LA MORTE E IL SILENZIO

 II 25 novembre 2008, dinanzi alla Corte di assise di Brescia, inizierà l'ultimo processo per la strage di piazza della Loggia, avvenuta il 28 maggio 1974. Dopo 34 anni e 6 mesi, i magistrati di Brescia cercheranno di comprendere cosa sia accaduto in quella piazza, per opera di chi e con quali motivazioni. Per quanto lodevole, il loro impegno è destinato a fallire, perché il copione della sceneggiata processuale è già scritto: se mai qualcuno - e ne dubitiamo fortemente - verrà condannato in assise, sarà puntualmente assolto in appello e, infine, la Corte di cassazione metterà fine all'ennesimo, ultimo tentativo giudiziario di fare luce almeno sugli esecutori materiali della strage di piazza della Loggia.
Forse, è inevitabile che la vicenda processuale si concluda con un nulla di fatto, perche il tempo trascorso rende vane le testimonianze, basate su ricordi che sono ormai sbiaditi, le prove sono necessariamente deboli e fragili, gli archivi dei servizi segreti militari e civili sono rimasti ermeticamente chiusi, così come quelli della polizia e dei carabinieri, con buona pace di Manlio Milani, presidente dell'Associazione dei familiari delle vittime della strage, che ha tanta fiducia nelle istituzioni che, però, nulla hanno mai fatto per dare quella verità che ben conoscono e che sono, non a caso, rappresentate sul banco degli imputati callidamente certi della loro assoluzione, non importa se con formula dubitativa.
Non è paradossale affermare che il processo di Brescia ha solo un valore meramente propagandistico, al di là delle intenzioni e dell'impegno profuso dai magistrati inquirenti, perché servirà alla stampa del regime per " dimostrare" che lo Stato non rinuncia a cercare la verità su quel massacro. Invece, lo Stato ha fatto tutto ciò che poteva per impedire l'emergere della verità su tutte le stragi italiane, non solo quella di Brescia, perché esse sono state funzionali al potere e compiute da persone che erano alle dipendenze dello Stato stesso. Dovremo attendere che qualche ex ministro degli Interni segua l'esempio di Paolo Emilio Taviani che ha indicato, post-mortem, in Mario Tuti l'autore della strage dell'Italicus e la sua appartenenza ad un'organizzazione segreta del ministero degli interni, Forse, a Brescia come a Bologna, a Firenze, a Roma, ovunque si è indagato sugli episodi stragiati, qualcuno avrebbe dovuto chiedersi come mai un ex ministro degli Interni, un potente uomo politico democristiano, si sia sentito in obbligo di non testimoniare in sede giudiziaria e politica da vivo, ma abbia preferito farlo da morto.
Naturalmente, la sua accusa postuma non ha avuto alcuna eco, non tanto sul piano giudiziario quanto su quello politico e storico. Quella barriera che Paolo Umilio Paviani non ha osato o potuto sfidare da vivo, si è rivelata decisiva e determinante anche per seppellire sotto una coltre di indifferenza e di ostentata incredulità la sua testimonianza da morto.
Ma la Storia, quella vera, che sarà scritta nei decenni successivi,terrà conto delle accuse dell'ex ministro degli Interni e della Difesa Paolo Emilio Taviani. Ed un contributo alla Storia è anche un film, intitolato "Scene di una strage", che raccoglie decine e decine di testimonianze e ripercorre meticolosamente le fasi della strage di piazza della Loggia.
Il suo regista, Lucio Dell'Accio, non è ancora riuscito a completarne il montaggio per mancanza di finanziamenti, perché in un Paese in cui si trovano i soldi per film e documentari su ogni argomento che sia effimero e superficiale, non si trovano per completare un documentario storico, girato con passione e aderenza alla verità.
Un contributo alla verità che esce fuori dalle aule dei tribunali, che si afferma nelle menti e nelle coscienze degli italiani che potranno vedere questo film e valutare il suo contenuto, ascoltare le testimonianze che offre,sentire come propria, attraverso le immagini, una tragedia che è di tutti gli italiani, molti dei quali giustamente non hanno alcuna fiducia nelle istituzioni.
"Scene di una strage" sarà infine completato, il suo regista Lucio Dell'Accio, potrà proiettarlo e farlo vedere a tanti italiani, soprattutto giovani che di quella tragica vicenda non sanno nulla, nonostante il previsto e scontato ostracismo di quanti non gradiscono che di argomenti come quello relativo alla strage di Brescia se ne parli ancora, in termini non propagandistici ma aderenti alla realtà vissuta da tanti che quel periodo ancora ricordano e non vogliono dimenticare.
Perché la memoria va coltivata, non solo per ricordare, per legge di Stato, i morti del popolo ebraico che non pesano sulla coscienza di questo popolo nostro, quanto per ricordare i nostri morti, per il cui massacro la magistratura è stata, dopo trent'anni, obbligata a far salire sul banco degli imputati un generale dei carabinieri, un altro ufficiale, questa volta il più decorato dell'Arma nella storia del dopoguerra. Il film di LucioDell'Accio è un contributo alla memoria ed un invito alla riflessione che, chi può dovrebbe sentire il dovere di diffondere, non per la cronaca di oggi ma per la Storia di domani, del futuro di un popolo che continuerà a vivere se riuscirà a conoscere la verità, altrimenti perirà come tutti i popoli che, invece della propria, hanno mantenuta viva la memoria dei vincitori che, prima li hanno sconfitti militarmente, e, dopo, ne hanno distrutta la identità,cancellandone il passato.
Da questa esigenza scaturisce la necessità di dare spazio ad un film-documentario come quello diretto da Lucio Dell'Accio su un episodio che è simile ad altri di quel periodo e che , come gli altri, si vuole strumentalmente ricordare per il dolore dei familiari delle vittime, senza fare alcun riferimento alle responsabilità politiche e morali, oltre che organizzative, di quanti hanno concorso a determinare quella strage.
Il processo per la strage del 28 maggio 1974 sarà accompagnato dal silenzio pressoché assoluto di stampa e televisione, secondo un copione che si ripete puntualmente da tanti anni, non perchè non possa attirare l'attenzione dei lettori o fare audience, ma perchè potrebbe suscitare nell'opinione pubblica italiana troppi interrogativi ai quali la classe politica non è in grado di dare una risposta veritiera. Il film di Lucio Dell'Accio incrina la barriera del silenzio imposto da quanti hanno il controllo quasi assoluto della stampa e della televisione, per questa ragione va sostenuto lo sforzo di un regista che ha il coraggio andare controcorrente, di ricordare ciò che lo Stato vuole fare dimenticare, di dire quanto altri hanno paura di affermare.
Finire il film e diffonderlo è un dovere morale per tutti coloro che non si accontentano di commemorazioni funebri appellandosi alla pubblica compassione, ma che non vogliono che quel passato possa un giorno tornare. E per impedirlo , c'è una sola arma: la verità.

Vincenzo Vinciguerra Opera, 8 dicembre 2008
 

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