POLITICA PENITENZIARIA DI UNO STATO LAICO

Tre recentissimi casi di cronaca illuminano il fallimento totale della politica penitenziaria italiana: le dichiarazioni di Alì Agca, la morte di Sergio Cottarelli, la condanna all’ergastolo di Antonio Mantovani.
Il primo, tornato in Turchia dopo aver espiato diciannove anni della condanna all’ergastolo inflittagli per aver sparato al Papa, il 13 maggio 1981, ha dichiarato che il Vaticano “è nemico di Dio e dell’umanità, è la sede del demonio”. Il secondo è morto l’11 luglio all’interno del carcere di Regina Coeli a Roma, dopo che due giorni prima aveva retto il crocifisso, vestito debitamente di bianco, dinnanzi al Papa a immagine del delinquente redento. Il terzo è stato condannato all’ergastolo dalla Corte di assise di Milano per aver ucciso due donne mentre si trovava in semilibertà.
Tutti e tre hanno un denominatore comune, che li unisce al di là delle loro personali vicende: la capacità di simulazione.
Alì Agca, lo ricordiamo tutti mentre parla con il Papa polacco con aria compiuta chiedendogli perdono per avergli sparato; il secondo, godeva all’interno di Regina Coeli della possibilità di lavorare ed era considerato dagli operatori civili e dal cappellano sulla via del riscatto dopo un lunghissimo iter criminale; il terzo, gli operatori penitenziari di Opera, direttore in testa, lo avevano ritenuto addirittura reinseribile a pieno titolo nella società, nonostante i precedenti, tanto da favorirne con entusiastici pareri il suo accesso ai permessi premiali, prima, e alla semilibertà, dopo.
I risultati della capacità di giudizio dei secondini italiani sono sotto gli occhi di tutti: Agca, tornato in patria, riversa insulti e contumelie sul Vaticano; Cottarelli, si scopre con la sua morte che continuava pacificamente a drogarsi e a commerciare droga all’interno del carcere; Mantovani, ha ucciso due povere donne la cui morte non pesa sulla coscienza dei secondini di Opera.
Tutti e tre hanno simulato. E’ ovvio. Hanno, cioè, finto di essere il contrario di quello che erano, hanno mascherato i loro sentimenti, occultato i loro impulsi, schermato accuratamente i loro propositi, soffocato temporaneamente i loro istinti. Hanno mentito, come tutti o quasi.
Si è sempre riconosciuto agli imputati il diritto di mentire e ai detenuti quello di evadere. La politica penitenziaria italiana ha concesso a quest’ultimi la chiave per aprirsi i cancelli del carcere, senza correre rischi, senza commettere effrazioni, senza compiere atti di violenza sui secondini; si chiama in tanti modi: simulazione, falsità, mendacio, ipocrisia, capacità recitativa etc.
Colpa dell’uomo detenuto? No, colpa esclusiva dello Stato, crimine della sua politica penitenziaria tornata ai tempi dello Stato pontificio, basata sul “pentimento” morale, il “ravvedimento” del condannato. “Sei ravveduto, figlio mio?”. “Urca, ravveditissimo sono!”. “Bravo, bravo, puoi avere i benefici della legge”.
Certo, questo immaginario scambio di battute esemplifica la realtà ma non la tradisce, perché essa è proprio così: un indecente baratto fatto di chiacchiere, dalla parte del detenuto, e dei benefici e privilegi da quella dei carcerieri.
