo che i carcerieri nutrono ed ostentano nei
confronti di chiunque sì discosti dalla via della malavita, tradendo
i suoi "ideali" ed i suoi compagni.
Imperdonabile comportamento agli occhi dei carcerieri che non
potendo più, come un tempo, affidare gli "infami" alla vendetta dei
detenuti "onesti" (questa la terminologia di carcerati e carcerieri)
provvedono in prima persona a far pagare Il fio della resa e del
tradimento a delinquenti che, comunque, un prezzo lo pagano già per
conto loro alla giustizia del paese.
Certo, chi non nutre un umano disprezzo per i cosiddetti "pentiti"
che vendono tutti, a volte perfino i familiari, pur di riacquistare
in tempi ragionevolmente brevi la loro libertà?
Ma compete ai carcerieri italiani fare le veci della malavita e
delle organizzazioni mafiose rendendo un inferno la vita dei
collaboratori di giustizia in carcere?
Crediamo proprio di no.
Perfino Giovanni Falcone aveva denunciato pubblicamente la
situazione intollerabile nella quale i carcerieri obbligavano a
vivere i "pentiti", senza però che nessuno si sia chiesto se non era
il caso di intervenire per modificare una mentalità che certamente
non è quella della società civile e dello Stato. Perchè il "sentire
mafioso" dei carcerieri, anche ai più alti livelli, trova immediato
riscontro nell'imposizione di una "legge" che non è quella dello
Stato, che vige solo all'interno degli istituti di pena Italiani e
che viene esercitata dai carcerieri per i quali ciò che accade in
carcere deve restare circoscritto all'interno del carcere stesso,
guai a chi, avendo subito un sopruso o essendo stato sottoposto ad
un pestaggio, cerca di rivolgersi alla magistratura: abusi e
soprusi, vessazioni e rappresaglie saranno il suo pane quotidiano.
La "legge" non scritta del carcere non si viola. Essa pretende
omertà, silenzio e sottomissione ai carcerieri che hanno ragione
quando e soprattutto hanno torto.
Chi accetta questa "legge" che è un coacervo di arbitri,
favoritismi, abusi e soprusi, in carcere potrà vivere bene, in caso
contrario ci vivrà male. E' fisiologico che i primi ad adeguarsi da
sempre a questa "legge" non scritta del carcere, sono i delinquenti
di professione e i mafiosi che in essa riconoscono l'assonanza con
la propria e concorrono a mantenerla. Chi denuncia un carceriere, è
un "infame", per gli uni e per gli altri perchè i problemi si devono
risolvere "fra di noi", non rivolgendosi alla legge dello Stato.
La recidiva in Italia è altissima, quasi totale fra chi della
malavita e dell'appartenenza alle organizzazioni mafiose ha fatto
ragione di vita, perchè per costoro il carcere è amico, una seconda
casa in cui manca la libertà fisica, certamente, ma che ad essa
supplisce con tante altre piccole cose che qui acquistano un valore
enorme.
Il 'rispetto' dei carcerieri vale molto di più di quello dei
detenuti, perchè comporta vantaggi e privilegi. Così che un
camorrista dalla vita laida trova per la essa la sua giustificazione
quando viene riconosciuto come "uomo d'onore" dai custodi.
Perchè gli ultimi, i più irriducibili a ritenere i mafiosi "uomini
di onore" sono proprio i carcerieri in questo Paese dove tutti hanno
potuto constatare che il mafioso e il delinquente non hanno mai
saputo cosa sia l'onore.
Nessuno di costoro teme il rientro in carcere. Accolti con simpatia,
spesso condotti nella stessa cella, assunti subito al lavoro,
riprendono la vita carceraria, quieta e tranquilla, che facevano
prima e riprendono a tessere la tela per riottenere i benefici di
legge.
E nessun beneficio di legge è precluso a quanti godono della
"simpatia" e della solidarietà dei carcerieri, pronti a
sottoscrivere attestati di 'ravvedimento' (che sanno essere fasullo)
di questo o di quel personaggio che, però, è un "bravo ragazzo" (il
linguaggio di carcerieri e carcerati è identico) e merita di essere
aiutato.
Può questo carcere rieducare qualcuno?
No, pacificamente escluso che questa istituzione possa svolgere una
funzione rieducativa nei confronti di chiunque.
Se lo Stato ed il regime politico trovassero il coraggio di imporre
all' istituzione penitenziaria il rispetto della legge e del
regolamento penitenziario e di rieducare i rieducatori,
avvicinandoli al sentire della società civile e della legalità,
allora, un giorno ancora lontano, il carcere italiano potrà svolgere
una funzione utile alla società.
In caso contrario, riuscirà ad essere quello che è oggi: un
frigorifero dove tenere al fresco chi viola la legge, con la
certezza che 1'80 per cento dei "bravi ragazzi" tornerà a
delinquere.
Ci sentiamo, però, di escludere che a tempi brevi, un regime in cui
tanti "bravi ragazzi", molti dei quali hanno anche conosciuto il
carcere e la sua realtà, siedono nei banchi del Parlamento e del
governo, voglia modificare radicalmente la mentalità dei carcerieri
perchè per tutti costoro è l'onestà, nel significato che gli diamo
coloro che apparteniamo alla società civile, il nemico da combattere
e da estirpare.
Vincenzo Vinciguerra Opera, 20 novembre 2008