Lo Stato laico è un ricordo ormai lontano. Oggi, viviamo in uno Stato confessionale che, come sempre, corrode le coscienze, degrada gli uomini, offende l’intelligenza, umilia e calpesta la loro dignità. Il sistema carcerario italiano si nutre di una cultura sub-deviante per cui, al suo interno, i secondini dividono i detenuti in due categorie separate: coloro che hanno parlato e coloro che hanno taciuto dinnanzi ai magistrati. I primi, immeritevoli di “rispetto”, devono pagare per i loro comportamenti processuali; i secondi, viceversa, devono essere trattati bene, aiutati e considerati, privilegiati nei posti di lavoro e facilitati nell’accesso ai benefici di legge. Insomma, nel paese della malavita, in un sistema politico in cui il capo dell’opposizione è un colpevole di reati caduti in prescrizione, perciò ancora libero, è ovvio che gli imputati devono scegliere se confessare i reati commessi e magari chiamare in correità i complici, usufruendo di sconti di pena ma dovendo subire i soprusi e le angherie dei secondini nel tempo che dovranno comunque trascorrere in carcere, o essere omertosi rimediando qualche anno in più di galera da fare, però, comodi, sereni, spesso privilegiati e “rispettati” dai secondini.
La sub-cultura deviante e l’assenza di senso morale dei secondini, neutrali dinnanzi ai reati ma parte in causa nel comportamento processuale dei custoditi, non evita però neanche agli “omertosi” di dover passare sotto il giogo, di doversi umiliare nello sputare su se stessi ed il loro passato, nel dover riconoscere la fondatezza della condanna subita, nell’affermare il proprio pentimento per quanto di sbagliato fatto, nel promettere infine che non lo faranno più. Insomma, se i pentiti, i collaboranti, gli “infami” si sbracano davanti ai magistrati, prima ancora che dinnanzi ai secondini, i “duri” della malavita non perdono tempo ad abbassarsi i pantaloni, unico modo per ottenere i benefici di legge.
Come i Cottarelli e i Mantovani, l’85% dei detenuti italiani non sa cosa sia l’orgoglio, la dignità, l’amor proprio. Li hanno venduti da tempo in cambio di soldi, bella vita, macchine da lusso, dosi di droga, denaro. Quale remora possono avere, quindi, nel fingere un ravvedimento che non provano? Quali difficoltà possono incontrare a presentarsi con aria contrita dinanzi al cosiddetto “educatore” per battersi sul petto? Il vero ed unico problema che hanno è quello di riuscire ad essere convincenti così da ottenere il beneplacito dei carcerieri per il beneficio di legge, poi ricominciano con il magistrato di sorveglianza fino ad ottenere il sospirato permesso premiale, poi la semilibertà e via via gli altri benefici. Di qui, la necessità di andare d’accordo con i secondini per evitare rapporti disciplinari, rivolgendosi ad essi con un rispetto che non c’è, sempre precedendo ogni richiesta legittima, per cose che spettano il diritto, con il “cortesemente”, “gentilmente”, e facendola seguire da un “grazie” che sottolinea ogni gesto del carceriere, dal cancello sbattuto in faccia alla posta data con malagrazia.
Di qui, l’obbligo della simulazione per poter uscire dal carcere la preoccupazione di non riuscire a mostrare il loro pentimento, lo studio di espressioni facciali, la ricerca delle frasi più idonee per avvalorare il rendimento, la messa dominicale, la lettura del Vangelo, la frequentazione di ogni corso possibile ed immaginabile per “provare” la volontà di lavorare e di studiare per prepararsi ad un reinserimento sempre proclamato la prima, la seconda, la terza, la quarta volta che entrano in galera. Non è colpa di costoro, di questi delinquenti che passano dalla spregiudicatezza e, talora, dalla ferocia contro gli inermi, fuori, all’umiltà e all’ossequio dentro. No, la colpa è di uno Stato che ha rinunciato ad essere laico per trasformarsi in prete, in grado si assolvere e rimettere i peccati dopo una penitenza sui generis e la recitazione “dell’atto di dolore” meglio s pronunciato con gli occhi al cielo e il viso inondato di lacrime.
Nauseante. La “rieducazione del detenuto” è tutta qui. Palestra di ignominia dove gli uomini si annullano –si devono annullare- per ottenere i permessi premiali e i benefici di legge; dove l’ipocrisia e la falsità sono materie d’insegnamento quotidiano; dove la dignità viene calpestata in ogni momento perché la “libertà” è tutto, non importa se limitata a poche ore, qualche giorno al mese, o part-time.
Lo Stato-prete non chiede fatti. Quali fatti può chiedere ai detenuti. Molti fanno i confidenti della custodia, dopo aver fatto gli “omertosi” al processo, gli altri –tranne qualche eccezione- fanno i ruffiani. E fanno questi “mestieri” per mesi, anni, talora per qualche decennio. Quando escono cosa possono mai essere, se non la negazione dell’essere uomini, dopo aver perduto, per ottenere vantaggi materiali dentro il carcere e i benefici di legge, ogni residuo di dignità, se mai lo avevano quando sono entrati. Larve capaci però di rubare, rapinare, truffare, ammazzare, estorcere per ripagarsi di quanto hanno subito in termini di umiliazioni, più che di vessazioni fisiche che sono frequenti ma, da parte dei malavitosi, ritenute inevitabili e comunque preferibili ad un rapporto disciplinare o ad una denuncia penale.
Il carcere serve a punire. E a nient’altro. La punizione è la privazione della libertà, senza il contorno che servono i secondini. Uno Stato laico on chiede a chi ha “sbagliato” di battersi il petto e recitare “l’atto di dolore”, di convincerlo che si è “ravveduto”. No, uno Stato laico chiama l’uomo che ha commesso reato ad espiare la pena che gli viene inflitta, in modo decoroso, decente, umano.
Lo Stato laico interviene, eventualmente, per mitigare la pena stabilendo l’accesso automatico ai benefici di legge lasciando l’uomo libero nelle sue scelte, giuste o sbagliate che siano. Se il condannato che va in permesso compie reati, quando scoperto non ci andrà più. Uscirà a fine pena. Se compie infrazioni agli obblighi, resterà senza benefici per almeno un anno. E un anno di carcere è lungo. Lo Stato laico stabilisce un tempo ragionevole per l’accesso ai benefici di legge (un quarto di pena ad esempio) e li concede per via amministrativa, lasciando che sia il detenuto a riflettere se vale la pena perdere tutto commettendo altri reati o rifarsi una vita rinunciandoci.
E gli operatori civili, oggi investiti del potere di decidere chi è ravveduto, chi lo è a sufficienza, chi ancora oppone resistenza etc., potrebbero meglio lavorare all’estero del carcere per aiutare il detenuto a reinserirsi effettivamente, quando lo voglia, nella società; mentre i magistrati di sorveglianza potrebbero avere il tempo di vigilare sul comportamento dei carcerieri, sulle collusioni con la malavita organizzata, sui pestaggi, gli abusi e i soprusi invece di fingere, come oggi, che l’unico problema del carcere sia rappresentato dal sovraffollamento.
La punizione è un atto educativo, o se si preferisce rieducativi, per chi ne avverte il peso morale e materiale insieme. Il carcere è punizione, che altro serve per “rieducare”? Qui non ci sono esempi di carattere morale perché i custodi sono come i custoditi, spesso peggiori. E allora?
Si dia a tutti, indistintamente, la possibilità di rifarsi una vita, lasciando ad ognuno di essi la libertà di scegliere il loro destino, non premiando i simulatori, gli ipocriti, i bugiardi, in nome di una politica penitenziaria che pretende di restituire agli uomini dignità e, quindi, orgoglio umiliandoli ogni giorno ed obbligandoli a mendicare, fingendo sentimenti che non provano per ottenere qualche giorno di libertà.
E così facendo, riusciremo ad ottenere in misura molto maggiore di oggi che si risvegli la coscienza di tanti che, misurandosi solo con se stessi, nel silenzio della solitudine carceraria, uscendo vogliano riscattarsi, non a parole per farsi aprire il cancello, ma a fatti dopo che esso si è chiuso alle sue spalle.

Vincenzo Vinciguerra

 

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